Cia e Pentagono, tutte le strutture dove si praticavano torture e abusi

I centri in Iraq e Afghanistan. Quelli in franchising nei regimi amici. E i Paesi, anche Ue, che fingevano di non vedere.

di Barbara Ciolli e Giovanna Faggionato

Il quartier generale della Cia a Langley in Virginia.Getty Images) Il quartier generale della Cia a Langley in Virginia.

La guerra al terrore, dopo l’11 settembre, non ha conosciuto quartiere. Né riguardo per i diritti dell’uomo. E, in barba a ogni convenzione, la tortura è diventata uno strumento di lotta diffusa in tutto il mondo.
C’erano i centri specializzati, come Abu Ghraib, finiti più volte alla ribalta delle cronache: l’ultima, il 7 marzo, per la notizia dei militari del Pentagono direttamente coinvolti negli abusi delle prigioni irachene.
COLLABORATORI IN TUTTO IL GLOBO.Ma c’era anche – e forse c’è ancora – un’immensa galassia di strutture parallele e collaterali, pronte ad accogliere e maltrattare presunti terroristi per estorcere loro confessioni.
Alcune operavano in franchising: cioè per conto degli americani, che fornivano addestramento, ordini, tecnologie e strumentazioni.
Alcuni Paesi, invece, hanno agito come semplici collaborazionisti: imprigionando e torturando, ma senza una cooperazione strutturata.
Infine, c’è il gruppo nutrito delle nazioni che hanno finto di non vedere, Stati europei in primis: quelli in cui la Cia ha operato in modo disinvolto e dove venivano consentiti gli scali e i rifornimenti dei voli illegali.

  • La rete delle torture della Cia e i differenti gradi di collaborazione dei Paesi con gli Usa.
    In grigio chiaro i Paesi che hanno permesso all’intelligence degli Stati Uniti di utilizzare il loro spazio aereo e gli scali aeroportuali per le operazioni di extraordinary renditon (sequestri illegali).
    In grigio-azzurro i Paesi che hanno fornito collaborazione a livello di intelligence e che hanno attivamente partecipato ai trasferimenti.
    In azzurro i Paesi che hanno catturato sospetti terroristi e li hanno consegnati nelle mani della Cia.
    In blu i Paesi che hanno incarcerato presunti terroristi, in collaborazione con la Cia.
    In blu scuro i Paesi che hanno interrogato, detenuto e torturato prigionieri o che hanno lasciato che la Cia lo facesse all’interno dei propri confini.
    Fonte: Canadian international council, Opensocietyfoundations.org

Cuba, Afghanistan, Iraq: i quartieri generali della tortura

Una manifestazione contro la prigione di Guantanamo a Cuba.(© Getty Images) Una manifestazione contro la prigione di Guantanamo a Cuba.

