Se questo non è “razzismo”, che cos’è?

di Enrico Galoppini

Se uno prende un mitra e una tanica di benzina, entra in un’abitazione privata, fa una strage e poi dà fuoco ai cadaveri di donne, vecchi e bambini trucidati, che cosa pensate dovrebbe esser fatto una volta acciuffato l’autore della carneficina?

In un mondo arcaico che non è neppure più immaginabile tanto l’uomo si è progressivamente invigliacchito (quello, insomma, che non prevedeva tutta questa ipocrisia leguleia di scappatoie fatte solo per chi se le può permettere), l’autore di un gesto simile dovrebbe essere messo a disposizione dei parenti delle vittime. Ma in un mondo almeno normale dovrebbe essere consegnato alle autorità locali, le quali dovrebbero poi applicare, dopo un processo, le leggi vigenti in materia, quali che siano.

 

Ma questo ormai non è un mondo normale. Non è normale perché si sta trasformando in un gigantesco, planetario, campo di battaglia.

 

Dove a battagliare, per la “esportazione della democrazia”, “la lotta al terrorismo”,  il “bene dell’umanità” e altre frattaglie moralistiche sono gli eserciti occidentali, Usa in testa, seguiti incondizionatamente dai loro “alleati”: i compagni di merende, sovente consanguinei, Inghilterra e Israele; le nazioni occupate militarmente nel 1945 (che per qualche decennio han proseguito a fare le “furbette”); quelle annesse al sistema “occidentale” tramite il “processo di unificazione europea” (tipico caso l’Europa dell’est); quelle in cui al posto di statisti (uomini col senso dello Stato) sono stati messi dei burattini (la Francia: da un De Gaulle a un Sarkozy); ultime, in ordine di tempo, quelle nazioni islamiche uscite smaccatamente allo scoperto in occasione della “Primavera araba”.

 

Ora, i popoli dei territori  – in rapido e progressivo aumento –  sui quali opera questo “Esercito del Bene” (sempre in guerra contro “il Male”!) sono in pratica espropriati della loro legge e possono essere sottoposti a qualsiasi angheria da parte dei suddetti rappresentanti della Bontà e della Moralità universali. Non possono mai far valere le leggi vigenti per i comuni cittadini di quel Paese, in nessun caso, perché gli appartenenti all’“Esercito del Bene” – sollevati dalla giurisdizione ordinaria – dispongono della proverbiale ”licenza di uccidere”.

 

Ma i soliti fabbricanti di opinioni ci dicono che “in guerra vigono altre regole”, che per le “basi militari all’estero” (comprese quelle Usa/Nato sul territorio italiano, dove non sono rari i casi di delitti compiuti da personale delle suddette basi rimasti impuniti) vi sono degli “accordi” eccetera… Ma la sostanza di tutti questi bei giri di parole che escono dalla bocca di rinnegati del loro popolo è solo una: che un omicidio non è più considerato un omicidio e l’autore – esponente del “Bene” – la fa regolarmente franca. E tutto perché il concetto di giustizia viene strapazzato oltre ogni decenza: tutto dipende da chi fa cosa, non dalla cosa in sé. Nemmeno se è impossibile spacciare il delitto per un “errore”, perché se uno esce nottetempo dalla propria base e va a fare una carneficina di persone inermi colte nel sonno, la cosa la si può rivoltare finché si vuole, ma risulterà sempre impossibile spacciarla per una “operazione militare” terminata con una “tragica fatalità”.

 

Già la solfa degli “errori” ritualmente addotti a scusante è particolarmente nauseabonda, ma in questo ultimo caso di strage premeditata compiuta da (uno o più?) militari americani di stanza in Afghanistan, il disgusto non è più descrivibile a parole.

 

Obama è “scioccato” (e ti pareva), i capi della “missione” promettono l’immancabile “inchiesta” (che non porta mai a nulla), il burattino Karzai dice che “pretende chiarimenti” (sull’aumento del suo stipendio?).

 

Ma in mezzo a questa bancarotta morale resta un fatto che nessun commentatore “autorevole” rileva: sono stati uccisi in maniera deliberata, per puro sfogo, degli esseri umani, con famiglie, un vissuto, speranze… Le stesse, in fondo, dei nostri “scarrafoni tanto belli a mamma sua”, che se cadono in mano di qualche “terrorista” diventano un caso nazionale da sottoporre a martello – a colazione, pranzo e cena – ad un’opinione pubblica completamente inebetita da un “patriottismo” sempre più “americano” .

