Gli Stati Uniti d’America non sono più indispensabili

Il saggio di Vali Nasr

 

Dall’Afghanistan alla Primavera araba: atto d’accusa contro la confusa politica estera di Barack Obama

The Unfinished Flag of The United States, Lawrence Ferlighetti (City Lights Bookstore)

Questo è uno di quei casi in cui il prefisso fa la differenza: l’America non è più l’indispensable nation di cui parlava con orgoglio Bill Clinton, quando la guerra fredda era alle spalle e qualche politologo proclamava «la fine della storia». L’America vorrebbe, ma non può, potrebbe, ma non fa, farebbe ma non vuole. In altre parole, è diventata una dispensable nation, o almeno si sente tale, sostiene Vali Nasr, rettore della School of Advanced International Studies della Johns Hopkins University.

Nasr ha lavorato a fianco di Richard Holbrooke, rappresentante speciale di Barack Obama in Afghanistan e in Pakistan (morto d’infarto nel dicembre 2010), e ha scritto un saggio, The dispensable nation – uscito a aprile negli Usa, ma non ancora tradotto in italiano – che è utile leggere per mettere a fuoco la politica estera del 44° presidente degli Stati Uniti. Il suo è il grido di delusione di chi vede il proprio Paese andare nella direzione opposta a quella sperata. Talvolta le critiche di Nasr ad Obama paiono eccessive, e probabilmente risentono della campagna svolta per Hillary Clinton alle primarie democratiche, un impegno che viene più volte rivendicato. Il saggio, però, è molto chiaro nell’analizzare tutte le principali tematiche relative al Grande Medio Oriente, quell’area che va dalle coste del Mediterraneo fino all’Afghanistan e al Pakistan. Ogni capitolo è dedicato ad un argomento specifico. Significativamente, la questione palestinese non viene trattata, se non in maniera residuale. L’approccio analitico è sempre lo stesso: la posizione esposta da Obama in campagna elettorale, i problemi nati sul campo, le soluzioni trovate, i limiti di queste scelte, il possibile approccio per il futuro, partendo da un presupposto: l’America deve ritenere se stessa indispensabile, lasciare da parte i propositi di ritirata e abbracciare una prospettiva che serva al tempo stesso i propri interessi e la stabilità globale. Ogni racconto mostra un elemento comune alle policy obamiane, la volontà di non prendere ma decisioni strategiche, ma di voler soddisfare sempre l’opinione pubblica. Il proverbiale pragmatismo del presidente diventa un limite nel momento in cui esprime la mancanza di una strategia, l’assenza di una visione chiara e coerente della leadership americana. Si procede a tentoni, ci si adatta agli eventi, piuttosto che guidarli secondo la propria Weltanschauung.

Nasr parte dall’ambito che conosce meglio, l’Afghanistan, the good war , per distinguerla dal pantano iracheno. Nella visione del presidente, una guerra di necessità, non una guerra di scelta. Anche qui l’accusa è di avere seguito i sondaggi, per cui in un primo momento la Casa Bianca ha abbracciato la causa afghana e poi, quando il popolo americano ha cominciato a mostrare stanchezza verso un conflitto decennale, ha dichiarato vittoria e ha preparato le valigie, come se non vi fossero più interessi in ballo. Nasr, seguendo Holbrooke, critica soprattutto la decisione di affidarsi ai militari, piuttosto che ai diplomatici. Nel 2009, infatti, il soldato riluttante Obama annunciò l’aumento delle truppe e optò per la strategia di counterinsurgency voluta dal Pentagono, quella stessa che, sotto l’egida del generale Petraeus, aveva funzionato egregiamente in Iraq. Ma quando, nel 2011, fu chiaro che l’impegno sarebbe stato oneroso, dichiarò che gli Stati Uniti sarebbero tornati a casa entro il 2014. Un annuncio che, sostiene l’autore, svuotò di sostanza il leverage di Washington nei confronti dei talebani, proprio nel momento in cui gli Usa avevano aperto un dialogo coi fondamentalisti. Il passaggio dal fight and talk al talk while leaving ridusse il margine della trattativa.