La guerra al terrore dichiarata da George W. Bush nel 2001 ha i suoi quartieri generali: centri globali della tortura, destinazioni privilegiate dei presunti terroristi arrestati in ogni angolo del globo.
CUBA. Il primo, per importanza e capacità di accoglienza, è la base di Guantanamo, a Cuba, ancora pienamente in funzione, nonostante le accuse di abusi e le dichiarazioni a favore della chiusura del presidente Usa Barack Obama.
Dall’apertura, nel 2001, sono state incarcerate 779 persone; nel 2013 restano 166 prigionieri. Di questi 46 sono stati destinati a «detenzione eterna» senza essere sottoposti ad alcun processo, civile o militare.
IRAQ. La prigione centrale di Baghdad, nota come Abu Ghraib, è un istituto di massima sicurezza a 32 chilometri dalla capitale irachena.
Già prigione politica di Saddam Hussein, alla caduta del dittatore nel 2003, divenne il teatro delle peggiori sevizie da parte dei soldati americani che furono immortalati sorridenti su piramidi di corpi nudi e incappucciati mentre infierivano su ferite sanguinanti o portavano i carcerati al guinzaglio.
Nel 2009 dopo lo scandalo, gli americani hanno ristrutturato Abu Ghraib al costo di 1 milione di dollari e hanno cambiato il nome alla prigione. L’amministrazione Obama ha impedito la diffusione della maggior parte delle immagini che riguardano il carcere.
AFGHANISTAN. Il terzo centro della tortura, citato in ogni rapporto, è la base aeronautica di Bagram, distante circa 60 chilometri dalla capitale afgana Kabul.
Secondo le ricostruzioni almeno 10 prigionieri sono stati detenuti a Bagram in container di metallo e trattati con il metodo ‘stress and duress’ (stress e costrizione): obbligati a rimanere inginocchiati, in piedi o in posizioni dolorose per ore, a volto coperto, privati del sonno o bombardati di luce 24 ore su 24.
Bagram non è però la sola base afgana per le detenzioni segrete.
Secondo i documenti raccolti da Human rights watch, tra il 2002 e il 2004 altri otto presunti terroristi hanno passato un periodo di detenzione appena fuori Kabul, in quella che hanno chiamato la «prigione del buio».
I detenuti raccontano di essere stati incatenati alle pareti, nell’oscurità più completa e sottoposti a rumori assordanti per settimane.
Il terzo polo è infine un’ex fabbrica di mattoni nella periferia settentrionale di Kabul chiamata Salt Pit, affidata direttamente alle guardie afgane sotto la supervisione della Cia: nel centro è stato sperimentato, almeno in un’occasione, il congelamento a morte, con i prigionieri nudi attaccati alla fredda pietra per notti intere.
Le Nazioni unite riportano anche il nome di altri tre carceri considerati (ma finora senza prove) come centri di tortura: Rissat 2 e la prigione del Panjshir, dal nome della valle a Nord di Kabul.

La tortura in franchising dei regimi amici

La Cia utilizzava anche centri sparsi per il mondo per combattere i presunti terroristi.(© Getty Images) La Cia utilizzava anche centri sparsi per il mondo per combattere i presunti terroristi.

