Un potenziale di scontro

Showdown tra USA e Russia, con timing perfetto: il proxy venezuelano è infatti pronto a esplodere


Dopo il plebiscito bulgaro del Senato USA sulle nuove sanzioni contro Mosca e la dura reazione di Vladimir Putin, i presupposti per uno showdown diplomatico fra le due nazioni c’erano tutti. Bene, lo showdown è partito. Oggi la Russia ha infatti imposto delle sanzioni contro i diplomatici americani che limiteranno loro l’accesso alle dacie situate nella periferia di Mosca: le misure entreranno in vigore dal 1 agosto 2017 e riguardano tutti i diplomatici americani a Mosca. Il Ministero degli Esteri, inoltre, ha sottolineato che la Russia “si riserva il diritto di reciprocità su altre misure che possono incidere sugli interessi degli Stati Uniti”. Inoltre, Mosca ha richiesto a Washington di ridurre il numero dei diplomatici americani in Russia a 455, ovvero un taglio di almeno 250 unità, lo stesso numero di funzionari russi in USA: “Nel caso di nuove azioni unilaterali intraprese dalle autorità americane per la riduzione dei diplomatici russi in USA, verranno prese contromisure speculari”, ha sottolineato il ministero, a detta del quale “questo conferma ancora una volta l’estrema aggressività degli Stati Uniti negli affari internazionali. Nascondendosi dietro la propria presunta esclusività, l’arroganza statunitense ignora le posizioni e gli interessi di altri Paesi”.



Immediata è giunta la reazione dell’ambasciatore USA in Russia, John Tefft, il quale ha espresso “forte delusione e protesta” per la decisione, attraverso la quale “Mosca ritiene come legge ormai approvata, il provvedimento per nuove sanzioni votato dal Senato, il quale invece necessita ancora del via libera del presidente Trump”. In effetti, dopo le parole del capo della comunicazione, Anthony Scaramucci, rispetto alla possibilità di un veto del presidente, si potrebbe anche pensare a una mossa azzardata da parte di Mosca, peccato che l’unica opzione post-veto comunicata dallo stesso alto funzionario sia stata quella di sanzioni ancora più dure di quelle decise dal Congresso. “Abbiamo fatto tutto ciò che potevamo per salvare le nostre relazioni dal collasso ma gli americani hanno fatto l’esatto contrario”, ha dichiarato il senatore Konstantin Kosachev in un post su Facebook.

Ma non basta. Il vice-ministro degli Esteri russo, Sergey Ryabkov, ha detto chiaramente che “la Russia non sta escludendo nessun passo, al fine di riportare al buonsenso i presuntuosi russofobici che stanno menando le danze oggi a Capitol Hill”. E ancora: “Non possiamo sottostare e cedere al clima anti-russo che impera e che si è espresso n questi giorni con l’adozione di un documento senza precedenti da parte di entrambe le Camere USA. Pensiamo che i nostri colleghi statunitensi abbiano avuto abbastanza tempo per soppesare le conseguenze potenzialmente distruttrici di queste azioni”.

Insomma, toni tutt’altro che diplomatici. E se la conferma madre di quanto seria sia la rinnovata crisi tra USA e Russia arriverà solo con la decisione che Trump prenderà rispetto alla firma sul provvedimento riguardo le sanzioni contro Mosca, qualche segnale di un precipitare degli avvenimenti verso uno scontro proxy imminente ci sono tutti. E, questa volta, non si tratta della Siria. Ieri, infatti, il governo USA ha ordinato ai famigliari di diplomatici e impiegati presenti in Venezuela di lasciare il Paese, visto che in previsione del voto di domenica prossima c’è il concreto rischio di un inasprimento della situazione politica e di sicurezza.

Medesima mossa è stata compiuta dal Canada, le cui autorità hanno invitato i cittadini presenti in Venezuela ad andarsene e ha sconsigliato viaggi non strettamente indispensabili nel Paese sudamericano. Inoltre, il Dipartimento di Stato USA ha autorizzato preventivamente la partenza volontaria dal Paese di tutti i dipendenti governativi presenti nelle sedi diplomatiche di Caracas. E se questi grafici


