Dietro le quinte dell’accordo di Ginevra con l’Iran

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundation 27/11/2013

1471103Ai negoziati di Ginevra, l’Iran e il P5+1 hanno raggiunto l’accordo che la comunità mondiale  aspettava da 10 anni. Alla base della trattativa vi erano i laici suggerimenti avanzati due anni fa da V. Putin, che hanno ottenuto nuovo slancio quando Rouhani è entrato nella carica di presidente dell’Iran, tali suggerimenti furono accettati anche dagli Stati Uniti e dai partecipanti europei alla finestra di dialogo. E’ difficile sopravvalutare l’importanza del consenso raggiunto, l’accordo è giustamente considerato storico e la volontà delle parti per il cosiddetto “accordo del secolo”  consente di compiere un passo importante verso un mondo più sicuro, soprattutto in Medio Oriente. Molto dipenderà da come l’Iran collaborerà al quadro dell’accordo interinale. Nella primavera di quest’anno c’erano pochi segnali sulla possibilità di giungere ad un accordo con l’Iran, e la probabilità che i diplomatici statunitensi e iraniani collaborassero su un progetto di accordo non poteva che suscitare scetticismo. Tuttavia, nel giugno di quest’anno c’è stato il cambio della presidenza in Iran e la nuova leadership, con la benedizione dell’Ayatollah Khamenei, ha immediatamente seguito la via della normalizzazione delle relazioni con gli USA. La Russia ha sostenuto gli sforzi dell’Iran, e i membri europei del P5+1 hanno visto la prospettiva di un riavvicinamento iraniano-statunitense con una certa dose di gelosia, temendo per i propri interessi nell’economia iraniana, e gli avversari regionali di Teheran hanno visto una minaccia diretta alla loro sicurezza nel nuovo corso del presidente Ruhani. Non solo l’Arabia Saudita, ma anche Israele hanno fortemente criticato la politica del presidente statunitense nel non disdegnare più l’Iran, ma di iniziarvi un dialogo. Ora molto dipende dalla volontà politica di Barack Obama, che ha incontrato forti resistenze al Congresso degli Stati Uniti.

Obama raggiungerà un accordo con il Congresso?
Barack Obama è stato tra i primi a supportare il nuovo accordo. In un discorso alla Casa Bianca del 23 novembre, Obama ha dichiarato che mentre questo accordo è “solo un primo passo”, è molto importante raggiungere un accordo globale sul programma nucleare iraniano. Non c’è dubbio che questa volta Washington abbia intenzione di andare avanti. Gli Stati Uniti programmano di affrontare il problema dello sviluppo nucleare iraniano, in due fasi. La prima è il raggiungimento di un accordo interinale di sei mesi che, secondo l’US National Security Advisor Susan Rice, “fermerà il progresso del programma nucleare (dell’Iran) per ridurlo con modalità precise”. La pausa di sei mesi, come previsto dagli statunitensi, dovrebbe permettere di negoziare “una soluzione completa, a lungo termine che risponda pienamente alle preoccupazioni della comunità internazionale”. Fino al raggiungimento di questo accordo, la sospensione delle sanzioni contro l’Iran sarebbe “limitata, temporanea e reversibile”. Le sanzioni restano l’argomento principale della Casa Bianca. Dal punto di vista dell’amministrazione statunitense, la leadership iraniana fa sul serio sull’accordo nucleare, solo a causa della pressione economica senza precedenti sull’Iran. Su tale base, l’amministrazione Obama cerca di convincere i senatori a non affrettarsi ad adottare altre sanzioni contro l’Iran  assicurando i membri del Congresso che lo scongelamento dei beni promesso a Teheran darà all’economia iraniana non più di 10 miliardi di dollari. In confronto con le perdite dell’Iran per le sanzioni, è una compensazione abbastanza modesto anche se vi sono ipotesi che l’amministrazione Obama alleggerisca alcune sanzioni senza una decisione del Congresso, spingendo così la nuova leadership dell’IRI ad anticipare la propria adesione.
Il desiderio di aggirare i senatori è comprensibile, la maggioranza del Congresso sostiene l’accelerazione del processo di adozione di nuove sanzioni. La sua logica è semplice: le sanzioni dure hanno costretto il governo iraniano ad accettare seri negoziati sul programma nucleare, quindi, un’ulteriore pressione sull’Iran rafforzerà la posizione degli Stati Uniti in questa finestra di dialogo. Non vedono alcun vantaggio per gli Stati Uniti nell’accordo interinale con l’Iran e chiedono misure dure contro Teheran. La posizione dei legislatori statunitensi s’accorda con l’approccio del governo israeliano che insiste sul fatto che i negoziati in corso tra gli Stati Uniti e l’IRI non hanno senso. Per ora, entrambe le camere del Congresso hanno concordato per il rinvio dell’introduzione di nuove sanzioni, e la lobby ebraica ha perso la battaglia presso l’opinione pubblica degli Stati Uniti sulla questione iraniana. Un sondaggio condotto negli Stati Uniti sulla questione dell’accordo con l’Iran ha mostrato che il 65% degli statunitensi è d’accordo con l’allentamento delle sanzioni contro l’Iran in cambio di concessioni di Teheran sul suo programma nucleare.

