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Prima di tutto c’è stato l’annuncio riguardante la linea rossa. Venerdì ad Atene c’è stata poi la dichiarazione riguardante il centro del mirino. Nel mese di ottobre, un mese prima delle elezioni presidenziali americane, saremo arrivati alla soglia di attivazione.

Gli Stati Uniti e gli alleati dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) vanno verso la guerra con la Russia, accelerandone l’inevitabile risposta difensiva. Questo era ciò su cui mettevano in guardia la prima e la seconda dichiarazione del Presidente Vladimir Putin. Non ci sarà nessun monito quando si arriverà alla soglia di attivazione.

Venerdì scorso, durante la sua conferenza stampa ad Atene, Putin ha avvertito che l’installazione di un sistema antimissili Aegis dislocato in Romania, operativo da questo mese, e i preparativi per fare la stessa cosa in Polonia, sono entrambi atti ostili, al limite del casus belli.

Per farsi capire meglio, Putin ha usato una frase ad effetto: “быть под прицелом”. Si riferisce ai mirini, o reticoli di mira, usati per puntare il bersaglio con l’artiglieria, le mitragliatrici degli aerei o i siluri navali.

Ecco che cos’ha detto Putin secondo la traduzione della Reuters. “Se fino a ieri, in quelle zone della Romania, la gente semplicemente non sapeva che cosa significhi essere nel centro del mirino, oggi noi dovremo prendere alcune misure che garantiscano la nostra sicurezza”, ha detto Putin ad Atene, in una conferenza stampa congiunta con il Primo Ministro greco Alexis Tsipras. “Con la Polonia sarà la stessa cosa”, ha aggiunto.” Leggete il resoconto completo della Reuters.

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Fonte:http://en.kremlin.ru/events/president/news/52024

Putin stava parlando della base rumena di Deveselu, 180 km. a sud di Bucarest, la capitale rumena, e di quella di Redzikowo, 460 km. a nord di Varsavia, la capitale polacca. Uno schema, pubblicato dalla BBC, fa sì che queste basi americane (a destra nel diagramma) sembrino rispondere ad un iniziale attacco missilistico da parte dei Russi (a sinistra).

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La BBC riporta anche la dichiarazione della NATO, secondo cui le basi rumene e polacche sono troppo distanziate e i loro missili hanno una portata e un carico bellico troppo limitati per costituire una minaccia di primo attacco nei confronti della Russia.

Infatti, come ha detto venerdì scorso Putin, le batterie rumene e polacche sono in grado di lanciare per prime, in un range di 2400 km. per colpire le postazioni missilistiche russe, prima del lancio, almeno fino alla congiungente i centri di comando missili di Plesetsk e Tyuratam.

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La portata supplementare dei sistemi Aegis, operativi da ovest ad est e viceversa, è stata mappata dalla Federazione degli Scienziati Americani (FAS) in una pubblicazione del settembre 2011.

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“In tutti i casi sopra riportati”, hanno concluso gli scienziati del FAS Yusaf Butt e Theodore Postol, “la capacità difensiva teorica (di USA e NATO) sarebbe degradata se gli ICBM (russi) in arrivo fossero dotati di contromisure o di false testate”:

Questo non significa che i Russi possano (o debbano) sottovalutare le intenzioni americane e la loro capacità di attaccare per primi con successo, o sovrastimare la propria abilità di fare lo stesso. La strategia si deve basare sulla possibilità di difendersi nella situazione peggiore, spiegano Butt e Postol. “Anche se è vero che i Russi potrebbero neutralizzare gli intercettori SM-3 usando falsi bersagli ed altre contromisure, è anche vero che i loro strateghi non avrebbero altra scelta se non quella di prendere in considerazione la possibilità, anche se remota, dello scenario “il peggiore possibile”, in cui le difese anti-missile americane sarebbero più efficaci del previsto o le contromisure russe meno valide. In altre parole, la potenziale minaccia nei confronti del deterrente nucleare russo da parte del sistema di difesa missilistico statunitense sarebbe probabilmente valutata in base alle capacità degli intercettori di raggiungere ed ingaggiare le testate russe e non dal fatto che i suddetti ingaggi portino o meno alla distruzione delle testate”.

Precisione o gittata, questa è la chiave di tutto.

