Il buon senso prevarrà?

Trump sta strombazzando per una guerra all’Iran?

DI  SORAYA SEPAHPOUR-ULRICH

globalresearch.ca

La retorica e le azioni dell’amministrazione Trump hanno allarmato il mondo. Le proteste in risposta al suo divieto di visto hanno oscurato e distratto da un’ancor più oscura minaccia: la guerra con l’Iran. La paura della minaccia è maggiore della minaccia stessa? La risposta non è chiara.

Certamente gli americani e non-americani, che pensavano che avremmo avuto un mondo più pacifico, credendo che Trump non volesse iniziare una guerra nucleare con la Russia, ora hanno motivi per smettere di pensarla così. La realtà triste e cruda è che la politica estera degli Stati Uniti è un continuo. Una parte importante di questa continuità è una guerra che è stata condotta contro l’Iran negli ultimi 38 anni, senza sosta.

Il carattere di questa guerra è cambiato nel corso del tempo. Si è passati da un fallito colpo di stato che ha tentato di distruggere la Repubblica islamica nei suoi primi giorni (il colpo di stato Nojeh), all’aiuto a Saddam Hussein con intelligence ed armi di distruzione di massa per uccidere gli iraniani durante gli 8 anni di guerra Iran-Iraq, all’aiutare e promuovere il gruppo terrorista MEK, alla formazione e reclutamento del gruppo terroristico Jundallah per lanciare attacchi in Iran, al mettere forze speciali sul terreno in Iran, all’imposizione del terrorismo sanzionato, al letale attacco informatico Stuxnet, e l’elenco potrebbe continuare a lungo, così come la guerra stessa continua.

Da quando il presidente Jimmy Carter ha avviato il Rapid Deployment Force e ha messo piede sul terreno nel Golfo Persico, praticamente ogni successivo presidente americano ha minacciato l’Iran di un’azione militare. È difficile ricordare quando l’opzione non è stata sul tavolo. Tuttavia, fino ad ora, ogni amministrazione degli Stati Uniti ha saggiamente evitato un confronto militare frontale con l’Iran.

Anche se George W. Bush è stato istigato ad impegnarsi militarmente con l’Iran, il Millennium Challenge del 2002, una simulazione di guerra, ha dimostrato l’incapacità degli Stati Uniti di vincere una guerra con l’Iran. La sfida era troppo scoraggiante. Non bisogna fare i conti solo con le formidabili forze di difesa iraniane, ma anche col fatto che uno dei suoi punti di forza è stata la capacità di reagire a qualsiasi attacco chiudendo lo Stretto di Hormuz, lo stretto passaggio al largo delle sue coste. Dato che 17 milioni di barili di petrolio al giorno, o il 35% delle esportazioni di petrolio via mare di tutto il mondo, passano attraverso lo Stretto di Hormuz, incidenti nello stretto sarebbero fatali per l’economia mondiale.

Di fronte a questa realtà, nel corso degli anni, gli Stati Uniti hanno adottato un approccio multiplo per preparare un potenziale/eventuale confronto militare con l’Iran. Questi piani hanno incluso la promozione della falsa narrazione di una minaccia immaginaria di un’arma nucleare inesistente e la falsità del fatto che l’Iran promuovesse il terrorismo (quando in realtà l’Iran è stato sottoposto al terrorismo per decenni, come sopra illustrato). Questi “fatti alternativi” hanno permesso agli Stati Uniti di radunare amici e nemici contro l’Iran, e di acquistare per sé tempo per cercare percorsi alternativi per lo Stretto di Hormuz.

Piano B: Africa occidentale e Yemen

Nel primi anni 2000, il famoso think tank britannico Chatham House ha emanato una delle prime pubblicazioni asserenti che il petrolio africano sarebbe una buona alternativa al petrolio del Golfo Persico, in caso di interruzione dello stesso. Questa seguì ad un precedente documento strategico – The African White Paper – che suggeriva agli Stati Uniti di muoversi verso il petrolio africano, documento che il 31 maggio 2000 era sulla scrivania dell’allora vice presidente degli Stati Uniti Dick Cheney, ex amministratore delegato del colosso energetico Halliburton. Nel 2002, il think tank israeliano IASPS ha consigliato all’America di spingersi verso il petrolio africano. Per un’interessante coincidenza, nello stesso anno è stato “fondato” il gruppo terroristico nigeriano Boko Haram.

