Perchè la crisi ucraina è colpa dell’Occidente

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In questo articolo apparso sulla rivista statunitense “Foreign Affairs”, il professor Mearsheimer, tra i maggiori esperti mondiali di relazioni internazionali di impronta Neorealista, spiega perchè la crisi ucraina non è stata provocata dalla Russia ma è solo il logico risultato di politiche sbagliate di Stati Uniti e alleati occidentali.

LA REDAZIONE – 31 DICEMBRE 2014

di John J. Mearsheimer (traduzione a cura di Giovanbattista Varricchio)

Secondo il giudizio prevalente in Occidente, la responsabilità della crisi ucraina può essere addossata quasi interamente all’aggressione russa. Il Presidente russo Vladimir Putin, si sostiene, ha annesso la Crimea in virtù di un desiderio di lunga data di resuscitare l’Impero sovietico, e potrebbe infine procedere con il resto dell’Ucraina, così come con altri Paesi nell’Europa orientale. Secondo tale visione, la cacciata del Presidente ucraino Viktor Yanukovich nel febbraio 2014 ha semplicemente fornito il pretesto per la decisione di Putin di ordinare alle forze russe di impadronirsi di parte dell’Ucraina.

Questo resoconto però è sbagliato: gli Stati Uniti e i suoi alleati europei condividono la maggior parte della responsabilità di questa crisi. La radice del problema è l’allargamento della NATO, elemento centrale di una più ampia strategia volta ad estromettere l’Ucraina dall’orbita russa ed integrarla nell’Occidente. Allo stesso tempo, l’espansione dell’Unione Europea verso est e il supporto dell’Occidente a un movimento pro-democrazia in Ucraina – iniziato con la Rivoluzione Arancione nel 2004 – erano altresì elementi critici. Fin dalla metà degli anni ’90, i leader russi si sono ostinatamente opposti all’espansione della NATO e, in anni recenti, hanno chiarito che non sarebbero stati a guardare mentre i loro vicini strategicamente importanti passavano dalla parte occidentale. Per Putin, la deposizione illegale del Presidente pro-Russia eletto democraticamente – che lui ha correttamente etichettato come un “golpe” – era l’ultima goccia. Ha risposto prendendo la Crimea, una penisola che temeva potesse ospitare una base navale NATO, e lavorando per destabilizzare l’Ucraina finché questa abbandoni i suoi sforzi di unirsi all’Occidente.

La reazione di Putin non dovrebbe essere arrivata come imprevista. Dopotutto, l’Occidente si è mosso nelle vicinanze della Russia minacciando i suoi centrali interessi strategici, punto questo enfatizzato ripetutamente da Putin. Le élite negli Stati Uniti e in Europa sono state prese alla sprovvista dagli eventi solo a causa del fatto che aderiscono a una distorta visone della politica internazionale. Tendono a credere che la logica del realismo non abbia che una scarsa rilevanza nel ventunesimo secolo e che l’Europa può essere conservata integra e libera sulla base di quei principi liberali come la rule of law, l’interdipendenza economica e la democrazia. Ma questa visione è andata a monte in Ucraina. Qui la crisi dimostra che il realpolitik rimane rilevante, e gli Stati che lo ignorano lo fanno a loro rischio e pericolo. I leader europei e statunitensi hanno preso una cantonata cercando di far diventare l’Ucraina la roccaforte occidentale sul confine russo. Ora che le conseguenze sono state messe a nudo, sarebbe un errore ancor più grande continuare questa politica distorta. I leader europei e statunitensi hanno preso una cantonata cercando di far diventare l’Ucraina la roccaforte occidentale sul confine russo.

