I droni di Obama

Pakistan: i droni di Obama

di Mario Lombardo

Nella primissima mattinata di mercoledì, gli Stati Uniti hanno lanciato un bombardamento in una località del Waziristan del Nord che ha assassinato il numero due dei talebani attivi nel paese centro-asiatico e almeno altre quattro persone. L’operazione condotta dalla CIA, che ha interrotto un periodo relativamente lungo senza incursioni di droni in territorio pakistano, rappresenta con ogni probabilità un messaggio lanciato da Washington al Primo Ministro entrante, Nawaz Sharif, e contraddice la promessa fatta la settimana scorsa dal presidente Obama di porre un freno alla valanga di eccessi e illegalità messe in atto in oltre un decennio di “guerra al terrore”.

La vittima più illustre del blitz americano di questa settimana è Wali ur-Rehman, il secondo in comando della coalizione di gruppi militanti integralisti Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP), più comunemente conosciuti come Talebani Pakistani, operanti nelle Aree Tribali al confine con l’Afghanistan.

Secondo le testimonianze riportate dai media occidentali, attorno alle tre del mattino di mercoledì alcuni missili sono caduti su un’abitazione alla periferia di Miranshah, la principale città del Waziristan del Nord, uccidendo, oltre a Rehman, due jihadisti uzbeki e ferendo almeno tre bambini.

La morte di Rehman è stata inizialmente confermata dalle autorità pakistane e solo giovedì dal portavoce ufficiale di TTP, Ehsanullah Ehsan. Sulla testa di Rehman era stata messa una taglia di 5 milioni di dollari dagli Stati Uniti, i quali lo accusavano di avere organizzato svariati attacchi contro le forze di occupazione americane in Afghanistan e di essere coinvolto nell’attentato suicida commesso da un doppio agente giordano nel dicembre 2009 che uccise sette dipendenti della CIA in una base della provincia di Khost, al confine con il Pakistan.

Soprattutto, però, Rehman era considerato relativamente moderato rispetto al leader dei Talebani Pakistani e suo diretto superiore, Hakimullah Mehsud. La sua morte, perciò, potrebbe rendere ancora più improbabile l’avvio di un già complicatissimo processo di riconciliazione con il governo civile di Islamabad.

Nei commenti pubblicati in questi giorni dai giornali americani, Rehman viene definito come un militante in grado di risolvere pacificamente le dispute tra le varie fazioni jihadiste, nonché contrario agli attacchi indiscriminati contro i civili spesso portati a termine dai Talebani. Inoltre, lo stesso comandante sembrava avere legami con svariati partiti religiosi pakistani che si erano offerti di mediare tra il governo e i Talebani.

Una qualche speranza di trovare un’intesa per far diminuire il livello di violenza in Pakistan era emersa in seguito al successo nelle elezioni dell’11 maggio scorso della Lega Musulmana del Pakistan-N (PML-N) di Nawaz Sharif, il quale in campagna elettorale aveva più volte criticato l’uso dei droni nel proprio paese da parte degli Stati Uniti e lasciato intravedere la volontà di aprire un dialogo proprio con Tehrik-i-Taliban.

All’inizio della scorsa settimana, ad esempio, il premier in pectore aveva ribadito pubblicamente la necessità di perseguire un processo di pace “per il progresso e lo sviluppo del paese”, aggiungendo che il suo governo si adopererà per “il dialogo, rispondendo all’offerta di pace dei Talebani”.

In una dichiarazione rilasciata giovedì al quotidiano pakistano The Express Tribune, il portavoce di TTP ha però inevitabilmente annunciato che la sua organizzazione intende ritirare l’offerta di dialogo fatta al nuovo governo. Ehsan, inoltre, ha attribuito l’intera responsabilità degli attacchi con i droni nelle Aree Tribali all’esecutivo di Islamabad, colpevole di passare agli americani informazioni cruciali per localizzare i militanti.

L’assassinio di Rehman da parte degli americani, perciò, sembra assestare un colpo mortale alle già esili prospettive di pace che avrebbero potuto teoricamente determinare una limitazione delle attività “anti-terroristiche” americane in territorio pakistano.

Dal momento che Nawaz sta per ultimare le trattative attorno alla formazione del suo prossimo governo, l’incursione con i droni della CIA di mercoledì può dunque essere considerata come un messaggio preliminare lanciato da Washington a Islamabad a non abbassare la guardia nella lotta all’integralismo islamico in Pakistan, ovvero a non deviare dalla strada percorsa dal precedente gabinetto, fedele esecutore delle politiche statunitensi nonostante la diffusa ostilità della popolazione.

