Premio Nobel

Come un Premio Nobel per la pace vi incendia il Medio Oriente

Come un Premio Nobel per la pace vi incendia il Medio Oriente

 

 “L’Impero del Chaos se non ha qualche obiettivo da colpire con un drone sembra completamente perduto”
di Federico Nero
Certo, c’è la Tunisia… Tra le rovine fumanti del mondo arabo almeno una storia incoraggiante c’è, ma il Presidente degli Stati Uniti Obama ha a che fare con il processo democratico in corso in Tunisia più o meno quanto ha a che fare con la formazione della nazionale guatemalteca ai mondiali. La verità è che in ogni luogo del Medio Oriente dove l’amministrazione americana ha messo mano e ha esercitato la sua influenza la storia passa dal completo fallimento al disastro totale. Il Medio Oriente ereditato da Obama nel 2009 nonostante i soliti problemi della regione era per lo più pacificato o stabile. In Iraq ancora c’erano violenze e attentati ma i maggiori gruppi legati ad Al Qaeda erano stati limitati. Le relazioni con i principali alleati nel Golfo Persico erano molto buone, così come quelle con gli alleati tradizionali Israele, Giordania, Egitto e Turchia. L’Iran nonostante l’istrionica propaganda di Ahmadinejad era stato contenuto e la Guardia Rivoluzionaria se ne stava a casa.
Oggi, dopo cinque anni, lo scenario è molto cambiato. 
In Siria e in Iraq il terrorismo è ormai una metastasi che ha de facto già compromesso i due paesi e annullato i confini disegnati nell’accordo franco-inglese Sykes-Picott; la Giordania, nonostante la calma apparente, è a rischio per l’emergenza umanitaria che ha raggiunto dimensioni sconcertanti e i gruppi terroristici in ascesa come mai prima. A questo punto,  dire che le relazioni con gli alleati degli Stati Uniti sono “tese” è un pallido eufemismo. Le origini di questo fallimento risiedono nell’arroganza: il nuovo presidente americano nel suo famoso (o famigerato) discorso al Cairo del giugno 2009 ha detto al mondo di avere competenze specifiche nel comprendere il mondo islamico, conoscenze “radicate nella mia esperienza” perchè “ho conosciuto l’Islam in tre continenti prima di venire nella regione dove è stato rivelato la prima volta”.
Peccato che il Presidente Obama quel giorno non ha parlato in un non-luogo immaginario chiamato “il Mondo Islamico” ma al Cairo, la capitale dell’Egitto, paese nel Medio Oriente arabo, in un luogo dove niente conta più della potenza. Obama all’epoca disse che “da ragazzo ho passato diversi anni in Indonesia e ho sentito la chiamata dell’Azaan all’arrivo del’alba e al giungere del tramonto”. Un tocco di classe, un po’ come dire che aver sentito spesso “’o sole mio” avvicina alla cultura italiana, o dire che il Colosseo di Roma è interessante perchè è piu’ grande di uno stadio di baseball, ma i governanti arabi erano piu’ interessati a sapere come il Presidente degli Stati Uniti vede la minaccia di Al Qaeda avvicinarsi ai loro paesi espandendosi dal Maghreb e dalla Penisola Arabica, o di come comportarsi con gli Ayatollah in Iran che si avvicinino sempre alla bomba atomica.
Obama ha iniziato la sua presidenza e il suo pivot mediorentale con l’idea che nella regione la questione principale fosse il conflitto israelo-palestinese. Appena cinque anni dopo, la Casa Bianca ha perso la fiducia dei leader israeliani e palestinesi, con l’Autorità Nazionale Palestinese che si rivolge ad Hamas in cerca di un governo di unità nazionale per un accordo sulla condivisione del potere in Cisgiordania e a Gaza, da un lato, e con Benjamin Netanyahu che continua a inasprire l’occupazione e la colonizzazione dei territori occupati, dall’altro. Il tutto mentre i rapporti con il  Cremlino si intensificano (con una certa discrezione, adesso c’è pure la linea telefonica anti-NSA che protegge le conversazioni dei leader di Gerusalemme e Mosca). In questi giorni in Cisgiordania imperversa la ricerca dei tre ragazzi rapiti con una popolazione palestinese che conta le vittime ed è sempre più infuriata tanto con Israele quanto con l’Autorità Nazionale Palestinese, mentre dalla Strisica di Gaza partono razzi ai quali segue la solita rappresaglia dell’aviazione israeliana. Si stanno gettando le basi per una terza Intifada, o peggio. Fallimento completo. 

