L’America che è stanca di combattere

I disastri della War on Terror hanno lasciato il segno e un vuoto progettuale che tarda a essere colmato

L'America che è stanca di combattere
Un’America con meno sogni e con meno progetti, troppo spesso impotente per una superpotenza onnipotente, capace di vincere qualsiasi guerra, ma non di gestirne le conseguenze.

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CHE FARE ADESSO – Ai tempi dell’amministrazione Bush l’America aveva un piano e aveva entusiasmo, il piano non era un granché, ma l’esperienza del 9/11 e l’acqua passata sotto i ponti del Vietnam avevano di nuovo fornito modi e motivi per tornare baldanzosi ad impiegare l’opzione militare. Il progetto neoconservatore, per quanto confuso, era sufficiente all’epoca per lanciare le truppe nel medioriente dietro alla bandiera dell’esportazione della democrazia, oggi i tempi sono cambiati e l’opinione pubblica americana ma sopporta anche un bombardamento “limitato” del cattivone Assad.

LA GUERRA SOSTENIBILE – Non che gli Stati Uniti nel frattempo avessero portato a termine grandi imprese, ma dalla guerra delle Falkland in poi era stata messo e punto e perfezionata quello che sarà definita la “new Western way of war”, il nuovo modo di fare la guerra, per la precisione di – poter – fare la guerra. La disfatta del Vietnam aveva infatti inibito a lungo l’uso del dispositivo militare, che Reagan aveva Ssovradimensionato per far scoppiare l’URSS nella corsa agli armamenti e che poi non era mai stato seriamente ridimensionato una volta che all’Unione Sovietica si era sostituita una Russia in cerca d’identità e con le ambizioni geopolitiche ridotte a quelle di una potenza regionale.  Presupposti compatibili con conflitti limitati nel tempo e negli impegni, ma non con l’impresa messa in piedi dai neoconservatori, che con l’intervento in Iraq non hanno esagerato solo perché hanno attaccato un paese che non poneva alcuna minaccia, ma soprattutto perché la misura dello sforzo eccedeva il sopportabile.

MANCA IL NEMICO – La minaccia cinese non sarà tale che tra più di mezzo secolo, sempre che la Cina persegua l’idea di mettere insieme un dispositivo militare che per ora non sembra nel suo interesse e lo era ancora meno nel decennio nel quale gli Stati Uniti s’impegnarono nell’ex-Yugoslavia e in Iraq nel quadro di missioni internazionali validate dall’ONU, riacquistando così fiducia nelle proiezioni militari all’estero. La dottrina del nuovo warfare occidentale si regge su un presupposto abbastanza semplice per il quale la guerra è praticabile quando il governo riesca a controllare l’informazione, quando le spese militari non impattino sull’economia e quando non ci sia un flusso di bare e d’invalidi di guerra tale da turbare la quiete pubblica e i consumi. La rapida fuga dall’intervento in Somalia, eredità avvelenata lasciata a fine mandato dal primo Bush a Clinton rispose allo stimolo di una sanguinosa battaglia per le strade di Mogadiscio, mentre altrove maturava in silenzio il Plan Colombia, che imporrà un intervento militare ed economico ultradecennale, alimenterà una carneficina nel paese e premierà con l’assistenza americana l’ascesa al potere di alleati dalla reputazione più che dubbia. Un intervento largamente sottovalutato nelle sue dimensioni e nella sua durata, ma alla fine degli anni ’90 la Colombia era il maggior percettore di aiuti americani in tutto l’emisfero occidentale, ed erano soldi e uomini che andavano formalmente per combattere la droga, in realtà dispersi in una sanguinosa guerra civile. Pur sempre investimenti economici sopportabili, che resteranno sostanzialmente invariati anche durante la guerra al terrore, con gli “istruttori” americani impegnati nel paese insieme al resto che non accusavano una mortalità sensibile e l’opinione pubblica americana largamente indifferente. La droga non è stata sconfitta, ma Washington a Bogotà mantiene un piede saldamente piantato in un Sudamerica abbastanza stanco delle ingerenze americane, anche se è una magra consolazione in un panorama fallimentare che ha registrato persino l’incredibile golpe fallito in Venezuela. Le migliaia di vittime di questo conflitto sono ricordate solo in Colombia.