 

Inebetita e anche ipocrita, perché mentre la stessa “opinione pubblica occidentale” è fatta oggetto di un rituale e peloso ‘catechismo antirazzista’ per silenziare e tacciare d’immoralità ogni sensata critica al “Villaggio globale” e alla “Società multietnica” (compresa quella che ricorre a ferrei ragionamenti economici), le stesse sentinelle anti-discriminazione non provano alcun sussulto morale quando è proprio il “razzismo”, la pretesa d’incarnare una “superrazza” opposta a dei “subumani” da “civilizzare”, alla base di stragi come l’ultima operata in Afghanistan da militari americani. Ma non c’è di che meravigliarsi, quando anche i campioni del “pacifismo” non battono ciglio ma raccolgono solertemente firme per “mettere fine alle violenze”, prima in Libia, poi in Siria e dopo ancora dove il loro Badrone indirizzerà l’esecrazione mediatica e arcobalenista.

 

Adesso proveranno a giustificare l’ennesimo gesto criminale ai danni di innocenti sostenendo che si tratta d’un soldato – poverino – particolarmente stressato… E che dire degli afghani? Saranno un tantino stressati o no, visto che siamo nel 2012 e che gli occidentali l’hanno invaso nel 2001? Mentre stuoli di psicologi s’interrogano sul logorio del militare occidentale impegnato in “terreno ostile”, nessun luminare di questa pseudo-scienza propone una riflessione su come si sentiranno persone sottoposte a bombardamenti, rastrellamenti, violenze, paure, privazioni, lutti, menomazioni fisiche ed abusi d’ogni tipo da oltre dieci anni. Ma non c’è di che sorprendersi, se ci si ricorda che all’indomani dell’1 1 settembre sempre alcuni strizzacervelli nostrani in gran voga sollevarono più volte il problema dei “poveri bambini occidentali traumatizzati” dopo la visione in tv del crollo delle Torri gemelle!

 

Si noti che magari si tratta degli stessi bambini lobotomizzati dai videogiochi a tema bellico, nei quali il “cattivo” è sovente – guarda un po’ che caso – il “terrorista islamico”. Così poi uno da grande, nella sua mente addestrata alla semplificazione e al manicheismo esasperato, quando in cerca di un “lavoro sicuro” si arruolerà in eserciti che assomigliano sempre più alle guardie della banca o del supermercato, si troverà a maneggiare gingilli devastanti ma ‘asettici’ nella loro ipertecnologia che gli daranno la sensazione di ammazzare sempre i soliti “cattivi” che s’agitavano sullo schermo del computer quand’era piccolo, non proverà alcuno scrupolo nel passare dal virtuale al reale.

 

Tutti i responsabili, in frangenti simili, fanno di tutto per farla franca, sviare l’attenzione, camuffare l’accaduto, giustificare, indorare la pillola e, nei casi più spregevoli, passarci pure bene con qualche frase ad effetto sui “risarcimenti”. A volte si trova un capro espiatorio, ma per un breve lasso di tempo, poiché non può essere stabilito il pericoloso precedente per cui un “occidentale” è “colpevole” di alcunché nei confronti di un “selvaggio”. Eppure resta il fatto – sommamente ignorato – che quelle persone che dormivano al riparo della loro casa e che non minacciavano nessuno non ci sono più.

 

Ma dicevamo che questo non è un mondo normale. Peggio, è malato fradicio nella misura in cui si è fissato di essere “moderno” e “progressista”.

 

Che cosa si può dire di sensato ai familiari delle vittime in casi simili? Che in fondo è un pegno necessario perché bisogna “esportare la democrazia”? Che bisogna fare la “guerra al terrorismo”? Che la “pace nel mondo” richiede questi sacrifici? Si può raccontare sempre la favola dell’”errore” o della “giustizia” che inevitabilmente farà il suo “corso” (cioè verso la palude del nulla)?

 

Si può credere ancora a questi signori quando predicano che il “razzismo” è la discriminazione sulla base del colore della pelle? E l’Onu, questa paladina della lotta al “razzismo”, non trova nulla di strano? A cosa serve spendere fiori di quattrini in commissioni, convegni, campagne eccetera se poi stragi di povera gente passano in cavalleria?

 

Quale macchia portavano queste ennesime vittime del “Progresso” da diffondere con la forza? Di essere rimaste “indietro” rispetto ad un mondo molto più “avanti”? Di essere più “povere” – quindi colpevoli, per la mentalità economicista – rispetto ad un mondo “ricco”?

 

A me pare che se c’è qualcosa da temere e deprecare è questa pretesa d’avere in poppa il “senso della storia”, di essere il “faro del Progresso”, d’incarnare la “volontà divina”, che si traduce nel disprezzo per tutti gli altri che per un motivo o l’altro non sono percepiti “come noi”:  se questo non è “razzismo”, che cos’è?

http://europeanphoenix.net/it/component/content/article/6-diritti-umani/260-se-questo-non-e-qrazzismoq-che-cose

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