L’approccio di Holbrooke differiva da quello dei militari. Il diplomatico riteneva che fosse necessaria un’intesa complessiva, che coinvolgesse i vicini più importanti, Iran e Pakistan, e tutti i principali attori regionali, India, Arabia Saudita, Russia. Washington avrebbe dovuto concedere qualcosa a Islamabad – ad esempio il riconoscimento della Durand Line come linea di confine con l’Afghanistan – in cambio della collaborazione alla stabilizzazione dell’Afghanistan. E invece sono prevalsi i sospetti, quelli del Pakistan verso l’India, quelli degli Stati Uniti verso il Pakistan, e il gioco afgano è rimasto a somma zero. Gli Usa avrebbero dovuto stipulare un’intesa anti–talebana con l’Iran, che aveva giocato un ruolo importante durante la Conferenza di Bonn, nel 2011, da cui erano scaturiti un nuovo governo afghano e una nuova Costituzione, dopo l’intervento della Nato a Kabul. Ma la Casa Bianca, per via della questione nucleare, non è riuscita a far rientrare Teheran nel consesso internazionale, da cui era stata espulsa quando George W. Bush l’aveva inserita nel famigerato “Asse del Male”.

Il più grave errore, ripete Nasr, fu però l’incapacità di costruire un vero engagement con il Pakistan, un Paese che, per usare le parole del suo presidente, Ali Zardari, era come la compagnia di assicurazioni AIGtoo big to fail, troppo pericoloso, troppo strategico per essere abbandonato. L’ex braccio destro di Holbrooke critica la scelta di Obama di affidarsi unicamente ai droni – uno strumento ad alta intensità di lavoro, al contrario di quello che si pensa comunemente, perché richiede una lunga preparazione di intelligence, anche da parte delle autorità locali – e individua nel 2011 l’anno della rottura definitiva nel rapporto fiduciario tra i due Paesi: prima il caso di Raymond Davis, contractor della Cia incarcerato per avere ucciso un pakistano, fino all’operazione di Abbottabad, che portò alla morte di Osama bin Laden. Certo, le responsabilità di Islamabad sono notevoli, concede l’autore, anche perché i talebani, dopo la cacciata da Kabul, ricostruirono la propria rete proprio in Pakistan, sotto gli occhi di Musharraf. Ma gli Usa avrebbero dovuto trovare un’intesa, perché la questione afghana era tutt’uno con quella pakistana (fu proprio Holbrooke a coniare il termine AfPak). Washington avrebbe dovuto lanciare una sorta di piano Marshall, concedere aiuti economici molto più consistenti, molto più duraturi e molto più visibili.

Sull’Iran va fatta una considerazione preliminare. Il libro è stato pubblicato prima dell’operazione charme lanciata dal presidente Rohani e del dialogo avviato tra Washington e Teheran. Nasr sostiene che, malgrado l’iniziale mano tesa, l’approccio di Obama alla questione nucleare, fatto di pressione economica e attacchi cibernetici, è stato molto muscolare, non dissimile da quello di Bush, tanto da spingere gli ayatollah a ritenere che il vero obiettivo della Casa Bianca non fosse lo stop al programma atomico quanto la caduta del regime. L’autore scrive che, a differenza del suo predecessore, Obama è riuscito a costruire un consenso internazionale intorno alle sanzioni, ma accusa gli Stati Uniti di avere sostanzialmente boicottato i tentativi di intesa altrui, come l’iniziativa portata avanti nel 2010 da Brasile e Turchia, malvista da Israele, ma sottoscritta dallo stesso Ahmadinejad. Nasr teme che le sanzioni portino al caos e vede in un serio engagement l’unica vera opportunità. Una prospettiva che le ultime mosse diplomatiche, per quanto ancora allo stadio embrionale, sembrano avvicinare.

Capitolo Iraq. Qui il capo di imputazione è un altro, aver ritenuto che gli Stati Uniti potessero disinteressarsi di ciò che accadeva a Bagdad. L’autore ricorda la trattativa con il governo Maliki riguardo alla permanenza nel Paese di un contingente americano, dopo la partenza della gran parte delle truppe, che già George W. Bush aveva fissato per il 2011. L’intesa non fu trovata, perché Washington pretendeva l’immunità giuridica, ma in ogni caso i 10.000 soldati prospettati da Obama non sarebbero state sufficienti a garantire la sicurezza (ne sarebbero serviti almeno 25.000, dice Nasr, per il quale l’Iraq è la cartina di tornasole della capacità americana di ridisegnare il Medio Oriente, il metro attraverso cui si misurerà la sua eredità in quest’area).