L’affronto occidentale

Nel momento in cui la Guerra Fredda sia avviava a una conclusione, i leader sovietici preferirono che le forze armati statunitensi rimanessero in Europa e la NATO restasse intatta, una soluzione, pensavano, che mantenesse una Germania unita e pacificata. Ma loro e i loro successori russi non volevano un ulteriore ingrandimento della NATO e supposero che i diplomatici occidentali avevano capito il loro interesse. L’amministrazione Clinton evidentemente pensò altrimenti, e a metà degli anni ’90, iniziò a premere per un’espansione della NATO. Il primo round dell’allargamento ebbe luogo nel 1999 e portò a sé la Repubblica Ceca, l’Ungheria, e la Polonia. Il secondo fu nel 2004; esso incluse Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia. Mosca reclamò amaramente fin dall’inizio. Per esempio durante il bombardamento NATO dei serbo-bosniaci nel 1995, il Presidente russo Boris Yeltsin disse: “Questo è il primo segno di cosa potrebbe accadere quando la NATO arriverà fino ai confini della Federazione Russa… La fiamma della guerra potrebbe spargersi per l’intera Europa.” Ma i russi erano troppo deboli al tempo per far sviare i movimenti verso est della NATO- che, in ogni caso, non sembravano così minacciosi, finché nessuno dei nuovi membri avesse non avesse condiviso il confine con la Russia, eccetto per le piccole repubbliche baltiche. A quel punto la NATO cominciò a guardare ancora più a est. Nel suo summit dell’aprile 2008 a Bucarest, l’Alleanza considerò di ammettere la Georgia e l’Ucraina. L’amministrazione G. W. Bush supportò questa idea, ma Francia e Germania si opposero per paura che questo potesse ingiustificatamente rendere ostile la Russia. Alla fine, i membri NATO raggiunsero un compromesso: l’Alleanza non iniziò il processo formale che avrebbe portato all’adesione, ma emanò un comunicato avallando le aspirazioni di Georgia e Ucraina e dichiarando audacemente: “Questi Paesi diverranno membri NATO.”

Mosca, d’altronde, non vide questa esternazione come un compromesso. Alexander Grushko, allora Ministro degli esteri russo disse: “L’adesione di Georgia e Ucraina all’Alleanza è un enorme errore strategico che avrebbe conseguenze molto serie per la sicurezza pan-europea.” Putin sostenne che ammettere queste due nazioni nella NATO avrebbe rappresentato “una minaccia diretta” alla Russia. Un giornale russo riportò che Putin, mentre stava parlando con Bush, “accennò molto chiaramente al fatto che se l’Ucraina fosse stata accettata nella NATO, avrebbe cessato di esistere.” L’invasione russa della Georgia nel 2008 avrebbe dovuto eliminare ogni dubbio circa la determinazione di Putin di prevenire la partecipazione di Georgia e Ucraina alla NATO. Il Presidente georgiano Mikheil Saakashvili, che era profondamente impegnato nel portare il suo Paese nella NATO, aveva deciso nel 2008 di reincorporare due regioni separatiste, Abkhazia e Ossezia del sud. Ma Putin cercò di tenere la Georgia debole e divisa – fuori dalla NATO. Dopo lo scoppio dei combattimenti tra il governo georgiano e i separatisti dell’Ossezia del sud, le forze russe presero il controllo dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud. Mosca aveva segnato il suo punto. Eppure nonostante questo chiaro avvertimento, la NATO non abbandonò mai pubblicamente il suo obiettivo di portare la Georgia e l’Ucraina nell’Alleanza. L’espansione della NATO proseguì nella sua marcia con l’Albania e la Croazia, divenuti membri nel 2009.

