Usa, la diplomazia delle armi

 


Qualche giorno fa, il Servizio di Ricerca del Congresso americano (CRS) ha pubblicato il suo rapporto annuale sul mercato delle armi nel mondo, evidenziando come le aziende statunitensi abbiano registrato una clamorosa impennata delle vendite durante l’anno 2011. Queste multinazionali hanno infatti triplicato la loro performance rispetto al 2010, in gran parte grazie agli sconvolgimenti che hanno attraversato il mondo arabo, minacciando gli interessi strategici di Washington e dei suoi alleati in Medio Oriente.

Nel solo 2011, i contratti per la vendita di armi conclusi dalle compagnie americane sono ammontati a 66,3 miliardi di dollari. L’enormità della cifra risulta evidente dal confronto con l’anno precedente, quando il totale fu di “appena” 21,4 miliardi. Il quasi monopolio delle armi USA risulta evidente poi dal fatto che esse nel 2011 hanno coperto addirittura il 77,7% del mercato mondiale, pari a 85,3 miliardi di dollari.

Secondo il CRS, la quantità di accordi di vendita siglati dai produttori di armi d’oltreoceano nel 2011 rappresenta un primato assoluto, dal momento che la cifra più alta per un singolo anno era stata fatta segnare nel 2008 con 38,2 miliardi di dollari. Lo strapotere americano in questo ambito risulta chiaro anche dal margine enorme sul più immediato rivale, la Russia, che l’anno scorso si è assicurata contratti per 4,8 miliardi, vedendosi quasi dimezzata la propria quota del mercato mondiale di armi (5,6%).

Oltre agli Stati Uniti, solo la Francia ha fatto segnare un aumento delle vendite nel 2011, mentre tutti gli altri esportatori sono risultati in flessione. Le aziende francesi si sono accaparrate accordi di vendita per 4,4 miliardi, contro un totale di 1,8 miliardi nel 2010. Complessivamente, tuttavia, i primi quattro esportatori europei di armi – Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia – hanno visto la propria fetta di mercato scendere dal 12,2% del 2010 al 7,2% del 2011.

Le cause dei cambiamenti prodotti nelle dinamiche del mercato delle armi durante l’anno 2011, cioè in primo luogo le necessità geo-strategiche di Washington, sono facilmente identificabili osservando i principali destinatari delle esportazioni. Infatti, a spingere verso l’alto le vendite sono stati soprattutto i contratti firmati dalle compagnie americane con l’Arabia Saudita (33,7 miliardi di dollari).

Il più repressivo regime mediorientale, stretto alleato degli Stati Uniti, ha dato il via ad una vera e propria corsa agli armamenti di fronte alla minaccia del contagio della Primavera Araba all’interno dei propri confini. Inoltre, il massiccio investimento in equipaggiamenti militari è la diretta conseguenza dell’aumento delle tensioni con il principale rivale regionale di Riyadh, l’Iran, contro il quale appare sempre più probabile un’aggressione da parte di Israele e Stati Uniti.

La lista della spesa saudita comprende 84 aerei da guerra F-15, decine di elicotteri e svariate attrezzature militari che faranno schizzare i profitti di aziende come Boeing e United Technologies. Altra miniera d’oro per le compagnie USA in Medio Oriente sono poi gli Emirati Arabi Uniti, la cui casa regnante, per gli stessi motivi che hanno animato lo zelo saudita nell’acquisto di armi, ha stanziato 4,5 miliardi, assicurandosi tra l’altro un sofisticato sistema di difesa missilistico realizzato da Lockheed Martin.

L’esplosione della vendita di armi americane nel Golfo Persico rivela anche l’ipocrisia delle accuse nei confronti del programma nucleare iraniano, continuamente dipinto come una minaccia contro i paesi della regione. Il totale degli armamenti USA venduti ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi nel 2011 supera infatti di quasi sei volte l’intero budget militare della Repubblica Islamica per lo stesso anno.

Le ragioni della politica estera americana giustificano anche la presenza di India e Taiwan in cima alla lista dei principali beneficiari di armi a stelle e strisce. Dopo l’Arabia Saudita, Nuova Delhi è il più importante mercato delle armi statunitensi con 6,9 miliardi di contratti già conclusi. L’India, non a caso, rappresenta per Washington uno dei baluardi della propria strategia di contenimento dell’espansionismo cinese nel continente asiatico. Una provocazione nei confronti di Pechino può essere considerata anche la tradizionale assistenza militare fornita dagli USA a Taiwan, concretizzatasi nel 2011 con l’acquisto di batterie anti-missili del valore di 2 miliardi di dollari.

La trama che emerge dalla ricerca del CRS conferma ancora una volta l’intreccio tra le motivazioni economiche delle multinazionale americane delle armi e gli obiettivi strategici del governo di Washington in ogni angolo del pianeta. Questa situazione comporta una profondissima influenza dell’industria bellica sulla politica statunitense, che si traduce a sua volta in un militarismo sempre più marcato a livello internazionale, ma anche in un drammatico restringimento dei diritti democratici sul piano domestico.

Nonostante l’impopolarità dell’apparato militare e delle scelte di politica estera di Washington, infine, l’industria bellica americana continua a godere anche di consistenti sussidi da parte del governo federale. Queste sovvenzioni, pagate dai contribuenti, consentono alle multinazionali statunitensi di dominare il mercato mondiale e di assicurarsi profitti da capogiro, proprio mentre i politici di entrambi gli schieramenti ripetono incessantemente che non esistono più fondi disponibili per finanziare programmi pubblici ormai ridotti all’osso.

di Michele Paris – 03/09/2012

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