Il presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama (Afp)

Anche sulla primavera araba l’ex-collaboratore di Holbrooke è molto duro: «L’amministrazione Obama non ha mai avuto una strategia per capitalizzare le opportunità fornite dalla primavera o per prepararsi a un suo potenziale fallimento. L’America non può decidere il destino della regione, ma deve sapere chiaramente quali sono i suoi interessi. La postura lean back and wait non è sufficiente». La mancanza di coesione strategica ha portato ad episodi imbarazzanti, come quello avvenuto in Egitto, quando l’inviato di Obama, Frank G. Wisner, si ritrovò a parlare del ruolo di Mubarak nella transizione alla democrazia proprio mentre il presidente ne chiedeva le dimissioni immediate. In questa sezione si percepisce la vicinanza dell’autore a Hillary Clinton, che avrebbe preferito al Cairo un passaggio più graduale, per dare modo ai liberali di organizzarsi, evitando di farsi travolgere dalla marea islamista. La decisione di sostenere il change egiziano, peraltro, faceva a pugni con l’alleanza ferrea con le monarchie del Golfo (vedi alla voce “repressione in Bahrein”), né Obama aveva intenzione di assumere un ruolo guida all’interno di questo processo (a differenza di quanto era avvenuto con l’Est Europa negli anni Novanta). Per Nasr, invece, lo sviluppo economico è la chiave per il successo della democrazia in Medio Oriente.
In una fase di profonda trasformazione, in cui l’asse del mondo arabo si sta spostando dall’Egitto al Golfo Persico, dalle élite alle masse, e le leadership tradizionali appaiono in discussione – Nasr dubita della stessa sostenibilità, sul lungo periodo, del regno saudita – gli Stati Uniti non possono tirarsi indietro. Anche perché, in caso di completa ritirata, ad approfittarne sarebbe il principale competitor di Washington, la Cina.

Lo spostamento delle attenzioni americane verso l’Estremo Oriente è già in atto. In un discorso del gennaio 2012, in cui annunciò la fine dell’impegno internazionale a lungo termine – niente nation building con forte impronta militare, più marina e aviazione, meno esercito – Obama chiarì che lo sguardo degli Stati Uniti andava rivolto verso l’Asia orientale e il Pacifico. Con l’espressione “Pivot to Asia” Hillary Clinton espresse lo stesso concetto, in un articolo uscito su Foreign Policy. Per Nasr, però, questo slogan va inteso dal punto di vista concettuale, e non meramente geografico. Anzi, la grande rivalità tra Cina e Usa si deciderà proprio in Medio Oriente, una regione che a Pechino viene chiamata, in maniera significativa, West Asia.
Tra l’Asia Occidentale e quella Orientale, per i cinesi, c’è completa interconnessione. Del resto, nel 2010 l’export del Dragone nell’area mediorientale è stato doppio rispetto a quello americano. In futuro il mercato del petrolio e del gas del Golfo dipenderà quasi totalmente dagli acquirenti asiatici, Cina e India. E Pechino sta cercando di costruire rapporti privilegiati con varie pedine dello scacchiere continentale: la Turchia, il Pakistan, l’Iran.

Di fronte a questa sfida la risposta degli Usa non può essere il disimpegno. Dalle pagine di Nasr emerge tutto l’orgoglio di essere americani: «Non credo che gli Stati Uniti siano in declino, ma è essenziale come si esercita il potere e come si vede il proprio ruolo nel pianeta. Il sistema costruito dall’America ha bisogno di essere guidato dall’America. Gli Stati Uniti restano la pivotal nation, ma il mondo è cambiato, per cui deve cambiare anche la leadership americana».
L’autore suggerisce una strategia: costruire istituzioni multilaterali anche in Medio Oriente e coinvolgervi la Cina. In caso di ritirata di Washington nascerebbe un grande Medio Oriente a immagine e somiglianza di Pechino, «illiberale e mercantilista», una prospettiva tutt’altro che rassicurante.

Twitter: @vannuccidavide

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/usa-the-dispensable-nation#ixzz2j0jKtVg5

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