Anche l’Unione Europea iniziò la sua espansione verso est. Nel maggio 2008, svelò la sua iniziativa di Eastern Partnership, un programma volto a promuovere la prosperità in alcuni Paesi come l’Ucraina per integrarli nell’economia comunitaria. Non sorprendentemente, i leader russi hanno inteso questo piano come ostile agli interessi della loro nazione. Questo febbraio, prima che Yanukovich fosse estromesso dal suo incarico, il Ministro degli esteri russo Sergey Lavrov accusò l’Unione Europea di star tentando di creare “una sfera di influenza” nell’Europa orientale. Agli occhi dei leader russi, l’espansione dell’EU è un sotterfugio per l’espansione della NATO. Lo strumento finale dell’Occidente per staccare Kiev da Mosca è stato il suo sforzo di diffondere i valori occidentali e promuovere la democrazia in Ucraina e in altri stati post-sovietici, un piano che spesso implica il finanziamento di personaggi ed organizzazioni pro-Occidente. Victoria Nuland, Vice-segretario di Stato per gli affari Europei ed Eurasiatici, stimò che gli Stati Uniti avevano investito più di 5 miliardi dal ’91 per aiutare l’Ucraina a raggiungere “il futuro che si merita.” Come parte di questo sforzo, il governo USA ha foraggiato il National Endowment for Democracy. La fondazione nonprofit ha creato più di 60 progetti volti a promuovere la società civile in Ucraina, ed il suo Presidente, Carl Gershman, ha chiamato quel Paese come “il prezzo più grande.” Dopo che Yanukovich vinse le elezioni presidenziali nel febbraio 2010, la NED decise che lui stava danneggiando i suoi obiettivi, e così aumentò i suoi sforzi per supportare l’opposizione e rinforzare le istituzioni democratiche del Paese. Quando i leader russi osservarono l’ingegneria sociale occidentale in Ucraina, temettero che la loro nazione potesse essere la prossima. E queste paure raramente sono infondate. Nel settembre 2013, Gershman scrisse nel Washington Post, “la scelta dell’Ucraina di unirsi all’Europa accelererà la dismissione dell’ideologia imperialista russa che Putin rappresenta.” Aggiunse: “Anche i russi si trovano di fronte a una scelta, e Putin potrebbe ritrovarsi dalla parte del perdente non solo intorno a sé, ma nella stessa Russia.”

Creare una crisi

Immagina l’indignazione americana se la Cina avesse costruito un’impressionante alleanza militare, e cercasse di includervi Canada e Messico. La tripla iniziativa politica dell’Occidente – allargamento della NATO, espansione dell’UE e promozione della democrazia – hanno aggiunto benzina su un fuoco che aspettava di accendersi. La scintilla arrivò nel novembre 2013, quando Yanukovich rifiutò un’importante operazione commerciale che lui aveva negoziato con l’Unione Europea e decise di accettare invece una controfferta di 15 miliardi dalla Russia. Quella decisione diede avvio a manifestazioni antigovernative che si inasprirono i seguenti tre mesi e che da metà febbraio portarono alla morte di un centinaio di dimostranti. Emissari occidentali si affrettarono a confluire a Kiev per risolvere la crisi. Il 21 febbraio, il governo e l’opposizione raggiunsero un accordo che permetteva a Yanukovich di rimanere al potere finché non fossero state indette nuove elezioni. Ma questo accordo cadde subito e Yanukovich fuggì in Russia il giorno dopo. Il nuovo governo di Kiev era occidentalista e profondamente anti-russo, e conteneva quattro esponenti di rilievo che si potevano legittimamente definire neofascisti. Sebbene la vera estensione del coinvolgimento degli USA non è ancora venuta alla luce, è chiaro che Washington sostenne il golpe. Nuland e il senatore repubblicano John McCain hanno partecipato alle manifestazioni antigovernative, e Geoffrey Pyatt, ambasciatore USA in Ucraina, proclamò dopo la caduta di Yanukovich che quello era: “un giorno per i libri di storia.” Come rivelò la registrazione di una telefonata, Nuland aveva sostenuto un cambiamento di regime e volle il politico ucraino Arseniy Yatsenyuk come Primo Ministro nel nuovo governo, cosa che fece. Nessuna meraviglia se i russi di tutte le convinzioni pensano che l’Occidente abbia giocato un ruolo nella caduta di Yanukovich. Per Putin, il tempo di agire contro l’Ucraina e l’Occidente era arrivato. Poco dopo il 22 febbraio, ordinò alle sue forze armate di prendere la Crimea, e poco dopo l’annetté alla Russia. Il lavoro fu relativamente facile, grazie alle centinaia di soldati russi già stanziati alla base navale nel porto di Sebastopoli. La Crimea costituiva un facile obiettivo anche perché gli appartenenti all’etnia russa compongono grosso modo il 60% della sua popolazione. La maggior parte dei quali voleva lasciare l’Ucraina. Successivamente, Putin mise grande pressione al nuovo governo di Kiev per scoraggiarlo a parteggiare per l’Occidente contro Mosca, chiarendo che avrebbe distrutto l’Ucraina come Stato funzionante prima di permetterle di diventare la roccaforte dell’Occidente alle porte della Russia. A questo fine, ha fornito consulenti, armi e supporto diplomatico ai separatisti russi nell’est Ucraina, che stanno spingendo la nazione verso la guerra civile. Egli ha disposto un grande esercito sui confini ucraini, minacciando di invadere se il governo avesse messo alle strette i ribelli. Ha inoltre innalzato improvvisamente il prezzo del gas naturale che la Russia vende all’Ucraina e ha richiesto il pagamento delle passate esportazioni. Putin sta facendo il gioco duro.