LA GUERRA D’OCCUPAZIONE- L’impegno in Iraq invece ha avuto tutta un’altra dimensione ed è stato condotto con un tale sprezzo dei conti che ne ha amplificato di molto l’impatto sul bilnacio, in più ha comportato un’occupazione militare gestita in maniera fallimentare e controproducente. Il secondo mandato all’amministrazione che aveva combinato il disastro ha prolungato l’errore, ma la guerra è rimasta a lungo sopportabile perché le bare tornavano di nascosto e perché l’amministrazione Bush finanziava con generosità la guerra con il debito, buttando tanti soldi in “sicurezza” e spese militari da arricchire molti e tale da generare ulteriori propaggini del famoso complesso militar-industriale. Dalle aziende che forniscono il personale per i controlli negli aeroporti al sorgere e prosperare delle Compagnie Militari Private, evanescenti società d’azioni che dopo gli esordi avventurosi sono stati assorbiti dai colossi della difesa, che con Bush hanno finito per soddisfare buona parte dello sforzo bellico, esternalizzato e privatizzato a ridurre l’impegno formale di truppe. L’unico risparmio in Iraq fu proprio quello sulnumero delle truppe, da molti giudicate insufficienti, ma c’è da considerare che altrettanti erano mercenari e contractors addetti alla logistica e a compiti speciali, anche al combattimento.

GLI INGRATI – Lo sforzo non ha pagato, e Washington non ha lucrato nemmeno la gratitudine degli iracheni, la scarpa lanciata da un giornalista iracheno a Bush resterà la migliore sintesi dell’intervento dal punto di vista più condiviso dagli iracheni. Che pur occupati dalle truppe americane e divisi da rivalità sanguinarie, si sono espressi appena possibile per allontanare i soldati di Washington dal paese. E lo stesso ha fatto l’afgano Karzai, che a differenza degli iracheni ha bisogno degli americani come l’aria, visto che ancora oggi il 90% del Pil del paese è generato dagli aiuti. Non molto meglio è andata in altri contesti, dallo Yemen alla Somalia, dove l’onnipotenza americana o la soverchiante capacità militare degli alleati di Washington non hanno portato alcuno dei risultati auspicabili, per non parlare della campagna con  droni in Pakistan, sostenibile economicamente, a zero perdite, ma alla fine solo un sanguinoso tiro a segno che potrebbe durare in eterno senza concludere nulla e dalla dubbia sostenibilità etica e legale.

LE ARMI NON BASTANO – Il nuovo warfare ha mostrato i suoi limiti alla prova dei fatti e quello che oggi preoccupa gli strateghi di Washington è che gli Stati Uniti, nonostante l’indiscussa superiorità militare, è che l’impiego dello strumento militare non si è quasi mai rivelato risolutivo e, peggio, anche gli alleati che dipendono in tutto e per tutto da Washington si sono rivelati fantocci capaci di avanzare agende proprie alla faccia dei loro mecenati. Il caso di Karzai in questo senso è clamoroso. Il trascinarsi della guerra all’estremismo islamico, l’incertezza delle primavere arabe, una capacità d’influenza che non è più quella di una volta e la sostanziale inutilità di uno strumento militare elefantiaco congiurano oggi nel deprimere la capacità immaginativa degli strateghi militari e già l’amministrazione Obama ha remato in direzione di un sostanziale ripiegamento, ma è un fatto che la capacità d’influenza internazionale americana, pur rimanendo enorme, è grandemente scemata. Il peso di Washington non è riuscito ad indirizzare dove voluto le primavere arabe, dove spesso gli americani hanno scommesso su cavalli zoppi e dove quasi sempre hanno mancato di determinazione nel difenderli.

L’IMPOTENZA – L’ultimo show down con Assad è un altro fallimento esemplare in questo senso, anche se Obama può dire che il siriano si sia piegato alle minacce americane. Nei fatti gli americani non sono stati capaci d’imporsi ai paesi del Golfo, hanno lasciato a Netanyahu la libertà di farsi beffe della comunità internazionale e hanno regolarmente faticato a imporre la loro volontà anche agli alleati storici, lo storico voto britannico “contro” l’idea americana di attaccare la Siria risuona ancora nei corridoi di Washington, che ora con il datagate si trova anche a dover fronteggiare l’ira dei partner europei. Un decennio di guerre dall’invasione dell’Iraq non hanno cancellato il terrorismo, non hanno ricostruito Kabul e Baghdad, non hanno dato un governo stabile a uno solo dei paesi “aiutati” da Washington a questo scopo, non hanno democratizzato il medioriente e non hanno modernizzato le monarchie del Golfo, che proprio di recente hanno minacciato di abbandonare la vicinanza agli Stati Uniti, che li hanno delusi perchè non han più voglia di bombardare l’Iran. I sauditi incidentalmente erano quelli che maggiormente avevano bisogno di democrazia e di smetterla di allevare fanatici religiosi, ma hanno promesso che avrebbero concesso più libertà subito dopo il 9/11 e poi nel tempo hanno invece alzato il livello della repressione e dell’arbitrio, divenendo fattori destabilizzanti per il resto dei paesi arabi, nei quali i sovrani del Golfo hanno riversato miliardi sostenendo la reazione, se non addirittura la guerriglia qaedista come in Siria. Alleati affidabili come i pachistani.

