Varcare il Rubicone

Il vero presidente USA aizza la NATO a Est per i war-games contro la Russia. E Oslo scodinzola


Nemmeno ce ne stiamo accorgendo, presi come siamo a discutere di migranti, Venezuela e Corea del Nord ma gli Stati Uniti e la NATO stanno imprimendo una pericolosa accelerazione al programma di totale accerchiamento della Russia, ora anche attraverso la militarizzazione di quella Scandinavia divenuta da bastione di neutralismo ad ennesima colonia del Pentagono. E attenzione, perché si sta scherzando davvero sul fuoco. Lo dimostra il modo in cui “La Stampa”, quotidiano filo-statunitense fino al parossismo, ha dato questa notizia:

di fatto, pare preannunciare un false flag per far sedimentare nella mente delle gente questo concetto come un mantra: l’Ucraina è buona e amica dell’Occidente, mentre la Russia arma i ribelli cattivi. E la notizia, ancorché nell’aria da giorni, ora è confermata: il Pentagono sta preparando un piano per armare Kiev. L’iniziativa, confermata dal vice capo degli Stati maggiori riuniti, Paul Selva e appoggiata dal nuovo inviato nella regione, Kurt Volker, sarebbe inoltre precedente all’ espulsione di 755 diplomatici americani dalla Russia annunciata domenica da Vladimir Putin, come ritorsione alle nuove sanzioni contro Mosca decise dal Congresso e che Donald Trump si appresta a tramutare in legge.

Quanto deciso varca un predeterminato Rubicone diplomatico, ovvero quello tracciato dal presidente Obama e dalla cancelliera Merkel dopo l’affaire Crimea: nessuna fornitura di armi a Kiev, perché questa mossa avrebbe provocato una reazione militare da parte del Cremlino. Ora, però, pare che a Washington abbiano fretta e dalla loro squadernano i numeri forniti dall’Ukraine Crisis Media Center: nel solo mese di luglio, 19 soldati ucraini sono stati uccisi e 65 feriti. Di più: quando il 19 luglio scorso un attacco costò la vita a nove militari di Kiev, la portavoce del Dipartimento di Stato, Heather Nauert, fu esplicita fino alla negazione stessa del dubbio diplomatico nell’assegnare la responsabilità, denunciando “cosiddetti separatisti, che sono guidati e sostenuti dalla Russia”.

E a far intendere che questa volta si fa sul serio, ci sono almeno un paio di indizi. Il primo è questo,

It’s about time. @WSJ: “Pentagon Offers Plan to Arm ” https://www.wsj.com/articles/pentagon-offers-plan-to-arm-ukraine-1501520728 

Pentagon offers plan to arm Ukraine

Pentagon Offers Plan to Arm Ukraine

The U.S. Pentagon and State Department have devised plans to supply Ukraine with anti-tank missiles and other weaponry and are seeking White House approval, U.S. officials said, as Kiev battles…

wsj.com

ovvero il fatto che nemmeno una diagnosi di tumore al cervello pare aver spento le ambizioni e le fregole di destabilizzazione del senatore McCain. Il secondo, forse peggiore, è che a menare le danze, accelerando di parecchio i tempi, sia il vice-presidente USA, quel Mike Pence notoriamente riferimento del Deep State all’interno della Casa Bianca, troppo occupata a coprirsi ulteriormente di ridicolo con il licenziamento dopo appena 10 giorni di Anthony Scaramucci dal ruolo di portavoce. E anche il piano ucraino parte da lontano: il 18 luglio, durante un’audizione al Senato, il generale Selva aveva rivelato che gli Stati maggiori stavano preparando un piano per offrire forniture militari letali a Kiev. “Sarà più di una semplice raccomandazione. Si tratterà di una scelta politica, se dare o no al governo ucraino gli strumenti di cui ha bisogno per difendersi, contro quello che noi riteniamo un movimento di insurrezione sostenuto dalla Russia nella regione di Donbass”, dichiarò. Il tutto mentre – stando a “Usa Today” – Mosca avrebbe appena ricostituito e spostato verso Ovest tre reparti dell’ epoca sovietica: la First Guards Tank Army, la Ventesima e l’ Ottava Armata. La prima di queste, tra breve, terrà una grande esercitazione in Bielorussia, dove sono stati mobilitati 4mila vagoni ferroviari per portare in zona i carri armati.

Insomma, il grande risiko si sta dipanando e tra non molto Rex Tillerson dovrà prendere una decisione sulla fornitura di quelle armi, così come Donald Trump dovrà decidere se controfirmare e autorizzarla. Ma come dicevo, a guidare le danze è Mike Pence, il quale oggi pomeriggio è arrivato in Montenegro, dove domani si incontrerà con il premier Dusko Markovic. Pence rappresenta la carica più alta mai mandata dagli USA nello Stato balcanico, il quale è a sua volta il più recente, nonché più piccolo, membro della NATO con i suoi 620mila abitanti. Questa visita “è una conferma delle eccellenti relazioni politiche di Montenegro e USA e del fatto che i due Paesi sono partner strategici”, ha affermato il governo di Podgorica. E cosa farà domani Pence da quelle parti? Parteciperà, con tutti gli onori, al vertice della Carta dell’Adriatico, iniziativa dei Balcani per la cooperazione sulle riforme democratiche e nel processo di integrazione della NATO.

