Droni, il nuovo modello americano


Il progetto dell’amministrazione Obama di istituzionalizzare l’uso dei droni come strumento principale nella infinita “guerra al terrore” degli Stati Uniti è stato nuovamente confermato qualche giorno fa da un articolo pubblicato in prima pagina dal New York Times. L’ultima rivelazione mette in luce come il presidente democratico e il suo staff addetto alla sicurezza nazionale avevano pianificato l’adozione in fretta e furia di “regole esplicite” per assassinare senza alcun controllo i presunti terroristi sulla lista nera della Casa Bianca, operanti in Pakistan, Yemen e altrove, nell’eventualità di un successo elettorale di Mitt Romney il 6 novembre scorso.

In tale circostanza, il nuovo presidente repubblicano avrebbe ereditato un sistema appoggiato su fondamenta pseudo-legali considerate più sicure, poiché Obama non intendeva lasciare al suo successore un “programma informe” e dunque potenzialmente esposto alle sia pure deboli critiche provenienti da media e politici liberal. Con la sconfitta di Romney, invece, il processo verso l’integrazione dei droni nelle procedure normalmente accettate per combattere il terrorismo avanzerà con un passo meno spedito.

Lo scopo dell’articolo di domenica scorsa del New York Times, come di consueto, non è di puntare il dito contro l’amministrazione Obama per avere creato un programma che di legale ha ben poco, bensì quello di dare l’immagine di una Casa Bianca impegnata in un dibattito interno per rendere più trasparente un processo decisionale che implica il deliberato assassinio extra-giudiziario di individui sospettati di far parte di organizzazioni terroristiche ovunque nel mondo, cittadini americani compresi.

Forse involontariamente, però, il quotidiano liberal newyorchese finisce per sollevare una serie di questioni che, pur non analizzate in maniera critica, evidenziano i risvolti oggettivamente criminali di un programma, come quello dei bombardamenti condotti da velivoli comandati a distanza, che è ormai parte integrante delle operazioni quotidiane dei militari e dei servizi segreti statunitensi nell’ambito delle strategie messe in atto per salvaguardare ed espandere gli interessi imperialistici di Washington nelle aree strategicamente più importanti del pianeta.

Innanzitutto, il New York Times racconta di presunte tensioni e disaccordi dietro le quinte tra i consiglieri di Obama e le varie agenzie governative, con il Pentagono e la CIA che vorrebbero maggiore libertà nella conduzione dei blitz con i droni, mentre il Dipartimento di Stato e quello di Giustizia, così come il consigliere per l’anti-terrorismo del presidente, John Brennan, preferirebbero un uso più limitato. Più precisamente, le diverse fazioni si dividono sull’opportunità di considerare i droni come una “misura estrema contro minacce imminenti agli USA” oppure come uno “strumento flessibile per aiutare i governi alleati a combattere i propri nemici o per evitare che militanti prendano il controllo di un determinato territorio”.

Oltre al fatto che le differenze tra i vari esponenti dell’amministrazione Obama appaiono in realtà molto meno marcate, come ha fatto notare ad esempio al Guardian recentemente un portavoce dell’American Civil Liberties Union (ACLU), l’esistenza stessa di un qualche dibattito interno è quanto meno discutibile, visto che da tempo i droni vengono impiegati proprio come strumento ultra-flessibile per colpire chiunque e senza prova alcuna sia considerato responsabile di avere commesso atti assimilabili al terrorismo o minacci di mettere in pericolo la sicurezza degli americani.

Inoltre, secondo la versione del Times, una delle voci moderate, quella di John Brennan, si riferisce ad un uomo che Obama voleva alla guida della CIA nel 2009 ma la cui candidatura naufragò a causa del suo coinvolgimento negli interrogatori con metodi di tortura durante l’era Bush.

