‘Gli Stati Uniti non hanno già fatto abbastanza danni in Iraq?”.

 Ron Paul

'Gli Stati Uniti non hanno già fatto abbastanza danni in Iraq?”. Ron Paul

 Obama ha dichiarato che il suo governo sta esaminando “tutte le opzioni” per fronteggiare la crisi

Nel 2006, scrive Ron Paul sul sito del Ron Paul Institute, il Gen. Odom, ex direttore della NSA, ha definito la guerra in Iraq “il più grande disastro strategico nella storia americana”, e ha aggiunto di non riuscire a capire perché il Congresso non avesse messo sotto accusa il presidente per aver spinto gli Stati Uniti in questo disastro. La storia continua a dimostrare che le valutazioni del generale erano assolutamente corrette, scrive l’ex membro del Congresso Usa.
Nel settembre del 2002, argomentando contro un attacco degli Stati Uniti all’Iraq, fu lo stesso Paul a sostenere che:
“Nessuna prova credibile è stata prodotta che l’Iraq possieda o sia vicino ad avere armi nucleari. Non esiste alcuna prova per dimostrare che l’Iraq nasconde terroristi di al Qaeda. Al contrario, gli esperti in questa regione riconoscono Hussein come un nemico di al Qaeda e un nemico del fondamentalismo islamico”.
Purtroppo, il Congresso non ha ascoltato.
Come sappiamo, la scorsa settimana la seconda città più grande dell’Iraq, Mossul, è stata presa dallo Stato islamico in Iraq e Siria (ISIS). La scorsa settimana un’al-Qaeda che non era mai stata presente in Iraq prima dell’invasione del 2003 ha minacciato di prendere la capitale, Baghdad, dopo aver facilmente sbaragliato le truppe irachene. Gli stessi esperti di politica estera che ci hanno mentito sulla guerra in Iraq, prosegue il politico americano, ora ci dicono che dobbiamo ri-invadere l’Iraq per affrontare il disastro causato dalla prima invasione! Queste persone non possono ammettere di aver sbagliato sull’invasione definita allora un “gioco da ragazzi”, che avrebbe pagato per se stessa, e così collegano gli eventi della scorsa settimana al ritiro dall’Iraq nel 2011. Ma il problema è iniziato con l’invasione del 2003 in sé, non con il ritiro delle truppe.
 L’amministrazione Obama ha detto di essere aperta a tutte le opzioni per aiutare il governo iracheno in questa crisi, tranne considerare l’invio di truppe sul terreno. Non dobbiamo dimenticare, però, che l’amministrazione non considera le Forze Speciali o la CIA “stivali sul terreno”. Quindi si può ben intuire che gli americani combatteranno in Iraq di nuovo. 
Inoltre, è probabile che l’amministrazione inizierà a inviare sempre più armi e attrezzature militari all’esercito iracheno, nella speranza che possa essere in grado di affrontare da solo l’invasione di ISIS. Dopo anni di formazione degli Stati Uniti, costati fino a 20 miliardi dollari, è improbabile che l’esercito iracheno sia all’altezza del compito. A giudicare dalla performance dei militari iracheni quando ISIS ha attaccato, molto di quel denaro è stato sprecato o rubato.
Un grande trasferimento di armi all’Iraq sarà senza dubbio favorito dal complesso militare-industriale statunitense, che non può che trarre profitto dalla situazione in Iraq. Questa mossa sarà anche appoggiata da quanti a Washington si rendono conto di quanto politicamente impopolare una terzo invasione americana dell’Iraq sarebbe a casa, ma che vogliono “fare qualcosa” di fronte alla crisi. Inviare armi di solito porta alla guerra. E, come abbiamo già visto in Iraq e in Siria, molto spesso queste armi cadono nelle mani di quella stessa al-Qaeda che dovremmo combattere!A causa della sciocca politica governativa di interventismo, gli Stati Uniti si trovano di fronte a due scelte altrettanto stupide: o investire risorse per sostenere un governo iracheno che è uno stretto alleato dell’Iran, o sostenere al-Qaida in Iraq (come abbiamo fatto in Siria). Paul opta per una terza via: allearsi con il popolo americano e non spendere un dollaro o sprecare una vita in più nel tentativo di rifare il Medio Oriente.  “Gli Stati Uniti non hanno già fatto abbastanza danni in Iraq?”, conclude Paul.

La politica estera americana in un grafico riassuntivo

La politica estera americana in un grafico riassuntivo
“No exit” di Andy Singer

Il circolo vizioso della politica estera americana in un geniale grafico riassuntivo di Andy Singer: “No exit”

Fonte: Zero Hedge

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