La diagnosi

Le azioni di Putin sarebbero facili da comprendere. Un’immensa distesa pianeggiante che la Francia napoleonica e la Germania nazista hanno attraversato per colpire la stessa Russia, l’Ucraina serve come stato cuscinetto di enorme importanza strategica per la Russia. Nessun leader russo tollererebbe che un’alleanza militare, che era la nemica mortale di Mosca fino a poco tempo fa, possa penetrare in Ucraina. Né nessun leader russo avrebbe temporeggiato mentre l’Occidente aiutava l’instaurazione di un governo lì, che fosse determinato a integrare l’Ucraina con l’Occidente. A Washington potrebbe non piacere la posizione di Mosca, ma dovrebbe capirne la logica che la sottende. Questa è geopolitica: le grandi potenze sono sempre sensibili alla minaccia potenziale nei territori prossimi al loro Paese. Dopotutto, gli Stati Uniti non tollerano grandi potenze distaccate impiegando la sua forza militare ovunque nell’emisfero occidentale, ancor meno sui suoi confini. Immagina l’indignazione americana se la Cina avesse costruito un’impressionante alleanza militare, e cercasse di includervi Canada e Messico. Logica a parte, i leader russi hanno spiegato alle loro controparti occidentali in diverse occasioni che loro considerano l’espansione della NATO in Georgia e Ucraina inaccettabile, insieme con i molti sforzi fatti per portare queste due nazioni contro la Russia – un messaggio che la guerra russo-georgiana del 2008 ha reso cristallino.

Funzionari dagli Stati Uniti e i loro alleati europei asseriscono di aver provato in tutti i modi a placare le paure russe e che Mosca dovrebbe capire che la NATO non ha disegni sulla Russia. In aggiunta al continuo diniego che la sua espansione era finalizzata al contenimento della Russia, l’Alleanza non ha mai operato un dispiegamento permanente di forze militari nei suoi nuovi Stati membri. Nel 2002, ha altresì creato un’organizzazione chiamata il Consiglio NATO – Russia nell’intento di promuovere la cooperazione. Per rabbonire ulteriormente la Russia, gli Stati Uniti annunciarono nel 2009, che avrebbero dislocato il loro nuovo sistema di difesa missilistico su navi da guerra in acque europee, almeno inizialmente, piuttosto che in Repubblica Ceca o in Polonia. Ma nessuna di queste misure funzionò; i russi rimasero saldamente opposti all’espansione della NATO, specialmente in Georgia e in Ucraina. Sono i russi, non l’Occidente, che in definitiva decidono cosa debba essere considerato come una minaccia per loro.

Per capire perché l’Occidente, particolarmente gli USA, non riesca a comprendere che la sua politica in Ucraina stava mettendo a nudo il progetto di fondo di un maggiore scontro con la Russia, bisogna tornare indietro a metà degli anni ’90, quando l’amministrazione Clinton cominciò a sostenere l’espansione della NATO. Gli esperti avanzarono una varietà di argomenti pro o contro l’allargamento, ma non c’era consenso sul da farsi. Molti degli europei orientali emigrati negli States e le loro famiglie, per esempio, supportarono fortemente l’espansione, perché volevano che la NATO proteggesse alcuni Paesi come la Polonia e l’Ungheria. Anche alcuni realisti favorirono questa politica perché pensavano che la Russia avesse ancora bisogno di essere contenuta.

Ma la maggior parte dei realisti si oppose all’espansione, credendo che una grande potenza declinante con una popolazione che sta invecchiando e con un’economia monodimensionale non aveva bisogno di essere contenuta. Avevano, inoltre, paura che l’allargamento avrebbe solamente dato a Mosca un incentivo per causare problemi nell’est Europa. Il diplomatico USA George Kennan articolò questa prospettiva in un’intervista nel 1998, poco dopo che il Senato aveva approvato il primo round dell’espansione della NATO: “Penso che i russi reagiranno gradualmente piuttosto sfavorevolmente e questo influenzerà le loro politiche” ha detto “Penso sia un tragico errore. Non c’era alcuna ragione per questo. Nessuno stava minacciando nessun’altro.” Gli Stati Uniti e i suoi alleati dovrebbero abbandonare il loro piano di occidentalizzare l’Ucraina e puntare a farne un Stato cuscinetto neautrale.