Ma il buon Pence ha già seminato cioè che doveva, visto che ieri era in Georgia – altro nervo scoperto rispetto al rapporto con Mosca – dove ha dichiarato che gli Usa “condannano fortemente l’occupazione del territorio georgiano da parte della Russia” e ha promesso che “presto il presidente, Donald Trump, firmerà nuove sanzioni contro il Cremlino”. Di fatto Pence è impegnato in un tour nei Paesi dell’Europa orientale per rassicurare gli alleati NATO del sostegno americano. In Georgia, il vice-presidente ha ripetuto il fermo appoggio statunitense alle aspirazioni della Georgia di unirsi all’Alleanza Atlantica, anche se la Russia rimane fortemente ostile all’espansione dell’alleanza militare lungo la sua costola occidentale. Nella conferenza stampa al termine dell’incontro con il premier georgiano, Giorgi Kvirikashvili, Pence ha ripetuto il suo forte sostegno alla piccola nazione del Caucaso, alla sua sovranità e integrità territoriale: “Siamo con voi, siamo accanto a voi”, ha detto, definendo l’ex repubblica sovietica “un partner strategico-chiave per Washington”.

E con un riferimento diretto ai fatti del 2008 e un linguaggio inusualmente forte, Pence ha parlato di chiaramente di “occupazione della Russia e blindati russi parcheggiati sul suolo georgiano”. E il giorno precedente all’arrivo nel Paese di Pence, proprio in Georgia sono iniziate le più imponenti esercitazioni militari congiunte mai realizzate tra USA e l’ex Repubblica sovietica, circa 2800 uomini da otto Paesi (USA, UK, Germania, Turchia, Ucraina, Slovenia, Armenia e Georgia) e unità meccanizzate statunitensi come i veicoli da combattimento Bradley e M1A2 Abrams. Primo ministro georgiano, Giorgi Kvirikashvili, ha dichiarato che “queste esercitazioni ci aiuteranno ad avvicinarci agli standard NATO e a rafforzare la stabilità nell’intera regione”. Parole che sicuramente non sono suonate come musica al Cremlino.

Anzi. “La Russia rispetta i rapporti dei paesi vicini con gli Usa e con altri Paesi del mondo, ma suscita preoccupazione l’ampliamento di diverse alleanze e il rafforzamento delle infrastrutture militari di queste alleanze verso i confini russi”, ha dichiarato il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, commentando proprio la visita del vice presidente americano, Mike Pence, in Estonia e in Georgia. E ancora: “Noi riteniamo che tutti i Paesi, soprattutto quelli che in qualche modo pretendono di avere un ruolo nella soluzione della crisi in Ucraina, debbano comunque evitare qualsiasi azione che possa provocare un altro giro di tensioni in questa regione già complicata”.


Anche perché, oltre all’Est Europa, al Baltico e alle ex Repubbliche sovietiche, Mosca guarda con attenzione al nuovo fronte NATO che si apre ai suoi confini, quello delle penisola scandinava. Dopo le mosse dichiaratamente filo-NATO di Svezia e Finlandia dei mesi scorsi, tra cui la partecipazione alle esercitazioni navali BALTOPS, ora è la Norvegia il nuovo epicentro dell’efficientismo atlantico in chiave anti-Mosca. L’ultima mossa è stata l’espansione della base aeronautica di Ørland, nel sud del Paese, dove stazionano gli F-15, aerei da guerra che Oslo ha comprato da Washington (56 velivoli) in chiave dichiaratamente di offesa e non di deterrenza verso la Russia. Tanto più che addestrare piloti norvegesi al pilotaggio di aerei che portano testate nucleari è una violazione del Trattato di non proliferazione del 1968.

Inoltre, Ørland si trova vicino a Værnes, la base dove sono di stanza 330 marines USA. In maggio, quest’ultima ha ospitato l’esercitazione biennale della NATO denominata “Arctic Challenge Exercise 2017” che ha coinvolto oltre 100 aerei da 12 nazioni: per la prima volta, il bombardiere strategico statunitense B-52H ha preso parte alle manovre. La scelta della base è stata debitamente calcolata per mantenere i velivoli lontani dalla portata dei missili russi Iskander ma nessuna località in Norvegia è al riparo dal missile a lungo gittata operativa Kalibr. In giugno, il governo norvegese ha annunciato che la decisione dell’ampliamento della base faceva capo alla volontà di estendere lo stazionamento rotativo dei marines nella base di Værnes fino a tutto il 2018: stranamente, la decisione contraddice la politica norvegese di non accoglimento di basi militare straniere sul proprio suolo in tempo di pace.

L’ampliamento vuole dirci qualcosa rispetto alla status operativo NATO? Unite a questo il fatto che sempre in giugno, USA, Gran Bretagna e Norvegia hanno concordato la creazione di una coalizione trilaterale basata attorno al P-8, la quale include operazioni congiunte nel Nord Atlantico vicino alla base della flotta del Nord russa, che le truppe di terra norvegesi sono stanziate in Lituania nel quadro della forza multinazionale NATO a guida tedesca e che la Norvegia contribuisce al sistema di difesa missilistica NATO (BMD) con il suo radar Globus I/III sull’isola di Vardøya al confine russo e capite da soli quale sia la situazione attuale. Ci troviamo, chiaramente, di fronte a un palese atteggiamento ostile della Russia verso l’Occidente, non trovate? Dio non voglia che il Deep State abbia voglia di tastare il terreno nel mese di agosto: Vladimir Putin non pare in vena di scherzi, ultimamente.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter!Follow @maurobottarelli

Di Mauro Bottarelli , il 1 agosto 2017 4 Comment

 

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