In Egitto, il paese arabo più popoloso (e forse l’unica vera Nazione araba) è stato prima deposto Hosni Mubarak con la Primavera Araba, poi è arrivato il controllo dell’esercito, poi è stato eletto Mohammed Morsi e poi è tornato al potere l’esercito, perseguendo direttori dei giornali e incarcerando, nel disinteresse americano, chiunque sia troppo critico col potere vigente. Eppure, quando l’esercito ha rimosso il presidente eletto non è stato un Colpo di Stato giustificato proprio dagli analoghi comportamenti del governo autoritario del neo faraone Morsi? Gli Stati Uniti avrebbero dovuto mediare questo conflitto visto che avevano chiaramente appoggiato il siluramento del vecchio amico Hosni Mubarack, e invece hanno lasciato fare, col risultato che adesso sulla scena egiziana c’è l’esercito piu’ al potere di prima, eletto dagli egiziani sì,  ma che non si fida più degli americani come prima (nonostante i cospicui finanziamenti). Quindi, ad oggi in Egitto degli americani non si fida nè l’esercito, nè gli islamisti, nè gli attivisti democratici laici. Anche qui, il nuovo faraone Al Sisi guarda a Mosca per contro-bilanciare l’influenza americana. Fallimento completo.
Tutti questi “errori” sono ancora niente se paragonati a quello che è stato fatto e si sta facendo in Iraq e in Siria. Quando la rivolta pacifica — quella iniziale, tutta siriana, per chi se la ricorda — contro il presidente Bashar Al Assad è stata brutalmente repressa, Obama disse che Assad se ne doveva andare. Quando Assad ha usato armi chimiche, Obama ha detto che era stata oltrepassata la linea rossa (..che sia accaduto davvero oppure no, devo capire il senso della logica che qualifica il massacro a mezzo gas  “osceno” e il massacro col piombo “consentito”), ma dietro queste parole minacciose non vi era alcuna reale potenza americana e si è trattato solo di discorsi a buon mercato, chiacchiere e invettive, prodotti che in Medio Oriente sono alla portata di tutti. Gli Stati Uniti potevano intervenire o — visto che non c’era nessun alleato disponibile — potevano lasciar perdere. Invece hanno portato avanti la politica di appoggiare parti di opposizione siriana, ed è stata un disastro. Quella che doveva essere un insurrezione interna è rapidamente diventato il più grande raduno di jihadisti che si sia mai visto: si parla di una cifra compresa tra i 12.000 e i 15.000 miliziani provenienti da tutto il mondo, paesi della Lega Araba, Unione Europea, gli stessi Stati Uniti, Africa, Asia… Quando questa gente tornerà a casa con la delusione del fallimento e con la rabbia della sconfitta, si ritroveranno un background militare estremamente avanzato e un incontenibile indottrinamento fanatico. Quando Obama si insediò questo fenomeno esisteva soltanto in forma estremamente ridotta, e anche questo è il risultato dell’aver scelto di agire in Siria indirettamente senza voler agire direttamente, cioè sostenendo le milizie che poi sono andate anche in Iraq. Oltretutto, i veri registi di tutto questo disastro — i sauditi — non si stanno dimostrando per niente riconoscenti. La Siria è molto piu’ che un fallimento.