Il ritorno dei droni nei cieli del Pakistan questa settimana, come anticipato in precedenza, giunge poi a pochi giorni di distanza da un importante quanto contraddittorio discorso tenuto da Obama presso la National Defense University di Washington. Nel suo intervento di giovedì scorso, l’inquilino della Casa Bianca aveva in sostanza ammesso la totale illegalità dei metodi più discussi utilizzati dagli Stati Uniti, compresa la sua amministrazione, nell’ambito della “guerra al terrore”.

Esprimendo le inquietudini di alcune sezioni della classe dirigente d’oltreoceano, preoccupate per il venir meno della legittimità di un sistema di potere che ha ormai istituzionalizzato il ricorso a metodi di governo profondamente antidemocratici, Obama si era perciò impegnato a modificare, tra l’altro, la gestione del programma “anti-terrorismo” basato sull’impiego dei droni.

In particolare, il presidente democratico aveva annunciato una revisione di questo stesso programma, così da renderlo più trasparente, sottraendolo in alcuni casi alla CIA – incaricata delle incursioni in Pakistan – per assegnarne la completa responsabilità al Dipartimento della Difesa.

Sia pure limitata e del tutto inadeguata a mettere fine ad un programma palesemente illegale, questa presunta svolta prospettata da Obama è apparsa da subito poco più che una farsa. Infatti, come ha spiegato giovedì il New York Times, “fin dai giorni successivi al discorso del presidente, membri della sua amministrazione hanno chiarito dietro le quinte che i nuovi standard [per la gestione della campagna con i droni] non sarebbero stati applicati al programma condotto dalla CIA in Pakistan”, almeno “fino a quando le truppe americane rimarranno in Afghanistan”.

Questa eccezione per “il teatro di guerra afgano” – all’interno del quale, per gli USA, rientra anche il Pakistan – è stata alla fine confermata dall’incursione di mercoledì che ha eliminato il numero due dei Talebani Pakistani.

Nonostante le promesse di maggiore trasparenza e l’affermazione inequivocabile fatta da Obama circa l’incompatibilità con la democrazia degli assassini con i droni, gli Stati Uniti hanno così già chiarito che questa campagna di morte illegale nel territorio di un paese sovrano continuerà ancora a lungo.

Secondo alcune stime, la CIA ha condotto più di 360 attacchi con i droni in Pakistan a partire dal 2004, uccidendo migliaia di civili innocenti, considerati nient’altro che “danni collaterali” di assassini mirati di semplici militanti o, in misura decisamente minore, di esponenti di spicco delle formazioni jihadiste attive al confine con l’Afghanistan.

Come ha messo in luce un rapporto di qualche mese fa delle università di New York e Stanford, la campagna con i droni in Pakistan non causa soltanto un numero altissimo di morti tra i civili ma ha ormai trasformato la vita dei residenti delle zone colpite in un vero e proprio incubo. Qui, infatti, adulti e bambini vivono in uno stato di perenne terrore, con “la consapevolezza di essere totalmente indifesi” di fronte ad un attacco dal cielo che potrebbe giungere in qualsiasi momento.

http://www.altrenotizie.org/esteri/5512-pakistan-i-droni-di-obama.html

A Sigonella i droni killer degli Stati Uniti d’Americadi Antonio Mazzeo – 02/06/2013

Prima gli aerei-spia Global Hawk e una forza di pronto intervento del Corpo dei marines, adesso pure i velivoli senza pilota MQ-1 Predator per bombardare Maghreb, Sahel e Corno d’Africa. Da qualche mese nella grande stazione aeronavale di Sigonella vengono ospitati in gran segreto una flotta dei famigerati droni che US Air Force e CIA utilizzano nei maggiori scacchieri di guerra internazionali: Afghanistan, Pakistan, Yemen, Somalia, regione dei Grandi Laghi, Mali. Niger.