Israele è alla ricerca di nuovi alleati con cui sostituire gli Stati Uniti?
Per molti anni la politica estera d’Israele è stata unilaterale e orientata esclusivamente agli Stati Uniti, nonostante questo, Israele ha apertamente ostacolato i negoziati sull’accordo interinale con l’Iran, cercando di sabotare la finestra di dialogo per poi emettere un ultimatum a Teheran. La prospettiva di un riavvicinamento tra Stati Uniti e Iran significa essenzialmente che Washington rinuncia a far capitolare Teheran e, infine, al cambio del regime esistente nell’IRI. Questo è il motivo principale per lo sconforto d’Israele verso gli USA. Alla luce del deterioramento delle relazioni con Washington, secondo il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman è giunto il momento di cercare nuovi alleati che desiderino collaborare con Tel Aviv “sulla base di nuovi punti di vista sulla situazione”. Ciò indica il tentativo di riorientare completamente la politica d’Israele? Per ora non ci sono indicazioni che un tale scenario sia realistico. Mentre il capo della diplomazia israeliana ha criticato Washington per la sua disponibilità a raggiungere un compromesso con l’Iran sul programma nucleare, il ministro della Difesa di Israele Moshe Ya’alon ha incontrato il suo collega statunitense Chuck Hagel e, nonostante le controversie relative alla questione iraniana, le parti hanno confermato la prospettiva di sviluppare la cooperazione militare. Le relazioni speciali tra i responsabili della sicurezza dei due Paesi non sono in questione; l’alleanza militare tra Israele e Stati Uniti difficilmente potrà essere sottoposta a una significativa revisione nel prossimo futuro. Ma sullo sfondo della riduzione dell’autorità degli USA in Medio Oriente e dell’indecisione dell’amministrazione Obama, la retorica ostile potrebbe aumentare nelle relazioni dei due Paesi. Rimproveri si sentono in entrambe le capitali, ma i disaccordi difficilmente porteranno a misure radicali, è solo una questione di passaggi tattici a seconda degli interessi specifici delle parti nella situazione corrente. Così è stato, ad esempio, alla vigilia dell’ultimo round dei negoziati con l’Iran a Ginevra, quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, volendo disobbligare la Casa Bianca, fece un tentativo consapevolmente inutile di parlare con il Presidente Putin sull’accordo con Teheran .