Ma torniamo all’Iraq… Credo che nemmeno Osama Bin Laden avrebbe mai sperato tanto. Dopo migliaia di miliardi di dollari spesi senza vergogna e centinaia di migliaia di morti di varie nazionalità (occidentali, iracheni e altri), l’America lascia l’Iraq per vederlo invaso con successo da quelle stesse milizie già sfuggite di mano in Siria, con il governo e le forze armate irachene incapaci di fronteggiare i miliziani dell’ISIL e con i Curdi talmente capaci di farlo che il Segretario di Stato americano chiede aiuto ai curdi, ma i curdi a quel punto pretenderebbero l’indipendenza (che nei fatti già si stanno conquistando)  e questo non piace all’alleato storico della Turchia. Inoltre, mantenere l’unità dell’Iraq  era l’obiettivo alla base di tutta la missione americana del dopo Saddam Hussein, vedere il paese smembrarsi per via settaria sarebbe la prova sul terreno del fallimento di quello che credo sia il più grande investimento bellico che si sia mai visto nell’era moderna. Adesso gli scenari che si aprono sono un autentico teatro dell’assurdo, con i curdi in cerca di indipendenza, gli iraniani pronti a soccorrere l’Iraq e con la Russia pronta a sostenere Al Maliki, che invece gli americani vorrebbero spodestare non si è capito bene per metterci chi. Forse un generale? Oppure fare delle elezioni adesso, con le teste delle vittime dell’ISIL appoggiate sui cofani degli Humvee rubati all’esercito iracheno dipinti di nero per l’occasione? Quello iracheno non è un fallimento. Quello iracheno è il Fallimento di tutta la “guerra al terrore” iniziata dopo l’11 settembre.
Parlando dell’Arabia Saudita, con l’America che si avvia a diventare un esportatore di shale gas e di petrolio, anche da quelle parti stanno allargando i loro orizzonti, con la Cina che è diventata il primo importatore di petrolio saudita dal settembre dell’anno scorso. Nel frattempo, il fatto che Stati Uniti e Iran possano avvicinarsi e cooperare in Iraq aggiunge ulteriore veleno a una situazione di diffidenza che va avanti già da tempo a causa delle divergenze sulla questione della Guerra Civile in Siria e della trattativa sul nucleare iraniano. Non bisogna aspettarsi nulla di buono nemmeno su questo fronte, perche’ la Casa di Saud ha le casseforti piene e non rimarranno seduti sul trono a guardare il loro declino.
L’Impero del Chaos se non ha qualche obiettivo da colpire con un drone sembra completamente perduto. Se L’obiettivo della politica estera americana è seminare disordine, allora ci sta riuscendo alla grande, ma fino a che punto pensano di arrivare? L’idea che le potenze regionali (per loro esistono solo potenze regionali) si lascino schiacciare a oltranza si rivelerà fallace, perchè la potenza regionale, in quanto tale, tende ad essere particolarmente apprensiva nei confronti della propria regione d’influenza e su quel terreno è perfettamente in grado di confrontatarsi con gli Stati Uniti. L’Iraq soprattutto è la prova lampante di questo: distruggi un paese invadendolo, spendi l’impossibile nel bagno di sangue che ne consegue e stabilizza il paese, poi vattene e perdi immediatamente in controllo di nuovo. Esattamente come l’Afghanistan, dove dopo tutti gli sforzi fatti per liberarlo dai talebani tutti sanno che una settimana dopo il disimpegno delle truppe occidentali tornerà ad essere dominato dai talebani nel giro di un mese o due.
La cosa che deve chiedersi l’Italia (non quel soggetto politico inesistente che è “l’Europa”) è quanto è grande il prezzo che si è disposti a pagare per la scellerata politica estera di Washington D.C. (per gli amici WC) senza che non ci sia una decisa presa di distanza da tanta incompetenza. Forse agli Stati Uniti il Chaos conviene, o forse sono davvero incompetenti come sembrano, in fondo non importa. Di sicuro, in entrambi i casi, non conviene all’Italia; e bisogna agire di conseguenza.

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