 

A rivelare la presenza in Sicilia di non meno di sei Predator Usa da ricognizione e attacco è l’Osservatorio diPolitica Internazionale, un progetto di collaborazione tra il CeSI (Centro Studi Internazionali), il Senato della Repubblica, la Camera dei Deputati e il Ministero degli Affari Esteri. “La presenza dei droni temporaneamente basati a Sigonella ha fondamentalmente lo scopo di permettere alle autorità americane il dispiegamento di questi determinati dispositivi qualora si presentassero delle situazioni di crisi nell’area nordafricana e del Sahel”, esordisce il rapporto sui velivoli senza pilota Usa in Sicilia, pubblicato nei giorni scorsi dall’Osservatorio. “Ai tumulti della Primavera Araba che hanno portato alla caduta dei regimi di Tunisia, Egitto e Libia ha fatto seguito un deterioramento della situazione di sicurezza culminato nel sanguinoso attacco al consolato di Bengasi e nella recente crisi in Mali, dove nel gennaio scorso la Francia ha lanciato l’Operazione Serval. In considerazione di tale situazione, la Difesa Italiana ha concesso un’autorizzazione temporanea allo schieramento di ulteriori assetti americani a Sigonella”.

 

Nello specifico, il Pentagono ha trasferito in Sicilia “alcuni ulteriori velivoli P-3 Orion AIP da pattugliamento marittimo e velivoli cargo C-130 Hercules con il relativo personale di supporto logistico”, a cui si aggiungono i droni realizzati dalla General Atomics Aeronautical Systems Inc. che in alcune loro versioni “possono eventualmente essere armati”. Lungo appena 8,22 metri, l’MQ-1 Predator è un velivolo di medie altitudini e lunga durata: può raggiungere infatti i 9.000 metri sul livello del mare e volare ininterrottamente per più di 40 ore. Il drone è dotato di sensori ottici e sistemi di video-sorveglianza che possono individuare e fotografare qualsiasi target anche in condizioni di intensa nuvolosità. Ma si tratta soprattutto di un’arma letale da first strike, in grado d’individuare, inseguire ed eliminare gli obiettivi “nemici” grazie ai due missili aria-terra a guida laser AGM-114 “Helfire” di cui è armato. Le sofisticatissime tecnologie a bordo non gli consentono tuttavia di distinguere i “combattenti” nemici dalla popolazione inerme con la conseguenza che oggi il Predator è uno dei sistemi di guerra più attenzionati dalle organizzazioni internazionali umanitarie e dalle stesse Nazioni unite che hanno avviato una commissione d’inchiesta sul suo spregiudicato utilizzo in Africa e Medio oriente.

 

L’Osservatorio di Politica Internazionale prova comunque a tranquillizzare l’opinione pubblica tenuta all’oscuro dell’installazione a Sigonella dei droni killer. “Concedendo le autorizzazioni, le autorità italiane hanno fissato precisi limiti e vincoli alle missioni di queste specifiche piattaforme”, si legge nel report. “Ogni operazione che abbia origine dal territorio italiano dovrà essere condotta come stabilito dagli accordi bilaterali in vigore e nei termini approvati nelle comunicazioni 135/11/4^ Sez. del 15 settembre 2012 e 135/10063 del 17 gennaio 2013”. Nello specifico potrebbero essere condotte solo le sortite di volo volte all’“evacuazione di personale civile, e più in generale non combattente, da zone di guerra e operazioni di recupero di ostaggi” e quelle di “supporto” al governo del Mali “secondo quanto previsto nella Risoluzione n. 2085 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”. Sempre per l’Osservatorio, le forze armate Usa dovrebbero informare le autorità italiane prima dell’effettuazione di qualsiasi attività, ma non si spiega tuttavia in che modo potrebbe essere impedito a Washington di utilizzare Sigonella per operazioni contrarie agli interessi strategici nazionali.

 

“Anche relativamente all’aspetto di regolazione dell’attività dei voli e del supporto logistico, gli assetti in dispiegamento temporaneo sono soggetti a precisi vincoli”, aggiunge il rapporto sui nuovi droni di Sigonella. “L’esecuzione dei voli deve essere preventivamente coordinata con l’Ente di controllo del traffico aereo e l’Ufficio operazioni della base ospitante; in particolare, l’attività che interessa gli spazi aerei di Sigonella deve essere gestita con le medesime modalità vigenti per i reparti stanziali e preventivamente coordinata con il rispettivo Comando di Stormo per quanto concerne numero di sortite, orari di svolgimento e procedure di attuazione”. Ciononostante è lecito credere che le evoluzioni dei Predator produrranno ulteriori limitazioni al traffico aereo civile nei cieli siciliani.