Nel 2007, il comando africano degli Stati Uniti (AFRICOM) ha contribuito a consolidare questa spinta nella regione. Nel 2011, una pubblicazione dal titolo: “Rendere il petrolio dell’Africa occidentale globale: ‘sicurezza energetica’ USA ed economia globale” ha sottolineato “la disposizione degli Stati Uniti ad usare la forza per assicurarsi che il petrolio africano continuasse ad affluire negli USA”. Questa non era altro che una strategia aggiuntiva od alternativa al passaggio del petrolio attraverso lo stretto di Hormuz.

Nigeria e Yemen hanno assunto nuova importanza.

Nel 2012, sono stati individuati diversi percorsi alternativi per lo Stretto di Hormuz, ma essi, al momento del rapporto, sono stati considerati limitati nella capacità e più costosi. Tuttavia, messi insieme, il petrolio dell’Africa Occidentale ed il controllo di Bab Al-Mandeb diminuirebbero l’importanza strategica dello stretto di Hormuz in caso di guerra.

Nel suo articolo per la ‘Fondazione Cultura Strategica’, “La geopolitica dietro la guerra in Yemen: l’inizio di un nuovo fronte contro l’Iran”, il ricercatore geopolitico Mahdi Darius Nazemroaya correttamente scrive: “Gli Stati Uniti vogliono assicurarsi di poter controllare Bab Al-Mandeb, il Golfo di Aden, e le isole Socotra (Yemen)”. Bab Al-Mandeb è un importante stretto, strategico per i commerci marittimi internazionali e per le spedizioni energetiche che collegano il Golfo Persico, tramite l’Oceano Indiano, con il Mar Mediterraneo, tramite il Mar Rosso. È importante come il Canale di Suez per le rotte di navigazione e commercio marittimo tra Africa, Asia ed Europa.”

La guerra all’Iran non è mai stata una prima opzione. Il think tank neocon ‘Istituto di Washington per una politica sul Vicino Oriente’ (WINEP), nel suo documento politico del 2004 “Le sfide di una azione militare preventiva statunitense”, ha sostenuto che la situazione ideale era (e continua ad essere) avere un regime compiacente a Teheran. Invece di un conflitto diretto, il documento (un must read) evocava l’assassinare scienziati, introdurre malware, fornire di nascosto all’Iran piani con difetti di progettazione, sabotare, introdurre virus, ecc. Questi suggerimenti sono stati pienamente e fedelmente eseguiti contro l’Iran.

Con la politica promulgata, gran parte del mondo ha tirato un sospiro di sollievo quando il Piano d’azione congiunto globale (JCPOA, o “accordo sul nucleare iraniano”, che restringe il potere nucleare domestico dell’Iran in cambio della revoca delle sanzioni su di essa) è stato firmato nell’ingenua convinzione che una guerra con l’Iran fosse stata scongiurata. Il genio di Obama si è dimostrato nella sua esecuzione delle politiche americane, che hanno disarmato e smantellato i movimenti contro la guerra. Ma il JCPOA non riguardava l’intenzione di migliorare le relazioni con l’Iran, bensì il volerla indebolire. Ad aprile 2015, quando la firma del JCPOA era di lì a poco, durante un discorso alla Army War College Strategy Conference, l’allora vice segretario alla Difesa Robert Work ha approfondito su come il Pentagono pensa di fronteggiare i tre tipi di guerra che verrebbero eventualmente condotti da Iran, Russia e Cina.

Come precedentemente pianificato, lo scopo della JCPOA era di aprire le porte ad un regime compiacente a Teheran, fedele a Washington. In caso di fallimento, Washington sarebbe maggiormente pronta alla guerra, perché, sotto la JCPOA, l’Iran si dovrebbe aprire ad una serie di ispezioni. In altre parole, il piano servirebbe come cavallo di Troia per fornire all’America obiettivi e punti deboli. Evidentemente, il piano non si stava svolgendo in modo abbastanza veloce per i gusti sia di Obama che di Trump. In diretta violazione del diritto internazionale e dei concetti di sovranità nazionale, l’amministrazione Obama ha lanciato sanzioni all’Iran per aver provato dei missili. Il programma missilistico iraniano era ed è totalmente separato dalla JCPOA e l’Iran agisce entro i suoi limiti sovrani ed entro la cornice del diritto internazionale, che permette di costruire missili convenzionali.

Trump ha seguito l’esempio. Ha condotto una campagna per cambiare Washington ed i suoi discorsi erano pieni di disprezzo per Obama; ironicamente, come Obama, il candidato Trump ha continuato la tattica di disorientare molti, chiamandosi affarista, un uomo d’affari che avrebbe creato lavoro, e per la sua retorica del non voler interferire negli affari interni di altri paesi. Ma pochi intellettuali hanno fatto attenzione alle sue guerresche parole, e ancora di meno hanno ascoltato i consiglieri di cui si era circondato, altrimenti avrebbero notato che Trump considera l’islam il nemico numero uno, seguito da Iran, Cina e Russia.

