Siria, l’ora della verità

Siria, l’ora della verità? (Con contributi su fattarelli nostri)

 (con contributi vari, anche a proposito della manifestazione del 27 ott.)

Ucciso dai ratti in Siria un grande artista palestinese.
[1]Non è la prima volta che i ratti mercenari si accaniscono contro i rifugiati palestinesi in Siria, con tanti saluti ai rinnegati di Hamas e dell’ANP che si sono messi sotto la tutela politica e finanziaria del satrapo del Qatar, amico di Israele, distruttore della Libia e carnefice della Siria. Hanno rapito e poi ucciso a Damasco, venerdì 2 novembre, il palestinese Mohammed Rafah, 30 anni, uno dei più noti e apprezzati attori del cinema e del teatro arabi, protagonista delle serie tv che celebra la lotta di liberazione contro i colonialisti francesi. Mohammed è una nuova vittima della campagna omicida di Mossad e Cia, già praticata in Iraq e Iran, che, per decapitare la testa pensante della nazione, mira a eliminare gli esponenti della cultura, della scienza, dell’arte siriani impegnati nella difesa del loro paese.
In queste ore l’accozzaglia di salafiti libici, qatarioti, sauditi e teste di cuoio occidentali, sta dando l’assalto a Yarmuk, campo di 150mila del mezzo milione di profughi palestinesi della Nakba, di cui Mohammed Rafah era figlio. Ieri hanno centrato con un razzo un minibus civile. Sei morti, di cui tre bambini e una donna. Ne avete visto un solo accenno nella stampa e tv italiane? Yarmuk è un ostacolo da eliminare, dato che vi è egemone il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale, schierato con la Siria e il suo governo, a dispetto dei rinnegati di Fatah e Hamas.   Una notizia che mi arriva proprio ora illustra l’ulteriore passo di Abu Mazen, illegittimo presidente palestinese dal 2009, verso la svendita della causa del suo popolo. In un’intervista a un canale tv israeliano è arrivato a balbettare la rinuncia implicita al diritto dei 5 milioni di profughi palestinesi al ritorno nelle loro terre. Diritto sancito dalla risoluzione 194 dell’ONU  e di cui i nazisionisti avevano, fin dalla truffa di Oslo, fatto carta straccia. Era inutile che il cialtrone rinnegato aggiungesse, a ulteriore soddisfazione dei suoi padroni, che per lui la Palestina consiste solo di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est: il 17% della terra che ai palestinesi spetta di diritto, con tanto di carcinomi dei coloni incistati in mezzo.
Come poco vi diranno i media falsi e bugiardi anche  sullo sconquasso che ha frantumato la coalizione di sorci al servizio dei capifogna occidentali, onorata di tanto riguardo e riconoscimento anche dalla filo-israeliana giunta Monti. Il merito ne va alla formidabile resistenza siriana e alle sue sacrosanti ragioni. L’altra causa sta nelle lotte comparicide con cui si sbranano per il sognato osso siriano le varie fazioni, rispondenti ai diversi sponsor esteri, come nella terrificante mole di atrocità compiuta da questi macellai e che la rete di sicurezza mediatica non riesce più a contenere. Così Hillary Clinton, con un battito di ciglia, ha disintegrato la creatura che aveva contribuito a partorire all’inizio dell’aggressione e che è risultata deforme, il Consiglio Nazionale Siriano (già due volte decapitato). Primo, non ha funzionato e dopo quasi 20 mesi la Siria libera sta lì. Secondo, non è riuscito a inquadrare le varie bande rastrellate da altre destabilizzazioni imperiali in qualcosa che non si limitasse a essere un coacervo incontrollabile e screditante di bulimici dell’orrore, ma potesse essere presentato al mondo come un esercito di liberazione composto da “giovani rivoluzionari”, appunto un Free Syrian Army (FSA). Terzo, i suoi caporioni, come dice Hillary, sono gente che da una vita vive in Malaysia o a Londra e non hanno voluto nobilitarsi includendo una rappresentanza di eversori dell’interno, altra macedonia di ratti, sciacalli e vipere (scusatemi, animali!), unificata solo nel nome “Comitati per il Cambiamento Democratico”, ma espressione di faccendieri legati alle multinazionali, signorotti locali della guerra, frustrati politici, con una spruzzata di acefali cultori della “democrazia all’occidentale”.