Ai tempi del raìs Hosni Mubarak, fino al 2011, l’Egitto è stato il più solido alleato degli Usa nell’area nordafricana e mediorientale.
Nonché il primo Paese ad aver operato infranchising per i servizi segreti americani, dove «gli Stati Uniti hanno inviato il maggior numero di prigionieri», come hanno scritto i ricercatori di Human rights watch.
EGITTO. Il governo egiziano ha ammesso tra le 60 e le 70 detenzioni illegali nell’arco di quattro anni, dal 2001 al 2005. Il patto di ferro tra Washington e Il Cairo era però stato firmato già nel 1995, sotto la presidenza del democratico Bill Clinton.
Agli egiziani sono stati forniti equipaggiamenti e tecnologie Usa, ma le autorità locali hanno gestito direttamente arresti, interrogatori e dossier, con metodi spregiudicati: le prove contro i presunti terroristi infatti venivano confezionate prima degli arresti.
I prigionieri venivano destinati al carcere di Tora, un complesso a Sud de Il Cairo che comprende quattro prigioni, un ospedale militare e un centro di massima sicurezza chiamato Lo Scorpione.
Da qui passò anche Abu Omar, rapito in Italia dagli agenti Cia, per poi essere trasferito al carcere di Damanhour, nei dintorni di Alessandria.
LIBIA. L’uso sistematico della tortura da parte del regime di Muammar Gheddafi è stato utile ad americani e britannici. Con la fine dell’embargo e l’inizio della cooperazione in chiave anti-terrorismo, dal 2004 gli Usa hanno spedito in Libia estremisti arrestati tra il Pakistan, la Thailandia e la Cina, cinque solo nel primo anno.
Un rapporto di Human rights watch del 2012 testimonia abusi frequenti, «nonostante gli americani abbiano chiesto formalmente garanzie di rispetto dei diritti umani».
I prigionieri venivano inviati nella prigione di alta sicurezza di Abu Salim, vicino alla capitale Tripoli.
GIORDANIA. Secondo un rapporto 2010 delle Nazioni Unite, nel quartier generale dei servizi segreti di Wadi Sir, nella capitale giordana Amman, tra il 2001 e il 2004 sono stati detenuti almeno 15 prigionieri, provenienti soprattutto dal Pakistan e dalla Georgia.
Gli agenti giordani svolgevano il lavoro su ordine degli Usa, incarcerandoli temporaneamente e poi riconsegnandoli nella mani della Cia.
Stando alle ricostruzioni di Human Rights Watch la maggior parte ha dichiarato di essere stata torturata.
MAROCCO. Partner degli Usa, il Paese nordafricano ha messo a disposizione degli americani due prigioni segrete a Rabat (Témara detention center e Ain Aouda), gestite dai servizi di sicurezza interni e cofinanziate dagli Usa.
Anche qui, stando alle testimonianze, i sospetti terroristi sono stati detenuti e torturati per mesi.
PAKISTAN. La stessa cooperazione si era creata, in Asia, tra i potenti servizi segreti pachistani, noti come Isi, la Cia e l’intelligence inglese del MI6.
L’ex presidente Pervez Musharraf ha ammesso di aver catturato 672 presunti qeadisti e di averne inviati 369 agli Stati Uniti, dopo averli ‘trattati’ nelle molte strutture locali: in quelle di Karachi e Lahore operavano gli agenti pachistani, mentre nella prigione della capitale Islamabad operavano anche agenti americani e britannici.
SIRIA. Bashar al Assad, prima di diventare il tiranno inviso all’Occidente, è stato un importante alleato degli Usa, mettendo a loro disposizione una rete di prigioni.
Alla Far Falastin di Damasco, in particolare, i detenuti erano richiusi in celle comuni, in un’area chiamata ‘la fossa’.
UZBEKISTAN. Analoga sede di smistamento è stato l’Uzbekistan, dove un agente dei servizi nazionali ha confermato interrogatori e maltrattamenti per dozzine di sospetti terroristi.
LITUANIA. Nei Paesi dell’ex Urss, anche la Lituania ha collaborato con gli Usa. Nel 2004 vendette l’accademia d’equitazione di Antavillai, a Vilnius, a una società di copertura della Cia, per adibirla a prigione segreta. La struttura, nel 2007, poi venne riceduta ai servizi segreti lituani.
POLONIA E ROMANIA. Dopo l’11 settembre, i governi polacco e rumeno fornirono almeno due prigioni all’intelligence americana attraverso accordi segreti, insabbiati poi in tutte le successive inchieste parlamentari.
Si trattava del centro di addestramento per l’intelligence polacca di Stare Kiejkuty (nome in codice Quartz) e, di «un vecchio ufficio governativo nel centro di Bucarest», sul quale ora sventola una bandiera della Nato, come hanno raccontato ufficiali della Cia in pensione ai media.

  • La rete dei voli e dei centri di detenzione illegali, secondo la mappa fornita dal Consiglio d’Europa. Le città segnate da una sfera bordeaux sono quelle dalle quali partivano i voli. In rosso chiaro, invece, le destinazioni finali.

I Paesi collaborazionisti con governi deboli

Grazie all'instabilità politica di molti Paesi, gli Usa avevano mano libera in molte zone del mondo.(© Getty Images) Grazie all’instabilità politica di molti Paesi, gli Usa avevano mano libera in molte zone del mondo.