Molti liberali, d’altra parte, favorirono l’allargamento, inclusi molti membri chiave dell’amministrazione Clinton. Credevano che la fine della Guerra Fredda avesse trasformato nelle sue fondamenta le politiche internazionali e che un nuovo ordine postnazionale avesse rimpiazzato la logica realista che governava l’Europa. Gli Stati Uniti non erano solo la “nazione indispensabile”, come affermava il Segratario di Stato Madeleine Albright; erano anche l’egemonia benigna e perciò improbabile da essere percepita come minaccia da Mosca. Lo scopo, in sostanza, era di fare si che l’intero continente somigliasse all’Europa occidentale. E così gli USA e i suoi alleati cercarono di promuovere la democrazia nei Paesi dell’Europa orientale, di accrescere la loro reciproca interdipendenza economica, e di integrarli nelle istituzioni internazionali. Avendo vinto il dibattito negli States, i liberali ebbero poco difficoltà nel convincere i loro alleati europei a supportare l’allargamento della NATO. Dopotutto, dati i passati successi dell’UE, gli europei erano, ancor più degli USA, affezionati all’idea che la geopolitica non avrebbe più significato molto e che un ordine liberale pan inclusivo potesse mantenere la pace in Europa.

I liberali hanno così profondamente dominato il discorso sulla sicurezza europea durante la prima decade di questo secolo che anche l’Alleanza ha adottato una politica di crescita, l’espansione NATO ha incontrato una piccola opposizione realista. La visione del mondo liberale è ora un dogma accettato tra i funzionari USA. In marzo, per esempio il Presidente Barack Obama inviò un discorso sull’Ucraina in cui parlava ripetutamente circa “gli ideali” che muovono la politica occidentale e come questi ideali “sono stati spesso minacciati da una vecchia e più tradizionale visione del potere.” La risposta del Segretario di Stato John Kerry alla crisi in Crimea riflette la stessa prospettiva: “Tu semplicemente non puoi comportarti nel ventunesimo secolo alla maniera del diciannovesimo, invadendo un’altra nazione con un pretesto completamente inventato.” In buona sostanza, le due parti in causa hanno operato con schemi diversi: Putin e i suoi compatrioti hanno pensato e hanno agito in accordo con i dettami realisti, mentre le loro controparti occidentali hanno aderito alle idee liberali sulle politiche internazionali. Il risultato è che gli USA e i suoi alleati hanno inconsapevolmente provocato una grave crisi in Ucraina.

Scaricabarile

Nella stessa intervista del 1998, Kennan predisse che l’espansione NATO avrebbe provocato una crisi, dopo la quale i proponenti dell’espansione avrebbero sostenuto “che vi abbiamo sempre detto come sono fatti i russi.” Come se imbeccati, la maggior parte dei funzionari occidentali hanno dipinto Putin come il vero colpevole della difficile situazione in Ucraina. In marzo, secondo il New York Times, il Cancelliere tedesco Angela Merkel fece intendere che Putin era irrazionale, dicendo a Obama che lui era “in un altro mondo.” Nonostante abbia senza dubbio tendenze autocratiche, nessuna evidenza sostiene l’accusa che sia mentalmente squilibrato. Al contrario: è uno stratega di prima categoria che dovrebbe essere temuto e rispettato da chiunque lo sfidi sul piano della politica estera. Altri analisti asseriscono, più plausibilmente, che a Putin dispiaccia la scomparsa dell’Unione Sovietica ed è determinato ribaltarla espandendo i confini della Russia. Secondo questa interpretazione, avendo Putin preso la Crimea, sta ora tastando il polso per vedere se è arrivato il momento giusto per conquistare l’Ucraina, o almeno la sua parte orientale, e avrà infine un atteggiamento aggressivo rispetto ad altri Paesi nelle vicinanze della Russia. Per alcuni in questo campo, Putin rappresenta un moderno Adolf Hitler, e cercare una qualunque forma di dialogo con lui sarebbe ripetere l’errore di Monaco. Quindi la NATO deve ammettere la Georgia e l’Ucraina per contenere la Russia prima che questa domini i suoi vicini e minacci l’Europa occidentale.