Le ideologie di coloro che lui ha scelto per la sua amministrazione riflettono il carattere disobbediente di Trump ed indicano il loro supporto a continuare questa politica estera americana. L’ex capo dell’intelligence ed attuale consulente alla sicurezza nazionale, Michael Flynn, ha dichiarato che l’amministrazione Obama ha volontariamente permesso la crescita dell’ISIS, ciononostante il neodesignato capo del Pentagono, “cane pazzo” Mattis, abbia dichiarato: “Considero l’ISIS niente più che una scusa per l’Iran per continuare i suoi dispetti”. Quindi il Consiglio per la Sicurezza Nazionale (NSC) crede che Obama abbia aiutato l’ascesa dell’ISIS ed il Pentagono crede che l’ISIS aiuti l’Iran nel perpetrare i suoi “dispetti”. C’è da meravigliarsi se Trump è sia confuso che poco chiaro?

E c’è da meravigliarsi che quando il 28 gennario Trump ha firmato un ordine esecutivo che cercasse un piano per sconfiggere l’ISIS, gli Stati Uniti, il Regno Unito, Francia ed Australia hanno intrapreso esercitazioni belliche nel Golfo Persico che simulassero uno scontro con l’Iran, paese esso stesso che sta combattendo l’ISIS? Quando l’Iran, esercitando un suo diritto internazionale, ha testato un missile, gli USA hanno mentito ed hanno accusato l’Iran di aver rotto il JCPOA. Ne sono seguite minacce e nuove sanzioni.

Trump, l’autoproclamatosi affarista, che è diventato presidente promettendo nuovi posti di lavoro, ha inflitto ancor più sanzioni all’Iran. Le sanzioni tolgono posti di lavoro agli americani impedendo affari con l’Iran, ed inoltre inducono gli Iraniani ad essere pienamente autosufficienti, spezzando le catene del neo-colonialismo. Che affare!

Anche se Trump si è scagliato contro amici e nemici, la sua fazione ha capito che, quando si tratta di attaccare un nemico formidabile, non si può farlo da soli. Sebbene, sia nel suo libro “È ora di fare i duri”, che in campagna elettorale, se la sia presa con l’Arabia Saudita, non ha incluso né i Sauditi né altri stati arabi sponsor del terrorismo sulla sua lista di divieto di viaggio (travel ban list), facendo così un dietrofront. Sembra quasi che qualcuno abbia sussurrato all’orecchio di Trump che Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti (UAE) e Qatar stanno combattendo la guerra sporca in Yemen (e Siria) ed uccidendo Yemeniti. Infatti, il famigerato Erik Prince, fondatore della famigerata Blackwater, che si dice consigli Trump nell’ombra, ha ricevuto un contratto da 120 milioni di dollari dall’amministrazione Obama, e negli ultimi anni ha lavorato con i paesi arabi, Emirati Arabi Uniti in particolare, nei campi di “sicurezza” ed “addestramento” delle milizie nel Golfo di Aden, in Yemen.

Quindi, ci sarà un non così lontano scontro con l’Iran?

No, se il buon senso prevarrà. E con Trump ed i suoi generali, questo è un grande SE. Mentre per molti anni si è preparato il terreno e si sono fatti preparativi per un potenziale scontro militare con l’Iran, c’è sempre stata un’ultima riserva; non perché l’élite politica amercana non volesse la guerra, ma perché non possono vincere QUESTA guerra. Per 8 anni, l’Iran ha combattuto non solo contro l’Iraq, ma virtualmente contro il mondo intero. L’America ed i suoi alleati hanno finanziato la guerra di Saddam contro l’Iran, le hanno fornito intelligence ed armamenti, incluse armi di distruzione di massa. In un periodo in cui l’Iran era in subbuglio a causa di una rivoluzione, il suo esercito era in disordine, la sua popolazione praticamente un terzo di quella attuale, e la sua fornitura di armi USA fermata: l’Iran, nonostante ciò, vinse. Diverse amministrazioni americane sono giunte alla conclusione che, mentre potrebbe servire un villaggio per combattere l’Iran, attaccarla distruggerebbe il villaggio globale.

È giunto il momento di ricordare a Trump che non vogliamo perdere il nostro villaggio.

 

Soraya Sepahpour-Ulrich

Fonte: http://www.globalresearch.ca

Link: http://www.globalresearch.ca/trump-trumpeting-for-a-war-on-iran/5573164

6.01.2017

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di HMG

http://comedonchisciotte.org/trump-sta-strombazzando-per-una-guerra-alliran/

 

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