[2]A Doha, capitale del possedimento privato dell’emiro Al Thani, detto “Qatar”, è in corso il conciliabolo Nato-Golfo tra 400 delegati per vedere come rimediare al fiasco CNS e tirare fuori dal verminaio dei congiurati un almeno passabile “Governo in esilio”, da chiamare “Iniziativa Nazionale Siriana”, da far riconoscere a un bel gruppo di governi e su cui far convergere le perdute simpatie dei furbi e dei farlocchi. Tanto da realizzare finalmente il sogno di una “fascia di sicurezza” in Siria, in cui insediare il burattino e alla cui richiesta d’aiuto finalmente rispondere alla libica, con carri, F16 e droni. Il defenestrato CNS, dal canto suo, pare un formicaio cui abbiano dato fuoco. Lancia vane imprecazioni contro gli ex-padroni e pretende la restituzione del ruolo bruciato. E, se non accontentato, è disposto a costituire il suo proprio “governo in esilio”. Una bella grana per i paesi “amici della Siria”, che programmano di riunirsi di nuovo, stavolta a Rabat, per la solenne cerimonia di riconoscimento… di chi dei due? Sarebbe divertente poter assistere a Doha al trambusto e alle risse, già esplose nel primo giorno, cui tornerà a dar vita questo sformato di interessi in feroce competizione tra di loro. Pare che Hillary voglia tale dissidente Riad Seif a capo di un organismo di 50 membri, di cui 15 sarebbero il premio di consolazione per i detriti del CNS. La cosa dovrebbe andare a scapito della Fratellanza Musulmana, capobastone nel CNS, e dei suoi ascari salafiti e sicuramente non entusiasmerà il già oscillante Egitto e altri paesi a regime fondamentalista.
E’ il caso di dire che grande è il disordine sotto il cielo degli aggressori e che, dunque, la situazione, se non ottima, si presenta promettente, anche grazie alla confermata fermezza pro-Siria di Russia e Cina, senza contare i paesi del Sud del mondo. La capacità della Siria, dei suoi leader, delle sue variegate comunità etniche e confessionali, della sua, consentitemi la parolaccia, società civile, e del suo efficiente e motivato esercito, di tener duro a fronte di tutto quello che di mortale e distruttivo gli stanno lanciando contro, sta concretizzando le contraddizioni interne al fronte aggressore che, del resto, c’erano allo stato potenziale fin dall’inizio. Fin dove pensava di poter arrivare impunemente il carro da guerra della Nato (vi si sono imbarcati ben 22 paesi) e degli ufficiali pagatori del Golfo, senza far scoprire che alle bocche di fuoco operavano quegli stessi terroristi al Qaida contro i quali da 12 anni si racconta al mondo di combattere in difesa della civiltà? A che punto sarebbe crepata la sottile vernice del comune odio e arraffa-arraffa contro la Siria, stesa da Turchia, Qatar, Arabia Saudita sopra il loro conflitto strategico per l’egemonia nella regione e nei rapporti con l’imperialismo? E Israele, attivissima nel conflitto con Mossad e armi (ieri ha ucciso un giovane siriano sul Golan) e massimamente interessata alla disintegrazione di un altro Stato laico e panarabo, oltretutto alleato dell’Iran da evirare, poteva dirsi tranquillizzata dalle professioni di amicizia del CNS e del FSA, al vedere che tantissimi infoiati islamisti erano convinti di battersi in Siria perché sulla strada di Gerusalemme? E che dire di un “alleato” turco, in frenesia di espansione neo-ottomana, che insiste, sì, a massacrare arabi siriani, ma anche a solidarizzare con arabi palestinesi a Gaza?
Ragazzi questa è gente che ha più guai per le mani di quanti ne possa contare. Non disperiamo. Lunga vita ad Assad.
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Ricevo e pubblico l’annuncio qui sotto. Non lasciamo che Karadzic e Mladic, i difensori della Jugoslavia, prima, e poi dell’unità dei serbi, seppelliti sotto infami accuse di atrocità, tutte invece da attribuire ai devastatori esterni ed interni dei Balcani, vengano ora traditi dal nostro oblìo, mentre il tribunale-fantoccio dell’Aja, incapace di provare accuse fondate su fatti inventati, ne prepara l’eliminazione. Come è successo a tanti serbi sequestrati dagli aguzzini dell’Aja, a partire da Milosevic, uscito vincente da tutti i dibattiti processuali e ucciso con un farmaco che ha reso letale la sua cardiopatia.
Radovan Karadzic