L’articolo del FAS suggerisce che il miglior modo per confermare le dichiarazioni di Stati Uniti e NATO sulle limitate capacità del sistema Aegis sarebbe quello di ridurne la portata. Senza questa concessione alle preoccupazioni russe (e cinesi) riguardanti la propria sicurezza, il rapporto conclude che “c’è il rischio che tutto il sistema provochi l’uscita della Russia dal nuovo START (Strategic Arm Reduction Treaty, Trattato per la Riduzione delle Armi Strategiche), oltre alla possibilità di una ripresa della corsa agli armamenti atomici, senza peraltro offrire nessuna difesa credibile contro possibili, futuri attacchi missilistici iraniani o nord coreani, dotati di contromisure anche semplici. Russia e Cina potrebbero aumentare i loro arsenali atomici, terminare i futuri dialoghi con gli Stati Unitiper la riduzione degli armamenti e diminuire la loro assistenza agli sforzi per il disarmo mondiale. Un simile risultato diminuirebbe la sicurezza degli Stati Uniti (e del mondo intero) e stonerebbe con la visione di Obama di un mondo libero dalle armi atomiche”.

Questo è stato pubblicato nel settembre 2011. Da allora, invece di ridurre la portata e negoziare intese reciproche contro gli attacchi preventivi, gli Stati Uniti hanno spinto le loro capacità di attacco via mare e via terra sempre più vicino al confine russo e hanno aumentato la gittata e la precisione dei loro sistemi d’arma.

Per quanto riguarda gli avvertimenti russi sulle manovre ravvicinate delle navi lanciamissili della Marina Americana, come ad esempio la USS Donald Cook, nel Mar Nero e nel Baltico, leggete questo dell’aprile 2014 e questo dell’aprile 2016. Per i riferimenti di Putin alla linea rossa, leggete questo.

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Venerdì, quando Putin nel suo discorso ha usato la frase “nel centro del mirino”, la Reuters ha tradotto in maniera abbastanza accurata la trascrizione in russo diffusa dal Cremlino.

Nella traduzione inglese fatta dal Cremlino, l’impatto di questa frase (nel centro del mirino) è stato leggermente smussato. Secondo questa traduzione, Putin avrebbe detto: “se fino a ieri alcune zone della Romania non sapevano cosa vuol dire sentirsi un bersaglio, oggi noi dovremo prendere dei provvedimenti che garantiscano la nostra sicurezza”.

Per i militari e gli strateghi di ambo le parti, queste non sono certo novità. Allo stesso modo della Federazione degli Scienziati Atomici, i “pensatoi” russi, i rappresentanti di governo e gli ufficiali dell’esercito rilasciano da anni le stesse, caute dichiarazioni. Quello che c’è di nuovo è la precisione delle parole di Putin, e il fatto che ora la miccia è un po’ più corta.

Leggete la dichiarazione completa di Putin a questo riguardo:

“Qual’è l’impatto sulla cooperazione economica delle questioni collegate alla sicurezza, in modo particolare il progetto di installare in Romania i sistemi di difesa anti-missile americani? Qual’è l’impatto? L’impatto è negativo e non potrebbe essere altrimenti. Perché qualche tempo fa, gli Stati Uniti si sono ritirati unilateralmente dal Trattato per la Difesa Antimissile ed hanno iniziato a minare le fondamenta della sicurezza internazionale. Ed ora è stato fatto un altro passo.
Fin dai primi anni 2000 abbiamo continuato a ripetere insistentemente la stessa cosa, come un mantra: a questo, in qualche modo, dobbiamo dare una risposta. Nessuno ci ascolta, nessuno vuole parlare con noi, non sentiamo altro che banalità e queste banalità si riducono al fatto che tutto questo non sarebbe diretto contro la Russia e non minaccerebbe la sicurezza della Russia.
Lasciate che vi rammenti come all’inizio si parlasse di contrastare la minaccia dell’Iran, tutto veniva fatto a causa del programma nucleare iraniano. Dov’è adesso il programma nucleare iraniano? Non esiste più. Gli stessi Stati Uniti hanno dato il via alla firma di un trattato con l’Iran. La minaccia nucleare iraniana non esiste, e, nel frattempo, un dispiegamento dei sistemi antimissile americani è stato progettato ed installato in Romania.
Che cos’è questo? Stiamo parlando di piazzole di lancio e stazioni radar. Oggi vengono dispiegati missili con base a terra di 500 km. di portata, fra pochi anni ci saranno missili con raggio d’azione di 1000 km. Conosciamo anche le date approssimative del dispiegamento di questi missili. Come può tutto questo non rappresentare una minaccia per noi? E’ una chiara minaccia alle nostre forze nucleari.
Ma c’è qualcos’altro che è ancora peggio: su queste piazzole di lancio possono essere sistemati missili offensivi di 2400 km. di portata, e sostituire i missili non è un problema, bisogna solo modificare il software e nessuno si accorgerebbe di nulla, neanche i romeni. E questa non sarebbe una minaccia per noi? Lo è certamente.
Questa è la ragione per cui noi dobbiamo rispondere adesso, e, se fino a ieri alcune zone della Romania non sapevano cosa vuol dire sentirsi un bersaglio, oggi noi dovremo prendere dei provvedimenti che garantiscano la nostra sicurezza. Lasciatemelo ripetere, queste sono misure di risposta, solamente una risposta. Non siamo stati noi i primi a fare un passo del genere. La stessa cosa verrà fatta nei confronti della Polonia. Aspetteremo che in Polonia si compiano certe azioni. Non faremo nulla fino a che non vedremo i missili al di là dei nostri confini. E noi abbiamo i mezzi necessari. Avete visto, il mondo intero ha visto le nostre capacità per quanto riguarda i missili a media gittata con base navale o aerea. Noi non stiamo violando nulla, ma il sistema missilistico Iskander ha delle capacità invidiabili.
Tra l’altro, il fatto che le piazzole di lancio utilizzate possano ospitare missili a medio raggio, altro non è se non un’erosione, da parte dei nostri partners americani, del trattato sui missili a medio e corto raggio. Penso che sia evidente come questo problema richieda le più attente valutazioni e, naturalmente, il coinvolgimento delle parti interessate in colloqui dettagliati e sostanziali sull’argomento”.