Questo argomento cade davanti a una verifica accurata. Se Putin era impegnato a creare una grande Russia, segnali delle sue intenzioni sarebbero certamente venuti fuori prima del 22 febbraio. Ma non c’è virtualmente nessuna prova che lui fosse propenso a prendere la Crimea, e ancor meno altri territori in Ucraina, prima di quella data. Persino i leader occidentali che hanno sostenuto l’espansione della NATO non lo stavano facendo per la paura che la Russia stesse per usare la forza militare. Le azioni di Putin in Crimea li hanno presi completamente alla sprovvista e sembrano essere una reazione spontanea alla cacciata di Yanukovich. Subito dopo, lo stesso Putin disse che si era opposto a una secessione della Crimea, prima di cambiare rapidamente parere. Inoltre, anche se avesse voluto, alla Russia manca la capacità di conquistare e annettere facilmente l’est Ucraina, ancor meno l’intero Paese. Grosso modo 15 milioni di persone – un terzo della popolazione Ucraina – vive tra il fiume Dnepr, che taglia in due il Paese, e il confine russo. Una schiacciante maggioranza di queste persone vuole rimanere parte in Ucraina e resisterebbe sicuramente a un’occupazione russa. Ancora oltre, il mediocre esercito russo, che mostra pochi segnali di trasformazione in una Wehrmacht, avrebbe poche chance di pacificare tutta l’Ucraina. Mosca è anche in una posizione economica troppo critica per pagare un’occupazione dispendiosa; la sua debole economia soffrirebbe ancor di più davanti alle conseguenti sanzioni. Ma anche se la Russia vantasse un potente apparato militare e una notevole economia, sarebbe probabilmente ancora incapace di occupare con successo l’Ucraina. Basti considerare esperienze statunitensi e sovietiche in Afghanistan, le esperienze statunitensi in Vietnam e Iraq, l’esperienza russa in Cecenia per ricordare che le occupazioni militari solitamente finiscono male. Putin capisce sicuramente che provare a sopraffare l’Ucraina equivarrebbe a ingoiare un porcospino. La sua reazione agli eventi è stata difensiva, non offensiva.

Una via di fuga

Dato per assunto che molti dei leader occidentali continuano a negare che il comportamento di Putin possa essere motivato da legittime questioni di sicurezza, non sorprendentemente hanno tentato di cambiarlo, raddoppiando sulle loro politiche esistenti e hanno punito la Russia per impedire ulteriori aggressioni. Nonostante Kerry ha affermato che “tutte le alternative sono sul tavolo” nemmeno gli USA o i suoi alleati NATO sono preparati a usare la forza per difendere l’Ucraina. L’Occidente sta contando sulle sanzioni per costringere la Russia a cessare il suo supporto per l’insurrezione nell’Ucraina orientale. In luglio gli USA e l’UE hanno dato luogo al terzo giro di sanzioni limitate, mettendo nel mirino principalmente personaggi di alto profilo strettamente legati al governo russo insieme con alcune banche, compagnie energetiche, e aziende della difesa di alto livello. Hanno anche minacciato di scatenare un altro, duro giro di sanzioni, finalizzato a tutti i settori dell’economia russa.

Queste misure avranno poco effetto. Sanzioni rigide sono comunque fuori dal tavolo; i Paesi dell’Europa occidentale, specialmente la Germania, hanno resistito alla loro imposizione per paura che la Russia possa replicare con la stessa moneta e causare seri danni economici dentro l’UE. Ma, anche se gli USA potessero convincere i loro alleati a mettere in pratica misure drastiche, Putin probabilmente non altererebbe la sua condotta. La storia dimostra come i Paesi assorbiranno enormi quantità di punizioni allo scopo di proteggere i loro interessi vitali. Non c’è ragione alcuna di credere che la Russia possa rappresentare un’eccezione a questa regola. I leader occidentali rimasti attaccati alle politiche aggressive che hanno precipitato la crisi in un primo tempo. In aprile, il Vice-presidente americano Joseph Biden si incontrò con i legislatori ucraini e disse loro: “Questa è una seconda opportunità per andare avanti sulle originali promesse fatte dalla Rivoluzione Arancione.” John Brennan, il direttore della CIA, non aiutò le cose quando, lo stesso mese, visitò Kiev in un viaggio di cui la Casa Bianca disse essere finalizzato a incrementare la cooperazione sulla sicurezza con il governo ucraino.