Anche per Karadžić è iniziata la fase della “autodifesa”. Gliela faranno terminare, senza accopparlo prima? Certo è che, per adesso, le sue richieste di chiamare a deporre l’ ex presidente degli USA, Bill Clinton, e l’attuale presidente della Grecia, Karolos Papoulias, sui fatti che hanno portato alla tragedia bosniaca, sono state rigettate dai “giudici” del “Tribunale ad hoc”… che hanno così tutelato i diretti interessati da qualche pesante imbarazzo…
Sulle posizioni di Radovan Karadzic si veda la documentazione raccolta sul nostro sito:
Sull’assassinio di Slobodan Milosevic nella galera dell’Aia, perpetrato attraverso la somministrazione di Rifampicina, letale per la sua salute cardiaca, si veda la documentazione raccolta alla nostra pagina:
A cura di Italo Slavo per JUGOINFO)
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Angelo d’Orsi, docente di Scienze Politiche all’Università di Torino, è uno dei compagni  antimperialisti più intelligenti ed apprezzati che conosco. Riflettete su quanto dice a proposito di Grillo e del suo movimento e siate scevri dalle diffamazioni strumentali degli onanisti sinistrati che, nella loro impotenza, blaterano di antipolitica e populismo all’unisono con i mafio-poteri terrorizzati da questa rivolta di massa. Notare la forsennata campagna politicida scatenata, a partire dal megafono Gabanelli (già auto-immerdatasi dal peana a Monti e dagli anatemi contro la Libia gheddafiana), dall’intero arco criminale (in Sicilia la mafia non ha votato e i suoi corrispondenti politici sono stati mazziati), ora estesa anche all’altro bubbone anti-cricca, Di Pietro. Quello che, con Travaglio e Grillo, costituisce il terzetto che ha indicato a cortigiani e popolo le nudità del golpista da impeachment, protagonista primo della stagione dell’apocalissi nazionale. So dei trascorsi ripudiabili dell’uomo, delle sue incertezze ideologiche, dei suoi impicci (che non sono quelli delle calunnie di Report), ma so anche che un Di Pietro vicino alla Fiom, e ai mille e mille ragazzi puliti di Grillo, è per la cosca Monti-Fornero-Passera-Di Paola un’altra barricata da radere al suolo. Certo, sarebbe meglio avere un Che Guevara, ma finchè il convento non passa di meglio……
 Non chiamatela più antipolitica
 Comunque si giudichi Grillo e il suo movimento, questa è politica. Nuova nei temi, nei linguaggi, nelle forme, nei luoghi, nelle persone. Ed assai più genuina, o tale ha saputo apparire – come evidenzia il voto siciliano – di quella di larga parte della classe politica: di destra, di centro, e, purtroppo, di sinistra.
di Angelo d’Orsi Il termine “antipolitica” sebbene creato dagli studiosi, è diventato un comodo alibi per il ceto politico, la coperta sotto la quale nascondersi davanti alla denuncia delle sue manchevolezze, della corruzione, dell’assenza di senso dello Stato, del vero e proprio mercimonio da troppo tempo perpetrato del ruolo istituzionale al quale cittadini e cittadine inconsapevoli, o male informati, o ingenui, li hanno chiamati.In buona sostanza, il termine viene usato per bollare con marchio d’infamia coloro che non ci stanno a prendere per buone le ricette del “Palazzo”, coloro che – volti nuovi, idee non sempre nuove, ma concrete, linguaggi più nuovi delle idee…– o se ne stanno fuori, non votando, non partecipando neppure da spettatori alle competizioni elettorali, oppure tentano di restituire la parola alla piazza, o se preferite, alla “gente”. Antipolitica il Movimento 5 Stelle? E perché mai? Perché denuncia e condanna in blocco la classe politica, ecco la risposta. Certo. Ma quel 53% di siciliani e siciliane che non si sono recati alle urne, ieri, non sono a loro volta alla stessa stregua “antipolitica”? Non è forse il loro distacco dalle cabine elettorali, un segnale di sfiducia radicale verso la classe politica? E non è, anche, delusione per le promesse non mantenute? E, infine, non è disillusione sulla stessa portata del loro voto? A che serve? – insomma, si chiede almeno una fetta di quei non elettori (ai quali va aggiunto anche il cospicuo numero di schede bianche o annullate). A che serve continuare a votare? “Sono tutti uguali”, “pensano solo al loro interesse personale”, “della Sicilia (o della nazione) non gliene frega niente…”. 

