Chomsky: pericolo-Israele, gli americani lo scopriranno

Ci sarebbe solo da vestirsi in giacca e cravatta e andare alle sedi delle grandi imprese, General Electric, JP Morgan Chase, alla Camera di Commercio, al “Wall Street Journal”, e spiegare gentilmente che la politica statunitense in Medio Oriente – il rapporto con Israele – è contraria ai loro interessi. Non è un segreto che il capitale privato ha una enorme influenza sulla politica del governo. Quindi se la “lobby” impone agli Stati Uniti delle politiche che sono contrarie agli interessi di questa gente che dirige effettivamente il paese, dovremmo essere in grado di convincerli. La lobby israeliana potrebbe essere neutralizzata in cinque secondi. Dobbiamo anche domandarci: perché coloro che ideano e decidono la politica del governo statunitense accettano qualcosa che è contrario ai loro interessi?

Io penso che la ragione è semplice: i principali settori del potere privato negli Stati Uniti ritengono che la politicastatunitense nei confronti di Israele Noam Chomskysia assolutamente accettabile. PerchéIsraele è una società ricca e avanzata. C’è in Israele un potente settore high-tech che è molto connesso con l’economia high-tech degli Stati Uniti, in entrambi i sensi. Israele è molto potente militarmente e molto connessa con l’industria militare degli Stati Uniti e anche alla strategia militare statunitense. Quando Obama dice: «Vi darò degli F35», è un aiuto a Lockheed Martin – in effetti un doppio aiuto, perché prima di tutto è il contribuente a finanziare Lockheed Martin, si inviano degli aerei ultimo grido a Israele, poi l’Arabia Saudita accetta di ricevere degli equipaggiamenti di seconda categoria.

E’ quello che sta per succedere, il più grosso acquisto di materiale militare di tutti i tempi. L’Arabia Saudita ha acquistato materiale militare per 60 miliardi di dollari. Per Israele questo non costituisce un problema, si tratta di materiale di seconda categoria e quindi non possono farci granché. Ma al di là di tutto questo, i rapporti tra Israele e gli Stati Uniti sono fortissimi tanto sul piano militare che dei servizi segreti. Molte imprese statunitensi hanno costruito dei siti in Israele, Intel per esempio, il più grande fabbricante di chip informatici. Inoltre i nostri militari vanno in Israele per studiare le tecniche di guerra urbana. Israele è una testa di ponte statunitense in una regione strategicamente importante. Tutto ciò beninteso F-35irrita l’opinione pubblica araba, cosa che non ha mai rappresentato un problema per gli Stati Uniti.

A molti statunitensi viene semplicemente in modo istintivo di pensare che gli ebrei in Israele vivono una replica della nostra storia. Si riconoscono in questo specchio, riconoscono i crociati che sono riusciti a sloggiare i pagani. C’è una analogia con la conquista del territorio nazionale negli Stati Uniti; i sionisti ricorrono anch’essi a questa analogia, assolutamente positiva dal loro punto di vista. Noi portiamo la civiltà ai barbari, è questo in definitiva il messaggio di base dell’imperialismo occidentale. E’ profondamente radicato. Non è perché la lobby è improvvisamente diventata più efficiente nel 1967. Diciamo che alcuni liberali di sinistra che prima si interessavano poco a Israele, o addirittura gli erano ostili, ne sono improvvisamente diventati ardenti sostenitori. La propaganda della lobby è sempre esistita. Di fatto prima del 1967 aveva fallito nel tentativo di fare adottare una linea più filo-israeliana dalla rivista “Commentary” e dal “New York Times”.

Ma, beninteso, è difficile parlare della lobby. Che cosa è la lobby? Sono gli intellettuali statunitensi? E’ il “Wall Street Journal”, il principale giornale del business nel sistema politico? La Camera di Commercio? Il Partito repubblicano che è nettamente più estremista del Partito democratico, mentre la maggioranza degli ebrei vota democratico e i contributi degli ebrei vanno principalmente ai democratici? Io penso che dobbiamo convincerci del fatto che quello che farà cambiare la politica del governo sarà un movimento popolare di massa, abbastanza influente per essere preso in considerazione nelle decisioni politiche, così come il movimento contro la guerra degli anni ‘60. Per un lungo periodo è stato difficilissimo Israel Shahakdiscuterne, e le conferenze sull’argomento provocavano furore, concludendosi spesso con atti violenti. Ho centinaia di esempi.

