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“Bin Laden è morto, la General Motors è viva!”

Si è da poco concluso il Convegno Nazionale del Partito Democratico degli Stati Uniti, lasciandosi dietro 138 tonnellate di rifiuti.

Il convegno era sponsorizzato, tra l’altro, dalla Coca Cola e dalla BAE Systems, un’azienda – peraltro britannica – che si occupa di “Defence, Security, Electronics & Systems Integration, Cyber & Intelligence” e che ha donato finora 233.000 dollari alla campagna di Obama (qui potete trovare una lista di alcuni altri imprenditori che hanno deciso di investire in Barack Obama).

I partecipanti al convegno hanno anche potuto assaggiare un drink, il BAE Systems Countermeasure, offerto ai partecipanti dalla società londinese.

Ricordiamo che nel 2008, Aviation Week and Space Technology fece sapere ai propri lettori che Obama aveva preso più fondi dal complesso militare-industriale del suo bellicoso rivale, John McCain. Non che i repubblicani vorrebbero essere da meno, ovviamente, ma è bene ricordare certe cose, oggi che le sinistre europee si beano di avere un amico alla Casa Bianca.

Durante il convegno, il vicepresidente Joe Biden ha riassunto i valori e i successi del governo di Obama con un interessante slogan: “Osama Bin Laden is dead, and General Motors is alive“.

Non ho bisogno di spiegarvi chi fosse Osama Bin Laden; ma qualche parola si potrebbe dire sulla General Motors, l’azienda che assieme a quella di Ford ha trasformato gli Stati Uniti nel paese più energivoro del pianeta (più di un quarto del consumo petrolifero mondiale).

Non pretendiamo certamente di farne la storia, ma solo di offrire qualche pennellata, che aiuti a capire la costruzione di un sistema.

La General Motors fu diretta, all’inizio, da Pierre S. DuPont, i cui avi avevano introdotto al mondo la produzione in massa della polvere da sparo, arricchendosi in maniera straordinaria con la Guerra Civile: i suoi eredi, applicatisi anche alla chimica, avrebbero ottenuto guadagni straordinari con la Prima guerra mondiale.

La GM è diventata la più ricca azienda degli Stati Uniti, grazie alla Seconda guerra mondiale, e due volte. La prima, producendo quantità illimitate di materiale bellico a spese dei contribuenti. La seconda, facendosi prima detassare la perdita della filiale tedesca, e poi facendosi ripagare, dalla Germania ormai distrutta, più del suo valore.

E giustamente Eisenhower nominò il presidente della General Motors, Charles Erwin Wilson, segretario di difesa.

Insomma, nel paese del liberismo estremo, uno Stato finanziatore fa sempre comodo; tanto che negli Stati Uniti, la GM viene soprannominata Government Motors.

La GM puntò recentemente alla produzione di quei carri armati per privati che sono le SUV e quei megaSUV che sono i Hummer, una pessima scommessa in tempo di crisi economica e di aumenti del prezzo del petrolio: nel 2009, la GM dichiarò fallimento.

La linea dei Hummer, che avevano dato il peggio di sé in Iraq, fu venduta a un’azienda cinese.

E qui le opposte filosofie conservative liberal poterono manifestarsi in pieno: nella secolare tradizione della destra statunitense, un capitalista che fallisce ha avuto ciò che si merita (almeno così dicono, quando sono all’opposizione).

Mentre per i liberal, lo Stato deve essere sempre a disposizione dell’economia.

E così il consulente automobilistico al Segretario del Tesoro, tale Steven Rattner – che fino al giorno prima gestiva gli sterminati averi del sindaco di New York, Michael Bloomberg – intervenne. Per salvare le banche creditrici, il governo investì ben 49,5 miliardi di dollari nella GM, diventando il principale azionista del fallimentare mostro.

La GM si impegnò nella costruzione di una costosa auto elettrica, la Chevy Volt, ritenuta più ecologica: le leggi sulle emissioni furono rapidamente modificate in modo da favorire il nuovo prodotto, e la General Electric – altro finanziatore di prim’ordine della campagna elettorale di Obama – promise di acquistarne un gran numero.

Il Dipartimento della Difesa si impegnò ad acquistare 1.500 Chevy Volt, al prezzo di40.000 dollari l’una.

A tre anni dal salvataggio, la General Motors è di nuovo sull’orlo del fallimento, come rivela Forbes, e le azioni del governo – pari a oltre un quarto del capitale della società – valgono ormai circa la metà di quanto valessero ai tempi dell’investimento.

Ma sentiamo come la racconta Joe Biden, nel suo commovente discorso alla Convention democratica.

Ricorda innanzitutto che suo padre era un venditore di auto, mentre il padre di Mitt Romney – il candidato repubblicano – era addirittura presidente della American Motors: “Sono certo che lui è cresciuto innamorato delle auto quanto me”; eppure, rimprovera Biden, Romney avrebbe lasciato fallire la GM: il suo non era vero amore per le quattro ruote.

“Quando tutto era in forse, il Presidente [Obama] ha capito che in ballo non c’era solo l’industria automobilistica. Si trattava di salvare l’orgoglio americano. Lui sapeva cosa voleva dire lasciare un milione di persone senza speranze se non avessimo fatto nulla. Sapeva quale messaggio sarebbe stato mandato al resto del mondo se gli Stati Uniti avessero ceduto sull’industria che ha aiutato a rendere famosa l’America. Determinazione. Risolutezza”.

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