La tentazione qualunquista, insomma, affiora, ma l’allontanamento, e anche il diniego di questa politica non significa automaticamente il rifiuto di ogni, qualsivoglia politica. Se qualcuno è in grado di offrirne una diversa, io credo che uomini e donne dell’Isola, ma più in generale del Paese, sarebbero pronti a ritornare al voto. Il Movimento 5 Stelle ha fatto esattamente questo, anche se, nella votazione per la Presidenza regionale, non è andato oltre un certo limite, sia pure assai alto, tanto da diventare improvvisamente, inaspettatamente (ma solo per qualcuno) la prima forza politica isolana. In attesa di diventarla, forse, a livello nazionale.

Perché, anche davanti all’astensione, il Movimento vince? Perché, innanzi tutto, Grillo ha saputo impersonare il ruolo del leader-capopopolo, ma informato, ossia in grado di parlare con cognizione di causa – benché non sempre in modo adeguato: ma lo sono i leader nazionali degli altri partiti, forse? – di cose che interessano all’elettorato. La prima novità è proprio questa. I temi: invece di fare discorsi astratti e fumosi, Grillo ha parlato di temi concretissimi, che concernono la quotidianità (dai trasporti all’inquinamento ambientale…), temi che hanno a che fare con la complessa problematica della sopravvivenza. La politica di Grillo è una (sacrosanta, bisogna precisare) politica “terra terra”, che riporta insomma il baricentro in basso, rispetto alle grandi discussioni ideologiche, ma affronta i problemi della vita delle persone: una politica della sopravvivenza (si pensi al tema dei rifiuti, dell’energia, dell’acqua,…).

E lo ha fatto cambiando anche il linguaggio: ne ha usato uno adeguato ai problemi, ossia elementare, diretto, spesso volgare, o persino scurrile. Si fa capire, insomma. Non usa il gergo stucchevole dei politici di professione. Né quello finto popolaresco e calcistico del Cavaliere. Ha un lessico basico di poche parole, che tutti sono in grado di intendere. E, qui sta la terza novità, la forma della sua comunicazione è spettacolare. Il guitto Grillo, pur trasformandosi in un leader politico, sa parlare con il corpo, con i movimenti del busto e del bacino, con le braccia, con la testa che scuote e agita al momento adatto. È rimasto, insomma, un uomo di spettacolo; di nuovo, però, non nel senso berlusconiano. Non è il set, del teatro di posa, ingessato e studiato nei dettagli: il suo è il teatro di strada. E in strada – ecco la grande ulteriore arma vincente – si è svolta la campagna di Grillo: ha rifiutato ostinatamente la televisione. Del resto da anni ripete: “La televisione è vecchia”. Al suo posto ha sostenuto la linea del web, ma, paradossalmente (e qui forse davvero nessuno se lo aspettava) ha aggiunto e per certi versi sostituito alla Rete – pur continuandola a usare come supporto della comunicazione – il rapporto diretto, immediato, con la cittadinanza. Come i vecchi politici ha girato in lungo e in largo il territorio nazionale, sfondando anche quella Linea Gotica che separa tuttora il CentroNord dal Mezzogiorno, terra più ostica ed estranea.

Ora, a quanto dicono gli esiti elettorali, ha saputo anche conquistare la riottosa terra di Sicilia, incuneandosi come irriducibile terzo fra destra e sinistra, una destra spappolata e confusa e una sinistra priva di appeal, che vince da un lato, con l’ottimo candidato Crocetta, e perde, dall’altro, alleandosi con forze che in Sicilia esprimono la conservazione più canonica. Tutti, ahinoi, all’insegna di un rifiuto della “politica ideologica”, quasi che fosse possibile avere una qualsiasi vera politica senza il sostegno di idee-forza, appunto le ideologie, che sono idee che hanno un ruolo pratico, mirano a tradursi in prassi.