 

A Catania-Fontanarossa, lo scalo passeggeri ad una manciata di km da Sigonella, piloti e controllori di volo conoscono bene i limiti e i pericoli di dover operare fianco a fianco dei velivoli militari a pilotaggio remoto. “Attualmente le unità statunitensi basate a Sigonella comprendono distaccamenti relativi agli aeromobili di tipo RQ-4B Global Hawk dell’US Air Force, il cui rischiaramento permanente è stato autorizzato nel settembre 2010”, spiega l’Osservatorio di Politica Internazionale. “Il Global Hawk è un velivolo senza pilota da osservazione e sorveglianza, destinato ad operare ad altissima quota e con lunga autonomia, prodotto dalla statunitense Northrop Grumman e in dotazione attualmente all’Aeronautica militare americana in 37 esemplari. A Sigonella si stima che attualmente siano presenti 3 di questi velivoli”.

 

I velivoli sono controllati da terra attraverso due stazioni trasportabili, una denominata “MCE” per la gestione dei voli e l’interpretazione delle immagini raccolte e l’altra (LRE) per le fasi di decollo e atterraggio. Entrambi i moduli sono altamente mobili e dispiegabili anche in luoghi geografici separati rispetto a quello di operazione del Global Hawk grazie ai collegamenti su base satellitare.

 

Questi velivoli possono rimanere in volo per periodi di tempo superiori alle 24 ore e a migliaia di km dalla loro base operativa. “Ciò consente una maggiore capacità di raccolta informativa e osservazione in contesti di scarsa sicurezza”, aggiunge l’Osservatorio. “Così, tale tipologia di velivolo potrebbe favorire anche un incremento della consapevolezza della situazione in alcuni scenari, si pensi alle aree desertiche del Sahel, dove le criticità, a causa di rapimenti, attacchi jihadisti e scontri etnici e tribali, sono in incremento”.

 

Nel rapporto si ricorda inoltre come Sigonella sia stata prescelta quale sede operativa dei 5 velivoli Global Hawk che saranno acquisiti a breve dalla Nato nell’ambito del nuovo programma “Alliance Ground Surveillance” (AGS). “Le Commissioni difesa della Camera e del Senato hanno espresso parere favorevole relativamente …al contributo italiano all’acquisizione, da parte dell’Alleanza Atlantica, di un sistema ad alta tecnologia basato su una flotta di 8 velivoli a pilotaggio remoto Global Hawk e di un segmento terrestre di guida e controllo nelle sedute del 24 e 16 giugno 2009. In seguito, l’acquisto di 8 Global Hawk (con un contributo finanziario italiano di 177,23 milioni di euro pari al 12,26% dei costi dell’intero programma determinati in 1.335 milioni di euro), è statoridotto a soli 5 esemplari”.

 

Con l’AGS, Sigonella si trasformerà in un vero e proprio centro di eccellenza Nato per la sorveglianza terrestre, con apposite infrastrutture dedite alla manutenzione e al supporto logistico dei droni, all’analisi e diffusione dei dati da loro raccolti e all’addestramento del personale dei Paesi dell’Alleanza destinati alla gestione del sistema (circa 800 unità). “Attualmente si prevede che il primo Global Hawk arrivi a Sigonella nel 2014 e che sia raggiunto dagli altri 4 velivoli entro il 2017, anno di completa operatività del sistema AGS”, spiega l’Osservatorio. “Sono comprese anche due stazioni mobili di supporto operativo alla missione (TGGS), sei stazioni mobili per il processamento dei dati (MGGS) e un centro operativo di supporto alla missione fisso (MOS) da installare presso la base di Sigonella”.

 

Secondo il Ministero della difesa, la iperdronizzazione di Sigonella non comporterà comunque problemi all’ambiente. “A livello di emissioni elettromagnetiche, i Global Hawk e i Predator americani operano sulle stesse bande di frequenza utilizzate dai droni italiani con potenze analoghe, omologate, certificate e autorizzate dall’autorità nazionale”, riportano acriticamente i ricercatori dell’Osservatorio. “Per quanto riguarda le emissioni acustiche, questi sistemi non differiscono dagli omologhi velivoli pilotati. In particolare l’MQ-1 Predator, che è propulso da un motore Rotax 912 UL a pistoni, genera un rumore paragonabile a quello di un addestratore dell’Aeronautica militare SIAI SF-260. Le emissioni acustiche di un RQ-4B Global Hawk, invece, sono paragonabili a quelle di un business jet della classe del Cessna Citation X che monta lo stesso motore in versione civile”.
Sempre secondo il Ministero della difesa le emissioni chimiche dei droni saranno “riconducibili esclusivamente agli scarichi dei motori”. Come dire dunque che i droni installati in Sicilia spiano e uccidono a impatto ambientale zero. O quasi.
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