Il falso mito della democrazia made in USA

L’individualismo che piace tanto all’America, si trasforma in una collettività di dolore e ingiustizia nel quale l’uomo dimentica se stesso e tace. E intanto l’Occidente si trova nel solito impasse emotivo e non presta orecchio a niente, se non alla voce del potente, il “supereroe” a stelle e strisce.

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 Una delle rappresentazioni più spietate dello pseudo mito della democrazia americana si trova a Guantànamo, una baia situata nella punta sud-est di Cuba, un luogo divenuto celebre più per le atrocità perorate dalle forze americane nell’omonimo campo di prigionia, piuttosto che per la sua meravigliosa natura. I prigionieri si ritrovano alienati in un paradiso caraibico, e conducono un’esistenza dimentica dei diritti dell’uomo, vittime di un regime che professa tematiche evangeliche come uguaglianza e libertà. L’individualismo che piace tanto all’America, si trasforma in una collettività di dolore e ingiustizia nel quale l’uomo dimentica se stesso e tace. E intanto l’Occidente si trova nel solito impasse emotivo e non presta orecchio a niente, se non alla voce del potente, il “supereroe” a stelle e strisce.

Come fiore all’occhiello della guerra al terrorismo, l’11 gennaio del 2002, l’amministrazione Bush decise di aprire il campo di prigionia finalizzato alla detenzione dei prigionieri catturati in Afghanistan e ritenuti collegati ad attività terroristiche, il quale sarebbe stato diviso in tre campi: il “Camp Delta”, il “Camp Iguana” e il “Camp X-Ray” (quest’ultimo oggi chiuso). Il presidente repubblicano, nel discorso che sancì l’apertura della prigione, sottolineò che il campo sarebbe stato circoscritto al “the worst of worst” ossia il peggio del peggio dell’umanità, eppure la maggior parte dei detenuti sono rinchiusi senza aver subito un processo e senza aver ricevuto accuse specifiche. Non mancano di certo geni del male, come ad esempio alcuni vicini di Bin Laden e responsabili dell’attentato dell’11 settembre, ma di certo il criterio con cui i prigionieri sono stati e sono tuttora deportati in questo campo sono alquanto superficiali e lungi dall’essere il frutto di un preciso studio dell’intelligence americana.

Sin da subito furono sollevate pesanti accuse circa il modo in cui venivano trattati i detenuti, al limite del disumano. Se le celle potessero parlare, ci racconterebbero storie di torture, di nutrizione imposta, di violenza inaudita. Purtroppo non essendo ciò possibile, le testimonianze riportate dagli avvocati di Reprieva (organizzazione che si occupa dei diritti dei detenuti in generale e degli orrori di Guantànamo nello specifico) squarciano il silenzio degli “innocenti”, riportando storie tremende, come quella di Samir Naji al Hasan Moqbel, yemenita di nascita e catturato nel 2001 in Afghanistan mentre stava cercando lavoro, in sciopero della fame insieme a molti altri detenuti, descrivendo quanto fosse stato orribile nutrirsi via tubo nasale dopo essere stato legato ad una sedia. Oggi gli scioperi della fame stanno crescendo, i detenuti hanno deciso di rischiare la vita ogni giorno pur di richiamare l’attenzione del mondo, che sembra piegarsi alle continue archiviazioni statunitensi.

Alla fine del 2008, il neoeletto Obama manifestò la sua intenzione di chiudere il campo di Guantànamo e il 21 gennaio 2009 firmò l’ordine di chiusura del carcere (ma non della base militare). Ma rimasero parole scritte sull’acqua. Oggi il lager è ancora lì, con i suoi 171 detenuti, che non vengono né processati né giustiziati, in un limbo che conduce dritto all’inferno. Tutto tace fuori da quel campo. Gli Stati Uniti, che si autoincensano come paladini del rispetto dei diritti umani, che si attribuiscono il diritto di giudicare e condannare gli altri paesi, sventolano fieri il vessillo della libertà, contraddicendo in modo lampante i principi “sacri”, o almeno presunti tali, dei loro padri fondatori. Ed a questo proposito, a suggellare questo inspiegabile paradosso dei nostri tempi, ci interroghiamo leggendo il più celebre passo della “Dichiarazione d’indipendenza” del 1776, nel quale si legge “all men are by nature equally free and independent”. Le altre nazioni, relegando la coscienza sotto terra, chiudono gli occhi e si perdono in un triste silenzio, ma da quel campo un timido sussurro irrompe come un tuono: “Guantànamo is killing me”.

 

di Filippo Benicampi – 11/12/2013

Fonte: lintellettualedissidente

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=46744

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