Turchia, aggressione per procura


Le tensioni tra Siria e Turchia, aumentate pericolosamente la settimana scorsa in seguito all’esplosione di un missile in territorio turco che ha fatto cinque vittime civili, continuano a rimanere ben oltre il livello di guardia anche in questi ultimi giorni. Ad aggravare ulteriormente la situazione è stata l’intercettazione nel pomeriggio di mercoledì di un aereo di linea siriano da parte delle autorità turche, le quali lo hanno costretto ad atterrare ad Ankara mentre era in volo tra Mosca e Damasco perché sospettato di trasportare materiale bellico destinato al regime di Bashar al-Assad.

Il governo del premier Erdogan ha ordinato ad un jet F-16 della propria flotta di scortare un Airbus 320 della Syrian Air con una trentina di passeggeri a bordo sulla pista d’atterraggio dell’aeroporto Esenboga della capitale turca. Secondo la rete televisiva NTV, gli addetti all’ispezione avrebbero confiscato il carico, anche se le autorità turche non hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali in proposito. Il quotidiano Zaman ha però riportato il ritrovamento di equipaggiamenti per le comunicazioni militari e componenti per la fabbricazione di un missile.

L’iniziativa di Ankara è giunta in un momento già estremamente delicato nei rapporti tra i due ex alleati e ha comprensibilmente sollevato la dura reazione di Damasco, da dove il ministro dei Trasporti, Mahmoud Said, ha definito lo stop del velivolo siriano un atto di “pirateria aerea”. Il governo di Mosca, a sua volta, ha chiesto spiegazioni a quello turco, visto che l’aereo della Syrian Air trasportava 17 cittadini russi, e ha negato che a bordo dell’Airbus vi fossero armi o altro materiale bellico.

Che quella di Ankara sia una provocazione intesa a fomentare la reazione della Siria per scatenare un conflitto vero e proprio appare evidente anche dal commento rilasciato all’agenzia di stampa Interfax da un anonimo funzionario governativo russo. Quest’ultimo ha fatto notare che la Russia non ha mai sospeso le forniture militari e tecnologiche alla Siria, perciò Mosca non ha alcuna necessità di effettuare spedizioni di questo genere in maniera segreta e per mezzo di un aereo civile, dal momento che esse continuano tuttora tramite i canali ufficiali.

In ogni caso, lo scrupolo turco per evitare l’afflusso di armi alle forze del regime e quindi l’aumento del livello di violenza nel paese appare quanto meno ipocrita, dal momento che Ankara è in prima linea nel facilitare le forniture di armi agli stessi ribelli anti-Assad, tra cui operano svariati gruppi terroristi, alimentando gli scontri e contribuendo al moltiplicarsi del numero delle vittime.

Nei giorni scorsi, intanto, sono proseguiti gli scambi di artiglieria tra Siria e Turchia nelle zone di confine dove infuria la battaglia tra le forze regolari e l’opposizione al regime che trova rifugio oltre il confine settentrionale. Anche se appare estremamente improbabile che Damasco abbia volutamente lanciato missili in territorio turco, Ankara ha risposto duramente con ripetuti bombardamenti contro postazioni dell’esercito siriano.

L’ipotesi più probabile è che i missili siano atterrati per errore oltre confine nell’ambito dei combattimenti contro i ribelli, anche se è non da escludere del tutto che la responsabilità sia proprio di questi ultimi nel tentativo di trascinare la Turchia nel conflitto. Da Ankara sono comunque arrivate dichiarazioni bellicose e, allo stesso tempo, altre forze aeree e di terra sono state inviate verso il confine con la Siria in preparazione di una possibile escalation dello scontro. Il governo turco, d’altra parte, settimana scorsa si era assicurato l’approvazione in Parlamento di una misura che consente l’uso della forza per fronteggiare minacce alla sicurezza del paese.

Il capo di stato maggiore turco, generale Necdet Ozel, nel corso di una visita alla città di Akçakale, dove il missile proveniente dalla Siria aveva fatto cinque vittime civili, ha poi minacciosamente ribadito che se gli attacchi proseguiranno, Ankara “risponderà ancora con maggiore forza”, dimostrando che la Turchia è pronta a sfruttare qualsiasi occasione per scatenare una guerra che si prospetta a dir poco rovinosa.

Le manovre turche procedono in piena sintonia con i vertici della NATO, che ha espresso solidarietà ad Ankara in una recente riunione di emergenza seguita al lancio del missile dal territorio siriano, e degli Stati Uniti, i cui piani in preparazione di un intervento militare sono stati confermati da un articolo pubblicato martedì dal New York Times.

Il quotidiano americano ha rivelato che da qualche tempo Washington ha inviato segretamente una task force di oltre 150 militari in Giordania e che essi sono alloggiati presso una struttura a nord della capitale, Amman. La “missione” statunitense trae origine da un’esercitazione militare andata in scena a maggio, in seguito alla quale i soldati sono rimasti nel paese mediorientale.

Questo contingente, la cui presenza in Giordania è stata confermata mercoledì dal Segretario alla Difesa, Leon Panetta, secondo la versione ufficiale avrebbe l’incarico di aiutare le autorità locali nella gestione della crisi prodotta dall’afflusso nel territorio del piccolo regno Hashemita di 180 mila rifugiati provenienti dalla Siria. La competenza degli americani in questo ambito è d’altronde risaputa, dal momento che le invasioni di Afghanistan e Iraq di rifugiati nell’ultimo decennio ne hanno creati a milioni.

Un’altra ragione sarebbe la necessità di intervenire tempestivamente in Siria nel caso il regime di Assad dovesse perdere il controllo del proprio arsenale di armi chimiche e biologiche. Tale questione era già stata sollevata qualche mese fa dal presidente Obama, secondo il quale l’impiego di armi chimiche contro i civili siriani o il pericolo che esse possano cadere nelle mani di gruppi estremisti spingerebbe immediatamente gli Stati Uniti ad intervenire. Come per l’Iraq nel 2003, pertanto, la presunta minaccia delle armi di distruzione di massa viene di nuovo usata da Washington per giustificare un cambio di regime con la forza in Medio Oriente.

Il New York Times sottolinea inoltre che i militari americani in Giordania sono dislocati a poco meno di 60 km dal confine siriano e “potrebbero svolgere un ruolo importante nel caso la politica degli Stati Uniti nei confronti della crisi in Siria dovesse cambiare”. In altre parole, nel momento in cui l’amministrazione Obama dovesse valutare che le condizioni internazionali permettono un intervento militare contro Assad, il contingente inviato in Giordania sarà una delle basi d’appoggio per le operazioni. Allo stesso scopo è già stato istituito da mesi un centro operativo della CIA presso la base americana di Incirlik, in Turchia, da dove vengono coordinati i finanziamenti e i trasferimenti di armi ai ribelli provenienti da paesi come Arabia Saudita e Qatar.

Anche in questo caso, l’occasione per lanciare un attacco potrebbe essere rappresentata da uno degli scontri che già da tempo si registrano tra l’esercito siriano e quello giordano nelle zone di confine tra i due paesi.

Stati Uniti e Turchia, dunque, da un lato e con il supporto decisivo dei principali media occidentali stanno cercando di preparare l’opinione pubblica internazionale ad un nuovo conflitto in Medio Oriente utilizzando le consuete ragioni umanitarie, mentre dall’altro operano più o meno apertamente per provocare una reazione da parte di Damasco, da sfruttare come pretesto per un intervento unilaterale che porti al rovesciamento del regime di Bashar al-Assad.

di Michele Paris – 12/10/2012

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