Anche Grillo giudica destra e sinistra categorie obsolete (ed è in buona compagnia): ma sbaglia, come sbagliano tutti coloro che così la pensano. La sua forza, del resto, non risiede certo nel sostrato ideologico, ma nei contenuti, come dicevo, nel linguaggio (verbale e non) e nelle modalità con cui li porge. E vincente, si è altresì rivelata la scelta di associare piazza fisica a piazza virtuale: una grande agorà nella quale il M5S ha saputo parlare dei cittadini e coi cittadini. E, infine, l’ultimo punto di forza, è costituito dalle “facce nuove”, i signor nessuno che si sono affiancati a Grillo: un po’ di tutto, sociologicamente: “ceto medio riflessivo”, artigiani, commercianti, impiegati, studenti, insegnanti, e persino le ormai mosche bianche della sinistra: gli operai!

Dunque: una politica nuova nei temi, nei linguaggi, nelle forme, nei luoghi, nelle persone. Certo, c’è anche qui il lider maximo, che sospettare di scarsa propensione alla democrazia è ormai consueto, e, temo, non immotivato: ma ora che il movimento ha fatto il grande balzo, ora che punta al parlamento nazionale, dopo quello regionale, e i tanti piccoli comuni nei quali ha piazzato qualche suo rappresentante, ora si è arrivati al bivio decisivo. Se vuole essere davvero un movimento politico nazionale, deve “degrillizzarsi”, ma se lo fa rischia di perdere la sua forza attrattiva. Lo stesso leader, in un tranquillo (direi spento) messaggio video, seduto, davanti a una scrivania, sia pure disordinata, con alle spalle libri e oggetti consueti a uno studio, ha mostrato che se si “normalizza”, perde il carisma. Eppure se aspira a governare, se vuole davvero essere un movimento popolare, il 5 Stelle deve prendere quella strada. Una situazione dilemmatica, dalla quale o l’insipienza dei competitors politici, o l’estro del “capo”, forse potrà trovare una via di uscita.

Ma, per favore, smettiamola di parlare di “antipolitica”. Questa, comunque si giudichi Grillo e il suo movimento, nelle idiosincrasie che riesce a scatenare, specie per la volgarità e talora l’insipienza, non esente qua e là da punte di razzismo e beceraggine, questa è politica. Ed è assai più genuina, o tale ha saputo apparire, di quella di larga parte della classe politica: di destra, di centro, e, ahimé, di sinistra.