Alla fine degli anni ’80 ero stato invitato a tenere dei seminari filosofici di una settimana all’Università di California a Los Angeles, la Ucla. Il tema principale allora era l’America Centrale, ma un professore, una specie di colomba sionista, mi chiese di tenere una conferenza anche sul Medio Oriente. Risposi di sì. Pochi giorni dopo ho ricevuto una telefonata dalla poliziadell’università. Volevano che fossi protetto da poliziotti in uniforme durante tutta la mia permanenza nel campus. Hanno chiesto il mio consenso. Io non ero d’accordo. Ma comunque dei poliziotti in borghese mi hanno seguito dovunque – si sedevano nelle aule dove tenevo le conferenze, mi seguivano al club della facoltà. Le loro armi erano visibili. L’avvicinarsi della mia conferenza sul Medio Oriente provocò un’ebollizione, la tensione cresceva.

Ho tenuto la conferenza nel più grande anfiteatro del campus – era stato organizzato un sistema di sicurezza tipo aeroporto, un solo varco di ingresso, tutto era controllato. La conferenza non ha subito interruzioni ma, dopo la mia partenza, sono stato ferocemente attaccato dalla stampa dell’università, non solo io ma anche il professore che mi aveva invitato. Vi fu perfino un’iniziativa perché il suo incarico fosse revocato. Non è riuscito, ovviamente – era una persona importante. Ma questo ci dimostra Gaza, la strage dei bambini palestinesil’atmosfera dell’epoca. Era dappertutto così, anche al Massachusetts Institute of Technolgy, il Mit. Ogni volta che tenevo una conferenza era presente la polizia e insisteva per scortarci, alla fine, con mia moglie, fino al luogo dove eravamo ospitati.

Quando Israel Shahak ha parlato nel 1995, la sua conferenza è stata fisicamente interrotta da alcuni studenti del Mit. Fu grottesco. Mi ricordo di un ragazzo ventenne con la kippà che si è alzato e ha detto: «Come può dire queste cose di noi, dopo che sei milioni di noi sono morti?». Si rivolgeva a Israel Shahak, sopravvissuto del ghetto di Varsavia e del campo di Bergen-Belsen! Sei milioni dei “nostri” sono morti, gli ha detto il ragazzo, rumorosamente approvato dall’uditorio. Alcuni amici stavano dietro, erano rifugiati di origine europea, partiti intorno al 1939; hanno detto che non avevano mai visto niente di simile dopo la Gioventù Hitleriana. Ed eravamo nel 1995. Dopo, sono cambiati.

Avevano già cominciato a cambiare in quell’epoca, ma questi ultimi dieci o quindici anni li hanno molto cambiati. Per diverse ragioni. Per prima cosa, alcuni giovani studenti palestinesi cominciano davvero ad organizzarsi qui negli Stati Uniti, e non come lo faceva prima l’Olp. I temi che affrontano – l’oppressione, l’occupazione, l’aggressione – vengono presentati sulla base di principi elementari, principi liberali. Hanno cominciato ad organizzarsi come il movimento di solidarietà con l’America Centrale, come il movimento di opposizione alla guerra del Vietnam. Hanno cominciato a provocare un impatto. Era palpabile durante l’invasione di Gaza. L’invasione di Gaza ha veramente fatto arrabbiare molta gente. Era talmente evidente – c’era una forza militare enorme che devastava tutto, che se la prendeva con gente prigioniera e assolutamente indifesa.

(Noam Chomsky, estratti della conversazione con Mouin Rabbani sull’influenza della lobby ebraica negli Usa, pubblicata da “Le Grand Soir” il 30 luglio 2012 e ripresa dal sito “Ossin”).

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