La guerra dei droni di Obama:

 una pratica di bombardamento neo-coloniale senza appello. E l’Europa è responsabile

La guerra dei droni di Obama: una pratica di bombardamento neo-coloniale senza appello. E l'Europa è responsabile
Secondo uno studio della sorosiana Open Society Foundation sono circa 2.000 le persone uccise in Pakistan
Di Diego Angelo Bertozzi 
L’uccisione nel gennaio scorso dell’ostaggio italiano Giovanni Lo Porto in seguito un attacco di un drone statunitense al confine tra Afghanistan e Pakistan ha reso ancora una volta evidente che il rapporto tra Roma e Washington è quello che intercorre tra il centro dell’Impero (un poco ammaccato e in discussione) e una colonia periferica, abituata da qualche lustro all’assoluta obbedienza e subito pronta a sollevare dalle responsabilità l’imperatore: “è colpa dei terroristi che li hanno usati come scudi umani”, ha subito precisato il ministro Pinotti.
Non un minimo accenno è stato fatto per mettere in discussione – condannare sarebbe troppo! – la pratica omicida e illegale delle uccisioni mirate tramite invio di droni. Mirate sino ad un certo punto, visto che la morte dell’ostaggio italiano – e con lui di quello statunitense – dimostra che ogni attacco può causare l’uccisione di innocenti. Secondo uno studio della sorosiana Open Society Foundation sono circa 2.000 le persone uccise in Pakistan dai droni Usa e tra queste molte sono civili.
Nel 2013, in occasione della presentazione di un rapporto di Amnesty International sull’argomento, il ricercatore pakistano Mustafa Qadri ha dichiarato che “Grazie alla segretezza che avvolge il programma sui droni, l’amministrazione Usa ha licenza di uccidere senza controllo giudiziario e in violazione degli standard basilari sui diritti umani. È giunto il momento che gli Usa rendano noto il programma e chiamino a rispondere i responsabili delle violazioni dei diritti umani”. Le azioni esaminate dal rapporto – 45 nel periodo compreso tra il gennaio 2012 e l’agosto 2013 nel solo Nord Waziristan – hanno lasciato sul terreno numerosi innocenti, per nulla collegati ad azioni o progetti terroristici. Basta un esempio: nel luglio del 2012  – si legge – “18 braccianti, tra cui un ragazzo di 14 anni, sono stati uccisi in un attacco multiplo contro un povero villaggio situato nei pressi della frontiera con l’Afghanistan. Stavano per cenare, al termine di una dura giornata di lavoro”. Non è tutto: l’orrore non si ferma di fronte a quelli che una volta erano freddamente definiti “danni collaterali”. Più volte segnalata è la pratica del secondo attacco riservato ai soccorritori, vale a dire alle persone che si erano recate sul posto del primo attacco per portare soccorso alle vittime. Il New York Times riconosce apertamente una scomoda verità: “Gli Usa spesso non sanno chi morirà” perché “a poco a poco è diventato sempre più chiaro quando gli operatori in Nevada lanciano il missile in remoti territori tribali dall’altra parte del mondo, spesso non sanno chi stanno uccidendo, ma stanno eseguendo la migliore ipotesi imperfetta”. (New York Times, 24 aprile 2015).
Ma come vengono decisi gli obiettivi degli attacchi? La risposta è assai semplice: con modalità che ci riportano agli “arcana imperii” bizantini o alle “segrete stanze del re” dell’assolutismo monarchico, con buona pace della divisione dei poteri e della tanto decantata democrazia. Potere esecutivo e giudiziario (con tanto di pena di morte) si confondono in un processo segreto, con al centro il presidente Obama, che coinvolge in videoconferenza funzionari dei dipartimenti della Giustizia, della Difesa e della Cia, nel quale, di settimana in settimana, vengono presentati i candidati per l’imminente esecuzione (la “kill list”). La decisione finale spetta al presidente, tanto quanto spettava al sanguinario sovrano inglese Enrico VIII (salvo scaricare la responsabilità finale sul suo cancelliere). Dove sia il giusto processo, tanto celebrato nella tradizione giuridica statunitense, non si capisce. Anzi lo si comprende fin troppo bene: pare riservato alla comunità dei signori (meglio se di pelle bianca e in grado di pagarsi un ottimo avvocato), mentre si configura come un costoso e inutile lusso se riferito ai presunti nemici che si trovano in Paesi del terzo mondo o in via di sviluppo. Per quest’ultimi – e per qualche civile di passaggio –  la pratica è quella del bombardamento neocoloniale senza appello.
E secondo le recenti indiscrezioni emerse da un’indagine congiunta condotta da The Intercept e Der Spiegel, la pratica dell’attacco via droni in Paesi come Yemen, Somalia e Afghanistan è condotta anche dal territorio europeo, precisamente dalla base Usa di Ramstein in Germania, definita perfino il “cuore hi-tech del programma drone americano”.

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