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Quando qualcuno con in testa un cappello di sinistra scriverà le cose qui sotto, sarò ancora più felice di pubblicarle.
Monito ergo sum (Marco Travaglio)
novembre 4, 2012 § Lascia un commento [5]
A leggere le cronache dal Quirinale degli ultimi giorni viene in mente “Questi fantasmi”, quando Eduardo parla con i botti di fine anno, in crescendo: prima qualche petardino sommesso, poi le girandole, infine i grandi fuochi d’artificio. Nei giorni pari i quirinalisti scrivono che il capo dello Stato pensa di anticipare le elezioni a febbraio, per essere lui a incaricare il nuovo premier e soprattutto bruciare sul tempo Grillo che, dicono i sondaggisti, avanza di un punto al mese. Nei giorni dispari piovono le smentite, sotto forma di “fonti del Quirinale”, o di tweet di Cascella, o di parole tratte dal quotidiano monito di King George: mai pensato al voto anticipato, che vi siete messi in testa. Intanto però i notisti politici, curiosa sottospecie di cronisti che abitano i sottoscala e gli ambulacri del palazzo, sensibilissimi al più impercettibile battito d’ali del potere, buttano lì una frasetta oggi e una domani su un imminente messaggio alle Camere del capo dello Stato. La scusa sarebbe quella di sollecitare i partiti – che non ne hanno alcuna intenzione – a cambiare il Porcellum. Ma il sottotesto fra le righe è ben altro, comprensibile persino a chi, come noi, è sprovvisto dei codici di decrittazione dal quirinalese all’italiano: impedire con ogni mezzo una vittoria di Grillo, già paventata in passato come il peggiore di tutti i mali e oggi ancor di più, dopo i risultati delle elezioni siciliane, e a maggior ragione, dopo la boutade su Di Pietro al Quirinale. Così, dall’alto Colle, iniziano a udirsi i primi petardi e girandole, a filtrare sussurri e borbottii, subito tradotti in sciame sismico dai quirinalisti, mandati avanti a sondare il terreno, dissodare le zolle, arare il campo e spianare la strada al Monito Supremo, il grande botto di Capodanno o anche prima. Roba da far impallidire il monito sfuso della scorsa primavera, poco prima delle amministrative, contro “i demagoghi di turno”, che sortì l’effetto opposto a quello desiderato: a Parma vinse Pizzarotti proprio perché la gente era stufa dei demagoghi di turno. Che però non erano i grillini, ma i grassatori di destra e sinistra che avevano portato la città alla bancarotta. Troppo vago dunque controproducente anche il monito di dieci giorni fa a “tener conto dell’esperienza Monti”: i siciliani l’han preso talmente sul serio che sono rimasti a casa o han dimezzato i partiti che sostengono Monti e premiato chi non lo sostiene. Ora, per evitare altri spiacevoli equivoci, bisognerà essere più espliciti, possibilmente indicando il nome e il cognome chi non bisogna votare. Squadre di insonni corazzieri, palafrenieri, consulenti, giuristi di corte, scalfari e macalusi sono al lavoro notte e giorno sul Colle per trovare la formula più efficace per convincerci a salvare i partiti che ci hanno rapinati e rovinati e a perpetuare la Repubblica più purulenta della storia dell’umanità. Ci vorrebbe una telecamera nascosta per immortalare una scena che pare il replay del Marchese del Grillo: quando il Papa, con le truppe napoleoniche alle porte di Roma, convoca al Quirinale la guardia pontificia per difendere il palazzo dai giacobini senza-Dio. E si ritrova di fronte un manipolo di nobili ottuagenari, gottosi e prostatici, che si reggono in piedi a stento: chi col girello, chi con la stampella, chi direttamente in barella, in uno sferragliare di cateteri, flebo, pròtesi e cinti erniari, giurano tutti di combattere fino alla morte (bella forza). Ora, più di due secoli dopo, il Quirinale è di nuovo in pericolo: le truppe “giacobiniste” (copyright la Repubblica) a 5Stelle premono alle porte. S’impone dunque un Supremo Monito all’altezza della gravità dell’ora. I più gettonati sono due. 1) “Vietato votare per partiti fondati da comici o ex magistrati”. 2) “Ma ci tenete proprio tanto a queste elezioni? E se stavolta saltassimo un giro e votassi solo io?”.
Da Il Fatto Quotidiano del 04/11/2012.
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Da Napoli mi continuano ad arrivare precisazioni relative al mio post sullo spezzone contro la guerra alla Siria nella manifestazione del 27 ottobre a Roma. Dai vari interventi riesco finalmente a capire che nella scelta degli striscioni sulla guerra alla Siria si è trattato di una divergenza circa l’opportunità o meno di affiancare a un ottimo striscione, che denunciava le politiche imperialiste del regime Monti ed esigeva “giù le mani dalla Siria”, altre parole d’ordine e striscioni che inserivano, accanto alla solidarietà con la resistenza siriana, le bandiere dei paesi latinoamericani dell’ALBA, ai quali si ispira anche una rivista online omonima. Le due posizioni sembra corrispondano essenzialmente a due diversi gruppi  con base a Napoli. Sinceramente trovo questa discussione, che si è dilungata in una serie di comunicati, un po’ di lana caprina e non tale da giustificare contrasti e polemiche. Evidentemente quelli dell’ALBA, hanno voluto dare visibilità alla propria azione politica e a quanto unisce i paesi dell’ALBA – che siano più o meno socialisti, come qualcuno rileva, in questo contesto non conta molto – alla lotta antimperialista della Siria. Altri hanno ritenuto che l’oggetto del contendere e da pubblicizzare nel corteo fosse l’aggressione alla Siria e che la denuncia dell’imperialismo fosse sufficiente a comprendere tutte le istanze. Quanto a me, che non voglio essere coinvolto in una diatriba (e che nutro anch’io dubbi sul processo cubano in atto, ma questo non c’entra perché Cuba va comunque sostenuta contro gli yankee), penso che lo striscione “Giù le mani dalla Siria” fosse esauriente, ma che la presenza di un riferimento all’ALBA non ha turbato un granchè il senso dello spezzone e rifletteva la molteplicità internazionale delle posizioni a sostegno della lotta del popolo siriano. Insomma, andava bene tutto e, per favore, di fronte all’enorme dramma mediorientale, non dividiamoci su questioni non inconciliabili. Da isolare, semmai, sono i cerchiobottisti della non violenza senza se e senza ma. Non chi è riuscito finalmente, anche a Milano, a rompere l’oscena presa dei nazifascisti sulla solidarietà alla Siria.   Pace e bene.

 


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