Non c’è praticamente ambiguità. Come Putin aveva detto nel suo discorso sulla linea rossa nel marzo 2014, dopo che il colpo di stato a Kiev aveva portato la Crimea al voto che le aveva consentito l’unione con la Federazione Russa, “c’è un limite a tutto. E con l’Ucraina i nostri partners occidentali hanno varcato la linea”. Per un’analisi del suo significato nella nuova strategia di guerra russa, leggete questo.

Due anni dopo, Putin sta dicendo, non dal Cremlino, ma dall’ingresso del Megaro Maximou, che la Romania ha oltrepassato la linea rossa ed è ora nel centro del mirino. La sede scelta da Putin per questa affermazione non è priva di significato. Questa è stata la sede del Primo Ministro greco fin da quando la sinistra è andata al potere nel 1982. Ed è anche stato il quartier generale delle due nazioni che hanno occupato la Grecia militarmente, la Germania dal 1941 al 1944, e gli Stati Uniti fino al 1952.

Putin sta ricordando alla Romania e alla Polonia che sono nazioni occupate e che, se pensano di far conto sulle basi missilistiche e sull’articolo 5 delTrattato NATO, la cosa non sarà di certo un valido scudo quando i venti radioattivi soffieranno sulle loro capitali. Per la Romania è troppo tardi. Per la Polonia c’è ancora tempo per accordi comuni e vicendevoli sulla sicurezza, magari lungo le linee guida raccomandate dalla Federazione degli Scienziati Atomici; magari, secondo le parole di Putin, con “le più attente valutazioni e, naturalmente, il coinvolgimento delle parti interessate in colloqui dettagliati e sostanziali sull’argomento”.

Espresso in questo modo, dalla capitale di una nazione che oggi è distrutta dall’occupazione delle forze dell’Unione Europea, l’invito fatto ai Polacchi è quello di salvarsi prima che, ancora una volta, per la Polonia sia troppo tardi. L’accordo originale per la base missilistica di Redzikowo era stato siglato nel 2010 da Radoslav Sikorski (sotto, a sinistra) e da Hillary Clinton (a destra). All’epoca, Sikorski era Ministro degli Esteri polacco. Oggi, privato di tutte le cariche ufficiali, è sotto indagine penale a Varsavia, vive in esilio negli Stati Uniti e, per il suo sostentamento, dipende dai guadagni della moglie per le attività che svolge a favore del governo americano. La Clinton è sotto indagine penale a Washington ed è in lizza per le elezioni presidenziali americane, previste per l’8 novembre.

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Ci sono voluti due anni di escalation bellica fra Washington e Mosca prima di arrivare all’avvisaglia del “centro del mirino”. Quanto manca adesso alla soglia di attivazione? Dove sarà puntato il grilletto e in che modo verrà tirato?