Intanto l’Unione Europea, ha continuato a spingere la sua Eastern Partnership. In marzo, José Manuel Barroso, Presidente della Commissione Europea, sintetizzò il pensiero comunitario sull’Ucraina asserendo: “Abbiamo un debito, un dovere di solidarietà con quella nazione, e lavoreremo per averli il più vicino possibile a noi.” E, come volevasi dimostrare, il 27 giugno, l’UE e l’Ucraina firmarono l’accordo economico che Yanukovich aveva fatalmente rifiutato sette mesi prima. Sempre in giugno, al meeting dei ministri degli esteri dei Paesi NATO, era accordato che l’Alleanza sarebbe rimasta aperta a nuovi membri, nonostante i ministri degli esteri si astenessero dal menzionare per nome l’Ucraina. “Nessun Paese terzo ha un potere di veto sull’allargamento della NATO”, ha annunciato Anders Fogh Rasmussen, Segretario generale della NATO. I ministri degli esteri si sono trovati d’accordo nel sostenere diverse misure per incrementare le capacità militari dell’Ucraina in alcune aree come il comando e il controllo, logistica e cyberdifesa. I leader russi hanno naturalmente sobbalzato davanti a queste azioni; la risposta dell’Occidente alla crisi renderà soltanto peggiore una brutta situazione.

C’è comunque una soluzione alla crisi – nonostante richiederebbe all’Occidente di pensare al Paese in un modo fondamentalmente diverso. Gli Stati Uniti e i suoi alleati dovrebbero abbandonare i loro piani di occidentalizzare l’Ucraina, e invece puntare a renderla un cuscinetto neutrale tra la NATO e la Russia, simile alla posizione dell’Austria durante la Guerra Fredda. I leader occidentali dovrebbero riconoscere che l’Ucraina importa così tanto a Putin che loro non possono sostenere un regime anti-russi lì. Questo non vuol dire che un futuro governo ucraino dovrebbe essere pro-russo o anti-NATO. Al contrario, l’obiettivo dovrebbe essere un’Ucraina sovrana che non cada né nel campo russo, né in quello occidentale. Per raggiungere questo fine, gli USA e i suoi alleati dovrebbero pubblicamente escludere l’espansione della NATO in Georgia e in Ucraina. L’Occidente dovrebbe anche aiutare la formazione di un piano di recupero economico per l’Ucraina finanziato insieme con UE, Fondo Monetario Internazionale, Russia e Stati Uniti – una proposta che la Russia accoglierebbe, dati i suoi interessi nell’avere un’Ucraina stabile e prospera sul suo lato occidentale. L’Occidente dovrebbe considerevolmente limitare i suoi sforzi di ingegneria sociale dentro l’Ucraina. E’ ora di porre fine al supporto occidentale per una nuova Rivoluzione Arancione. Ciononostante, gli USA e i leader europei dovrebbero incoraggiare l’Ucraina a rispettare i diritti delle minoranze, specialmente i diritti linguistici dei russofoni.

Alcuni potrebbero argomentare che cambiando politica sull’Ucraina a questo punto potrebbe seriamente danneggiare la credibilità americana nel mondo. Ci sarebbero indubbiamente costi inevitabili, ma i costi di continuare una strategia sbagliata potrebbero essere ancora maggiori. Anzi, gli altri Paesi sono più propensi a rispettare uno Stato che impara dai propri errori e in sostanza lascia in legato una politica che funzioni effettivamente con il problema in questione. Questa opzione è chiaramente aperta agli Stati Uniti. Si sente anche la rivendicazione che l’Ucraina ha il diritto di determinare con chi essa voglia essere alleata e i russi non hanno il diritto di prevenire la partecipazione di Kiev all’Occidente. Questa è una via pericolosa per l’Ucraina di pensare le scelte di politica estera. La triste verità è che potrebbe spesso aggiustare le cose quando le grandi potenze sono in gioco. Diritti astratti come quello all’autodeterminazione sono largamente privi di senso quando Stati potenti entrano in contesa con Stati più deboli. Aveva Cuba il diritto a formare un’alleanza militare con l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda? Gli States certamente non la pensavano così e i russi pensano allo stesso modo circa la partecipazione dell’Ucraina all’Occidente. E’ nell’interesse ucraino capire questi fatti e procedere con cautela quando dialoga con il suo vicino più potente.