THE NEW AMERICAN CENTURY – A una potenza militare ed economica senza paragoni corrisponde quindi una capacità d’intimidazione reale molto relativa, sostanzialmente figlia dell’idea di comandare attraverso soggetti inaffidabili anche quando si sottrae il governo ai locali, come nel caso dei fallimentari governatori americani in Afghanistan e Iraq, capaci di evaporare pallet di dollari contanti senza ottenere in cambio alcun risultato apprezzabile dai provvisoriamente governati o dai contribuenti americani. Un bel problema, l’impareggiabile dominio dei cieli, dei mari e dello spazio si rivela in fondo utile solo a portare distruzione, ma distruggere non basta e Washington non può pensare di esercitare la sua influenza minacciando la distruzione di chi non s’adegua. Il nuovo ordine mondiale si è rivelato un sogno imperialistico zoppo, lo strumento militare non è sufficiente a sciogliere le complessità o a piegare le leadership dei paesi nemici. Non meglio con quelli amici, già logorati dall’invadenza americana e da una crisi che è nata negli Stati Uniti e che gli americani non hanno nemmeno visto arrivare, impegnati com’erano a esportare democrazia e liberismo suicida.

LA MISSIONE – Il problema oggi a Washington è che si sente da anni il bisogno di una missione capace di dare un senso all’enorme dispositivo militare, ma una missione del genere non c’è perchè non c’è alcun avversario militarmente all’altezza, l’ultimo duello aereo affrontato da aerei americani è stato nel 1991 in Iraq, di battaglie navali neppure a parlarne, gli americani possono permettersi di fare i tiro al piccione contro quasi tutti i paesi del mondo. Ma questo non è sufficiente a perseguire i loro obiettivi in un contesto nel quale l’emancipazione economica di molti paesi riduce la dipendenza dagli aiuti e dalle forme tradizionali di condizionamento. Continuare o esaurire la guerra al terrore è una parte relativa dei dilemmi che la leadership americana deve cercare di risolvere per ridarsi un senso e ricostruire un’immagine danneggiata pesantemente anche dalle ipocrisie esposte dai cable di Wikileaks o dalle rivelazioni di Snowden.

ARMI SPUNTATE – Il fallimento di tattiche come quelle della contro-insorgenza è plateale, il volere di Washington fatica ad affermarsi quasi ovunque e comincia a sentirsi la mancanza di una missione credibile per l’elefantiaco apparato militare, per non dire di quello dedicato alla “sicurezza” domestica, che ha visto anche l’utilità delle spese per la NSA messe in discussione dalle recenti rivelazioni, anche in questo caso infatti all’enorme investimento e alla schiaccciante superiorità tecnica non sembra siano derivate utilità minimamente paragonabili, basta pensare che parte della sorveglianza era dedicata alla “sicurezza dei mercati” e che non ha portato in galera un solo banchiere tra quanti hanno fatto disastri. Sventolare dollari e una grossa pistola non basta più per ottenere obbedienza, perché manca quel tipo di collante ideologico e di solidarietà legittimante di cui hanno goduto gli Stati Uniti prima in nome dell’anticomunismo e poi a seguito del 9/11.

IL CAPITALE MORALE – Un capitale prezioso che l’amministrazione Bush ha dilapidato in fretta e che Obama non ha saputo ricostituire in alcun modo, potendo godere appena del sollievo provocato dalla sparizione del suo predecessore e dall’offrire un’immagine decisamente più accettabile, anche se non quella di un leader capace di offrire al mondo una visione internazionale attorno alla quale raccogliere consenso. Se gli Stati Uniti vogliono mantenere e giustificare il loro apparato militare e la loro invadenza al di furori dei loro confini, hanno l’evidente bisogno di una nuova missione, di una visione capace di dargli un senso e al tempo stesso un’immagine meno invadente, maldestra e arrogante di quella costruita negli ultimi anni, nei quali insieme a tutto il resto è evaporata anche buona parte della loro capacità d’intimidazione. Posto che è difficile immaginare un drastico ridimensionamento degli investimenti militari o di quelli legati alla sorveglianza globale e domestica, l’esigenza si farà sempre più impellente con il passare del tempo e probabilmente investirà con maggiore evidenza la prossima amministrazione, visto che questa non sembra avere le risorse per affrontare il problema e forse nemmeno la sua percezione.

di  – 30/10/2013 –

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