La Cia ha avuto mano completamente libera nei Paesi con governi poco strutturati o del tutto assenti.
LA GALASSIA DEI BALCANI. A partire dai Balcani, usciti dalla guerra degli Anni 90.
In Bosnia gli Stati Uniti hanno avuto a disposizione per le detenzioni illegali la base Nato di Butmir e la base dell’aviazione americana di Tuzla, dove sono stati processati e incarcerati almeno otto presunti terroristi. Due di loro sono stati arrestati dai carabinieri italiani occupati nella missione di pace e hanno poi denunciato di essere stati privati di cibo, acqua e sonno, fotografati e lasciati per giorni in isolamento.
In Macedonia gli Stati Uniti hanno potuto usare lo spazio aereo del Paese ed edifici, come per esempio l’hotel Merak o l’aeroporto di Skopje, per catturare e torturare, anche attraverso agenti locali, sospetti terroristi da trasferire altrove.
THAILANDIA. Alla periferia di Bangkok, la Cia aveva messo in piedi la prigione segreta ‘Occhi di gatto’ dove detenuti di «alto valore», come venivano indicati nei report, venivano ospitati temporaneamente. Qui veniva sistematicamente praticato il waterboarding, la tortura che consiste nel versare costantemente acqua sul volto di un individuo immobilizzato.
L’intelligence Usa ha poi distrutto le registrazioni degli interrogatori e il governo tailandese ha sempre negato l’esistenza della struttura.
YEMEN. Nel Paese considerato il tempio di al Qaeda, sono state create almeno tre prigioni segrete della Cia: una nella capitale Sanaa e due nel golfo di Aden. Qui, l’intelligence nazionale, secondo un rapporto di Amnesty international, «ha agito su esplicite istruzioni del governo americano».
SOMALIA. A Mogadiscio, miliziani islamici sono stati detenuti e maltrattati nel quartier generale della Somalia national security agency.
Qui, hanno raccontato alcuni testimoni, «si era creata una piccola industria dei prelievi di persone», commissionati dalla Cia, che ordinava poi i loro trasferimenti sulle navi da guerra, per gli interrogatori, oppure in altri campi in Afghanistan o nel Gibuti, dove gli Usa disponevano della base di Camp Lemonnier.
In Malawi, Zimbabwe e Mauritania, infine, furono allestite diverse strutture informali di detenzione, luogo di ripetuti abusi compiuti dalle autorità locali.

I Paesi disposti a chiudere un occhio sui sequestri illegali

Molti Paesi dell'Unione europea hanno aiutato la cattura di presunti terroristi per poi inviarli ai centri di torture.(© Getty Images) Molti Paesi dell’Unione europea hanno aiutato la cattura di presunti terroristi per poi inviarli ai centri di torture.

Molti Paesi europei hanno contribuito alleextraordinary rendition, aiutando la cattura dei presunti terroristi e poi imbarcandoli sugli aerei destinati ai centri di torture.
25 NAZIONI UE. Italia, Gran Bretagna, Germania, Portogallo, Spagna, Austria, Svezia e Finlandia (oltre a quelli già citati, per un totale di 25 Paesi Ue) hanno ospitato scali illegali nei loro aeroporti.
In alcuni casi, come in Macedonia, negli stessi aeroporti potevano verificarsi torture.
Su questo aspetto le indagini sono in corso, sia in varie procure nazionali sia alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.
Gli inglesi sono sotto processo per diversi trasferimenti, anche verso la Libia, e per vari casi di torture e abusi in Pakistan.
In Portogallo e in Spagna, i voli della Cia sono transitati soprattutto dalle isole delle Azzorre, dove alcuni testimoni hanno assistito a un via vai di detenuti ammanettati negli aeroporti, da Tenerife nelle Canarie e da Palma di Maiorca. Per lo più in bassa stagione. L’ideale per dare poco nell’occhio.
IRAN. Clamoroso, infine, il caso dell’Iran. Nel 2002 il regime degli Ayatollah consegnò al governo dell’Afghanistan 15 sospetti terroristi, nell’ambito di uno scambio di prigionieri.
Dieci detenuti furono rapidamente affidati dagli afghani alle cure della Cia. Perché come gli iraniani ben sapevano, Kabul era già da un anno nelle mani degli americani.

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