La Russia aspira al ruolo degli Stati Uniti nella regione?
Non solo in Israele, ma tra gli alleati arabi degli Stati Uniti, la convinzione che essi non siano più un partner affidabile in Medio Oriente guadagna slancio. Dopo i fallimenti dei piani statunitensi in Iraq e in Afghanistan, i Paesi della regione hanno motivo di dubitare della capacità degli Stati Uniti di garantire un risultato prevedibile in Medio Oriente. Ora non è chiaro come la situazione in Egitto si svolgerà, ciò che attende la regione in connessione alla nascente ripresa delle relazioni tra USA ed Iran, come l’Arabia Saudita reagirà, se la Turchia sarà soddisfatta del suo ruolo secondario e, soprattutto, come evitare che la Siria diventi un “Afghanistan arabo”… In quasi tutti i settori si osserva l’indebolimento dell’influenza degli Stati Uniti, e nei Paesi del Medio Oriente incapaci di difendere i propri interessi si sviluppa un vuoto nell’alleanza con le grandi potenze mondiali. In tali circostanze, i leader mediorientali iniziano a rivalutare le loro relazioni con la Federazione russa, che viene sempre più considerata l’alternativa al focus strategico unilaterale su Washington.
La Russia potrebbe svolgere un ruolo importante in Medio Oriente, gli esperti considerano che il punto di svolta del suo ritorno alla regione sia la recente visita dei ministri russi al Cairo. Infatti, se la Russia, già presente nella sicurezza in Siria e dagli stretti rapporti con l’Iran, continua a sviluppare la cooperazione con l’Egitto, è del tutto possibile che ciò comporterà l’inizio di una nuova era nelle relazioni di Mosca con il Medio Oriente. Ora, per esempio, questa tendenza è diventata evidente in Iraq, il cui primo ministro Nuri al-Maliqi ha compiuto due viaggi a Mosca lo scorso anno, e neanche uno a Washington. I negoziati si concentrano sulla cooperazione sugli armamenti, indicando le serie intenzioni delle parti coinvolte. Tuttavia, non vi sono seri motivi per pensare che la Russia cerchi in questo modo di scacciare gli Stati Uniti dalla regione. Piuttosto, si può parlare del desiderio del Cremlino di essere un partner alla pari della Casa Bianca, il cui parere è tenuto in conto nella risoluzione dei problemi regionali. Di conseguenza, la Russia facilita la normalizzazione dei rapporti iraniano-statunitensi, tra cui la risoluzione del problema nucleare iraniano, così i riferimenti a trattative preliminari presumibilmente segrete tra gli statunitensi e gli iraniani, ignoti al Cremlino, non sono altro che un mito. E’ la posizione di principio di Mosca sulla soluzione del problema nucleare iraniana, ben nota ai suoi partner e rimasta immutata nei diversi anni, è stata utile ai partecipanti del P5+1, compresi gli Stati Uniti.
L’approccio della Russia si basa sul riconoscimento del diritto dell’Iran di arricchire l’uranio, come  suo diritto inalienabile nell’ambito del trattato di non-proliferazione delle armi nucleari e sull’obbligo di sottoporre il programma nucleare iraniano al controllo internazionale globale. Se si raggiunge un accordo, allora la Russia proporrà la rimozione di tutte le sanzioni. Si ricordi che la presenza delle sanzioni delle Nazioni Unite è un ostacolo all’adesione dell’Iran alla Shanghai Cooperation Organization, la cui crescente influenza è nell’interesse della pace e della stabilità dell’Asia centrale. La fuoriuscita dell’Iran dall’isolamento internazionale aumenterà l’influenza di Teheran in Medio Oriente, e questo sarà probabilmente un vantaggio per la Russia che ha una forte  partnership con l’Iran. La Russia si oppone alle sanzioni economiche e commerciali anche perché venivano sempre attribute come preparativi per la guerra, e gli Stati Uniti e Israele non hanno ancora abbandonato la possibilità di chiudere con la forza il dossier del nucleare iraniano.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

http://aurorasito.wordpress.com/2013/11/27/dietro-le-quinte-del-laccordo-di-ginevra-con-liran/

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