Il periodo più probabile, secondo le valutazioni russe, è il mese di ottobre. La storia delle “sorprese di Ottobre“, tentate da candidati alle presidenziali disperati, in cerca di una vittoria dell’ultimo minuto, è ben nota. L’ultima operazione militare, direttamente collegata ad un’elezione presidenziale, è stato il fallito tentativo del Presidente Jimmy Carter di salvare gli ostaggi dell’ambasciata americana di Teheran nell’aprile del 1980, e la successiva manipolazione dei negoziati con il governo iraniano per il loro rilascio. L’ultima guerra per garantire un’elezione presidenziale è stata quella di Dustin Hoffman (sotto, a destra) contro l’Albania, nel film Wag the Dog [“Sesso e potere” nella versione italiana, NdR].

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Ad ottobre, un debole Presidente uscente Barack Obama verrà spronato da un candidato di un Partito Democratico in declino, Hillary Clinton, affinché salvi le sue chances e mobiliti i riluttanti elettori americani contro il candidato repubblicano, Donald Trump. I Russi pensano che la sorpresa di ottobre di quest’anno sarà una di quelle violente. Per stare nel centro del mirino l’Albania non è adatta. La Clinton non può permettersi un’altra avventura in Libia.

Victoria Nuland (sotto, a sinistra), Samatha Power (al centro), Michele Flournoy (a destra), le donne della cerchia della Clinton, che perderebbero promozioni e potere se la Clinton venisse sconfitta da Trump, hanno già tentato e fallito in Ucraina, Siria, Iraq e Turchia. La Romania può andar bene.

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Ma potranno e vorranno i Russi aiutare Trump nella sua contromossa, una sorpresa d’ottobre come quella di Reagan o di Teheran?

Gennady Nachaev (sotto, a sinistra), un famoso analista militare alla Versiya & Vzglyad di Mosca afferma che i bersagli prioritari nella strategia russa continuano ad essere “le infrastrutture militari chiave: basi missilistiche, porti e basi navali, depositi ed acquartieramenti di truppe. Questo riguarda sopratutto le nazioni della “vecchia NATO”, dove ogni cosa è ormai nota da decenni. Con questa scelta dei bersagli, il massimo danno lo subirebbero Germania e Regno Unito, seguite da Francia e Turchia, come anche il sud dell’Italia e le coste del nord Europa.”

Questo significa che l’esercito russo sta prendendo in considerazione una nuova soglia di attivazione, e presto? “Non penso che ciò sia possibile”, replica Nachaev. “Durante l’intera esistenza del sistema dei Blocchi (il Patto di Varsavia e la NATO), questi incidenti si sono potuti contare sulle dita di una mano. Allora, le operazioni dell’aviazione lungo i confini erano di gran lunga più numerose di quelle di oggi. C’è sempre la possibilità di uno scontro casuale nei cieli, o perché i piloti commettono un errore o perché qualcuno ha il grilletto facile. Questo è già accaduto. Non si può escludere che accada di nuovo”.

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Yevgeny Krutikov (sopra, a destra), anche lui valente analista militare di Mosca ed ex ufficiale nei Balcani, dice: “Qualunque nazione NATO che si metta in testa di destabilizzare la situazione attuale potrebbe trovarsi nel centro del mirino. Questo lo stabiliscono le circostanze militari. Se, come la Romania, si ospita un sistema antimissile, questo automaticamente significa che tutto il sistema diventa un bersaglio e può essere attaccato dai missili a medio raggio come l’Iskander, dai missili balistici o da qualcosa di peggio. E’ difficile dire se qualcuno è un bersaglio certo. Qualunque nazione NATO, che alteri l’equilibrio diventa automaticamente un bersaglio. La gente deve capire che andrà incontro a sofferenze se capita qualcosa. Perciò non posso dire che è stato scelto qualcuno in particolare. Sono tutti sotto mira”.

Secondo le dichiarazioni di Krutikov, al momento, i bersagli negli Stati Baltici sono “meno rilevanti”. Quello che sta succedendo laggiù si potrebbe definire un panico etnico. Non ci sono forze esterne (NATO), e sul campo c’è un pugno di carri armati da barzelletta. Nell’Artico c’è un problema, ma è una zona molto estesa e deve essere suddivisa in zone operative. Particolarmente pericolosa è attualmente la situazione nel Mare di Barents, dal momento che è qui che si sono verificati gli attriti fra Russia e NATO, e dove vengono effettuate numerose manovre militari, sopratutto da parte degli Stati Uniti. L’ultima di queste è terminata solo un mese fa. Ad essa avevano partecipato non solo nazioni NATO ma anche Finlandia e Svezia, che non sono membri della NATO. L’Artico non può essere il maggior problema della zona perché nessuna nazione NATO, abbastanza stranamente, dispone di una flotta di navi rompighiaccio”.