Ben poco risalto viene dato dal New York Times anche all’affermazione che le basi legali su cui si fondano le operazioni con i droni “non hanno convinto molti altri paesi”, oltre a Israele, “che i bombardamenti siano accettabili secondo il diritto internazionale”. Ciò significa che l’uso dei droni e le conseguenze che essi provocano, soprattutto in termini di vittime civili, potrebbero senza dubbio attivare un’accusa di crimini di guerra per il presidente Obama e il suo entourage. La gravità di un simile scenario è sottolineata anche dalla decisione delle Nazioni Unite di aprire il prossimo anno una propria speciale unità a Ginevra per investigare le incursioni dei droni USA nel mondo.

Particolarmente ciniche e inquietanti sono poi due recenti interviste del presidente democratico citate dal New York Times. Nella prima, rilasciata il 18 ottobre nel corso di un’apparizione a “The Daily Show”, Obama ha confermato lo sforzo della sua amministrazione per creare “un’architettura legale…in modo che non soltanto io ma qualsiasi presidente abbia dei limiti alla propria autorità decisionale” in relazione all’uso dei droni”. Nella seconda, condotta da Mark Bowden per un suo libro sulla morte di Osama bin Laden, l’inquilino della Casa Bianca ha ulteriormente ribadito la necessità di istituire “un processo che preveda controlli su come vengono impiegati i droni”.

Queste affermazioni appaiono del tutto fuorvianti e in linea con il tentativo di nascondere la realtà dei fatti agli americani, visto che in questi quattro anni le incursioni con i droni sono aumentate vertiginosamente fino a colpire presunti militanti di cui non si conosce nemmeno il nome in seguito ad un processo basato sull’autorità unica e inappellabile del presidente, il quale agisce senza che vengano resi pubblici i criteri secondo i quali si procede con assassini mirati sul territorio di paesi sovrani che non sono in guerra con gli Stati Uniti.

Come è costretto ad ammettere anche il New York Times, gli obiettivi dei droni, che inizialmente si limitavano a sospettati di terrorismo che potevano avere un qualsiasi legame con i fatti dell’11 settembre, comprendono ora virtualmente chiunque imbracci un’arma per combattere l’occupazione americana del proprio paese oppure un governo alleato di Washington.

Le conseguenze ultime delle decisioni prese dalla Casa Bianca in questi anni sono a dir poco agghiaccianti e potrebbero giungere, in un futuro non troppo lontano, fino all’assassinio con i droni di coloro che in territorio americano si oppongono al governo e alle sue politiche economiche e sociali sempre più a beneficio delle classi privilegiate.

Una prospettiva di questo genere appare tutt’altro che inverosimile, non soltanto perché le tensioni sociali negli USA come altrove stanno riesplodendo in concomitanza con la crisi strutturale del capitalismo internazionale, ma anche perché l’amministrazione Obama nei mesi scorsi ha già autorizzato l’uso dei droni sul suolo domestico, mentre da qualche tempo essi sono già impiegati per monitorare il traffico di droga e di clandestini al confine con il Messico.

Chiunque finisca con o senza ragione in queste categorie – oppositori interni, narco-trafficanti o disperati in cerca di migliori condizioni di vita – potrebbe teoricamente diventare un bersaglio dei droni a stelle e strisce nel prossimo futuro, in quanto designato insindacabilmente dal presidente americano come una minaccia per la sicurezza del paese.

Di tutte queste implicazioni ovviamente si guarda bene dal discuterne sia la stampa mainstream che la politica di Washington. Le richieste della classe liberal, poi, sono tutt’al più limitate alla maggiore trasparenza o alla diffusione di resoconti più realistici degli effetti dei bombardamenti con i droni. Richieste però che, nonostante la propaganda di giornali come il New York Times, il governo americano non potrà accogliere senza ammettere l’enorme numero di vittime civili innocenti e la natura criminale di un programma sottratto ormai a qualsiasi controllo legale.

di Michele Paris –

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