Anche se uno rigetta questa analisi, comunque, e crede che l’Ucraina ha il diritto di petizione per richiedere l’adesione all’UE o alla NATO, rimane il fatto che gli USA e i suoi alleati europei hanno il diritto di rigettare queste richieste. Non c’è ragione per l’Occidente di accogliere l’Ucraina se è propensa nel perseguire una politica estera sbagliata, soprattutto se la sua difesa non è un interesse vitale. Dare soddisfazione ai sogni di alcuni ucraini non merita l’animosità e il conflitto che causerebbe, soprattutto per il popolo ucraino. Certamente, alcuni analisti potrebbero ammettere che la NATO ha gestito le relazioni con l’Ucraina malamente e inoltre affermare che la Russia costituisce un nemico che potrà soltanto crescere in maniera formidabile nel tempo – e che l’Occidente di conseguenza non ha scelta se non continuare la sua attuale politica. Ma questo punto di vista è gravemente sbagliato. La Russia è una potenza declinante, e non potrà che indebolirsi col tempo. Anche se la Russia fosse una potenza emergente, a maggior ragione, non avrebbe senso incorporare l’Ucraina nella NATO. La ragione è semplice: gli Stati Uniti e i suoi alleati europei non considerano l’Ucraina di interesse strategicamente vitale, come la loro contrarietà a usare la forza militare per venire in suo aiuto ha dimostrato. Sarebbe perciò sommamente folle creare un nuovo membro della NATO che gli altri membri non hanno intenzione di difendere. La NATO si è espansa in passato perché i liberali davano per scontato che l’Alleanza non avrebbe mai dovuto onorare le sue nuove garanzie in tema di sicurezza, ma il recente gioco di potere della Russia dimostra che garantire la membership NATO all’Ucraina potrebbe spingere la Russia e l’Occidente in rotta di collisione.

Rimanere attaccati alla politica corrente complicherebbe altresì le relazioni occidentali con Mosca su altre questioni. Gli USA hanno bisogno dell’assistenza della Russia per ritirare gli equipaggiamenti dall’Afghanistan attraverso il territorio russo, raggiungere un accordo sul nucleare con l’Iran, e stabilizzare la situazione in Siria. In effetti, Mosca ha aiutato Washington in tutte e tre le questioni in passato; nell’estate del 2013, fu Putin a togliere le castagne di Obama dal fuoco incoraggiando il dialogo col quale la Siria acconsentiva a cedere le sue armi chimiche, evitando così l’attacco militare USA che Obama aveva minacciato. Gli Stati Uniti avranno anche bisogno, prima o poi, dell’aiuto della Russia per contenere la crescita della Cina. La corrente politica americana, sta comunque portando Mosca e Pechino sempre più vicine. Gli Stati Uniti e i suoi alleati europei sono davanti a una scelta per quanto riguarda l’Ucraina. Possono continuare la loro attuale politica, che esacerberà le ostilità con la Russia e devasterà l’Ucraina – uno scenario in cui tutti ne uscirebbero sconfitti. O possono cambiare marcia e lavorare per creare un’Ucraina prospera ma neutrale, che non minacci la Russia e conceda all’Occidente di ripristinare le sue relazioni con Mosca. Con questo approccio, tutte le parti in causa vincerebbero.

http://www.foreignaffairs.com/articles/141769/john-j-mearsheimer/why-the-ukraine-crisis-is-the-wests-fault

http://www.lintellettualedissidente.it/esteri-3/perche-la-crisi-ucraina-e-colpa-delloccidente-john-mearsheimer/

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