“Nel Mar del Giappone, certo, assistiamo ad una rapida mobilitazione delle forze armate russe sulle Isole Kurili, che non si era verificata in passato a causa della mancanza di infrastrutture di supporto. Sembra che ci sia un maggior interessamento anche da parte degli Americani. Per quel che so, ci sono già stati almeno due tentativi americani di infiltrare aerei da ricognizione e, naturalmente, c’è stata una reazione da parte della Russia”.

Nelle prossime settimane, secondo Krutikov, la soglia di attivazione sarà non dove gli interessi strategici sono maggiori, ma dove lo spazio di manovra fra le forze russe e i loro avversari è ridotto al minimo. Queste zone sono il Baltico e il Mar Nero. Nel punto più esteso, da est ad ovest, la larghezza del Mar Baltico è di 193 km., quella del Mar Nero 1175 km. Nello stretto fra il porto rumeno di Costanza e la base navale russa di Sebastopoli, la distanza è solo di 392 km.

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Krutikov: “Il Baltico è minuscolo. Per entrare e uscire dalla regione di Kaliningrad gli aerei russi possono arrivare dai vicini distretti nord-occidentali, dove esistono numerose basi aeree, tanto che il traffico aereo in direzione di Kaliningrad deve essere regolamentato. Ci sono reazioni estremamente nervose da parte degli Stati Baltici, che non dispongono di una propria aviazione. Per cui ci sono turni diversi di pattugliamento, da parte dei Danesi ed ora dei Portoghesi. Così, quando gli aerei russi volano nei loro corridoi, questi poveri Portoghesi devono intercettarli e tenerli d’occhio. Questo è un problema, perché la gente è nervosa. Quando la situazione è tesa, come adesso, qualcosa può succedere. Questa è una situazione fra le più pericolose perché non c’è via di fuga. Troppo poco spazio”.

“Anche nel Mar Nero c’è troppo poco spazio. Una settimana e mezza fa le forze della NATO hanno iniziato alcune manovre nel Mar Nero, a nord-ovest, nell’area circostante Odessa. Di colpo si è formato un concentramento di un gran numero di navi straniere, rumene, bulgare, turche, americane. Dio non voglia, anche la maledetta Donald Cook. C’è  davvero molto poco spazio. Il Mar Nero è una pozzanghera, magari un po’ più grossa della pozzanghera baltica, ma comunque non c’è spazio per girarsi attorno. Perciò, con tutta l’isteria che c’è, ci potrebbero essere dei problemi”.

Nota sulla Sindrome di Benckendwarf: le capacità del nemico, per i Russi, devono essere valutate tramite l’intelligence. La valutazione delle intenzioni del nemico va soggetta alla Sindrome di Benckendwarf. Il confondersi su tali capacità, fraintendendo le intenzioni, si chiama Benckendwarfvismo, questo è l’errore che commettono quei politici russi che pensano di capire gli Inglesi, i Tedeschi, i Turchi o gli Americani meglio dei loro colleghi solo perché essi parlano la lingua, apprezzano la cultura o hanno figli, soldi, o titoli in cassaforte.

Questa sindrome prende il nome dal Conte Aleander Benckendorff (sotto, a sinistra), l’anglofilo, ambasciatore russo a Londra dal 1903 al 1917. Aveva dominato la corrente filo-inglese della politica russa, insieme allo Zar e a diversi Ministri degli Esteri, negli anni e negli eventi che avevano portato alla Prima Guerra Mondiale nel 1914. Altrettanto insignificante, ma in favore della Germania, era il Barone Roman Rosen (a destra).

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Nella politica anglo-americana questa sindrome è chiamata “Going Native” [fare come loro, NdT]. Putin stesso ha sofferto di questa sindrome: i suoi nemici, non gli amici, lo hanno curato. Per maggiori dettagli sul Benckendwarfvismo, leggete Dominic Lieven, Towards the Flame, Empire , War and the End of Tsarist Russia, pubblicato l’anno scorso.

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Articolo di John Helmer pubblicato da Dance with the Bears il 30 Maggio 2016
Tradotto in Italiano da Mario per SakerItalia.it