ci mostrano quale sia la situazione attuale del Paese, i timori ora sono tutti orientati verso il voto di domenica per l’elezione di una Commissione che riscriva la carta costituzionale, visto che il governo guidato da Maduro sta premendo per un bando totale delle manifestazioni dell’opposizione. Negli ultimi quattro mesi di proteste, sono state 112 le vite reclamate. E il clima è arroventato anche da altro. Per l’esattezza da quanto dichiarato all’inizio della settimana dall’incaricato d’affari dell’ambasciata venezuelana a Washington, Carlos Ron, a detta del quale “il senatore Marco Rubio e il direttore della CIA, Mike Pompeo, starebbero cospirando per ribaltare il governo venezuelano e rimpiazzarlo con un regime amico. Ciò che questo gruppo di persone sta cercando di fare è essenzialmente dividere il governo, riconoscere altri leader e fomentare una guerra civile in Venezuela. Questo è assolutamente inaccettabile”. Interpellato dal “Miami Herald” sul livello delle relazione tra USA e Venezuela, Ron ha dichiarato senza dubbi che “al momento non sono affatto buone e sono peggiorate da quando Donald Trump è arrivato alla Casa Bianca”.

E per quale motivo il potenziale di rischio insito nel weekend che sta per aprirsi in Venezuela potrebbe tramutarsi nell’inasprimento del conflitto in atto fra USA e Russia? Il tutto ruota attorno all’azienda petrolifera statale PDVSA, di fatto già sull’orlo del default. Una gioia per Washington, che vuole piegare Maduro con ogni mezzo e vedrebbe fallire la pressoché unica fonte di introito statale? Non esattamente, perché se e quando la PDVSA dovesse collassare, andrebbe in default potenziale su prestiti variabili fra i 4 e i 5 miliardi di dollari in essere con Rosneft, il gigante petrolifero statale russo. Meglio ancora, due piccioni con una fava. Anche in questo caso, no. Perché lo scorso aprile si è generato un precedente al riguardo, quando un’azienda di spedizioni navali a controllo statale russo ha di fatto pignorato 30 milioni di dollari dalla PDVSA per il suo debito non pagato: Rosneft potrebbe fare lo stesso.

E con un’implicazione politica molto interessante, ancorché poco più che simbolica ma in grado di rappresentare un casus belli. Con Rosneft potenzialmente in grado di prendere il controllo di una parte sostanziale di PDVSA, il gigante petrolifero russo entrerebbe in possesso – stante i termini del contratto in atto – anche del 49,9% della sussidiaria Citgo, postato come collaterale dell’accordo da Caracas. E, statuto alla mano”, “Citgo controlla infrastrutture energetiche strategiche in 19 Stati degli USA”: le quali, di fatto, diventerebbero russe. Senza contare che gran parte dei contratti di prestito sottoscritti dal Venezuela si basano su un principio di oil-for-credit con la Cina, quindi in caso di default gran parte della produzione petrolifera del Paese sudamericano passerebbe in mano cinese. L’allarme per le “mani rosse” sull’energia USA potrebbe essere un mantra sufficientemente forte per esacerbare al massimo i bassi istinti del Congresso e dell’opinione pubblica americana, al netto della russofobia già imperante?

Senza scordare che tra il 6 e il 12 giugno e poi tra i 13 e il 17 dello stesso mese, al largo del Venezuela si è tenuta proprio l’esercitazione – nome in codice “Tradewinds 2017” – che ha visto impegnati a terra e in mare circa 3mila soldati, di cui la gran parte provenienti dai reparti della Marina statunitense. Stando all’ammiraglio Kurt Tidd, attuale comandante del Comando meridionale della flotta statunitense, le esercitazioni hanno avuto lo scopo di sviluppare una sinergia sempre più forte tra gli Stati Uniti e gli alleati della regione, sia per confrontarsi con eventuali disastri naturali – vedi il caso di Haiti – sia per contrastare nemici comuni via terra e via mare, oltre che i traffici illeciti. Ma, al netto delle giustificazioni ufficiali, la scelta di svolgere queste esercitazioni al largo delle coste del Venezuela è stata vista da molti osservatori come un tentativo di forzare la mano nei confronti di Maduro.

Dubbio suffragato dal fatto che, se il Comando statunitense parla di una manovra tesa a coadiuvare gli alleati in caso di conflitto nella regione, dall’altro lato il governo statunitense e i suoi alleati non hanno mai nascosto di considerare il Venezuela un fattore destabilizzante in tutta l’America. Ora, poi, anche un proxy contro la Russia. Se poi le accuse contro Mike Pompeo e Ted Cruz non fossero da archiviarsi nel faldone del complottismo, a giorni potremmo assistere a grosse novità. E a un potenziale di scontro fra USA e Russia che non deporrebbe affatto a favore di una distensione.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

https://www.rischiocalcolato.it/2017/07/showdown-usa-russia-timing-perfetto-proxy-venezuelano-infatti-pronto-esplodere.html

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