Galtung: licenza di uccidere, su ordine del fascista Obama

Barack Obama? Il capo di una «nazione-killer», che – per cercare di rallentare il proprio inesorabile declino imperiale – sperimenta un nuovo «fascismo globale», senza frontiere, fatto di terrorismo di Stato e uccisioni mirate ma molto imprecise, con migliaia di vittime civili. Lo afferma l’insigne sociologo norvegese Johan Galtung. In piena crisi, incalzato dai repubblicani, Obama «si rigioca il trucco retorico progressista che lo ha portato al potere nel 2008», anche se appena due anni dopo «si è svelato il bluff», subito punito dal rovescio elettorale delle votazioni di medio termine. Il pericolo? Si chiama fascismo, dice letteralmente Galtung, che avverte: «Ce n’è una varietà nazionale e una globale». Obama spia gli americani violando la loro privacy. E in più, addestra reparti-killer per eliminare segretamente “nemici” in tutto in mondo, americani e non.

Oltre allo «spionaggio massiccio dello stesso popolo statunitense», scrive Galtung in un recente intervento, tradotto dal Centro Sereno Regis e ripreso Barack Obamada “Megachip” l’11 marzo 2012, il giorno di San Silvestro il capo della Casa Bianca, Premio Nobel per la Pace, ha fatto approvare alla chetichella la legge annuale per la difesa nazionale: «Ben dissimulata, è stata ratificata con statuto legale l’esposizione dei cittadini Usaad arresto arbitrario senza susseguente beneficio d’assistenza legale, e ad eventuale tortura e incarcerazione». Addio al fondamento giuridico dell’“habeas corpus”, scrive Alexander Cockburn su “The Nation” il 23 gennaio. Grazie al “progressista” Obama, se ne va un pilastro dello Stato di diritto. Marchio distintivo di Obama, per Galtung è lo iato fra discorso e azione: «Una chiave al suo fascismo globale: invece di riconoscere i torti della politica esteraUsa, nasconde le sue uccisioni extra-giudiziarie». Missioni-killer, con scarso controllo parlamentare, condotte «sotto copertura della Cia e del Pentagono in forse 120 paesi, mediante droni e lo Jsoc», ovvero il “Joint Special Operations Command”, quello delle operazioni speciali.

L’impero Usa sta cadendo, scrive Galtung, e utilizza élite locali per convogliare valore dalla periferia al centro: élite che però sono «malferme in molti luoghi come l’America Latina, spaventate in Africa, dubbiose in Europa e Asia, in azione contro gli Usa in Cina e Russia». Il “fascismo globale” è all’opera, scrive il sociologo norvegese. Secondo il saggista Nick Turse, che cita il “Washington Post”, le forze delle operazioni speciali statunitensi erano distribuite in 75 paesi, rispetto ai 60 alla fine della presidenza Bush. Entro il 2012, rivela il colonnello Tim Nye dello “Special Operations Command”, il numero arriverà probabilmente a 120. Secondo Turse, la direzione congiunta delle operazioni targate Socom «è un sub-comando clandestino, la cui missione primaria è rintracciare e uccidere sospetti terroristi secondo un elenco globale di potenziali vittime, che comprende cittadini americani». La struttura speciale «gestisce una dronecampagna extra-legale di “uccisione-cattura” che un ex-consulente di contro-insurrezione definisce “una macchina antiterroristica quasi a scala industriale per uccidere”».

Il capo uscente del Socom, l’ammiraglio di marina Eric Olson, stratega delle “operazioni speciali”, ha varato il “Progetto Lawrence”, così chiamato da “Lawrence d’Arabia”, l’agente inglese che si era alleato coi guerriglieri arabi del Medio Oriente durante la Prima Guerra Mondiale. CitandoAfghanistan, Pakistan, Mali e Indonesia, Olson aggiunge che il Socom ha bisogno di “Lawrence d’Ovunque”. L’autentico Lawrence, osserva Galtung, combatté i turchi per una federazione araba, per poi vedere tradita la sua opera dall’accordo Sykes-Picot e dalla brutale colonizzazione del Medio Oriente. Profondamente disgustato, cambiò nome e morì in un incidente. Ebbene, secondo Galtung, c’è da scommettere che i nuovi “Lawrence d’Ovunque” un giorno non lontano «subiranno lo stesso destino».

Comprensibilmente, lo schema della classica guerra neo-coloniale d’invasione e occupazione è in piena crisi, dopo i “nuovi Vietnam” chiamati Afghanistan e Iraq. «Ed ecco in auge l’uccisione mirata clandestina». Prima arma strategica, i droni: i bombardieri senza pilota «combinano piattaforme d’osservazione e d’arma, e sono diventati molto apprezzati dai militari Usa e alleati», anche se restano «meno precisi delle uccisioni Socom». Stando alle analisi dell’Istituto Brookings, risulta che il rapporto civili-guerriglieri uccisi da missili sparati da droni è di 10 a 1. Secondo questa stima, scrive il “JapanJohan Galtung Times”, sono già stati uccisi migliaia di innocenti: da 2.170 a 2.750 civili. Quasi tremila vittime, come quelle dello storico attacco terroristico dell’11 Settembre.

«Un aspetto cruciale della supremazia morale e dell’eccezionalismo Usa – scrive Galtung – è che le vite degli stranieri contano solo una frazione delle vite Usa, per definizione eccezionali e moralmente superiori». Sicché i droni sono ideali: nessuna perdita americana e nessuna sindrome da stress post-traumatico, non essendoci contatto diretto con le vittime ma solo il puntamento dell’obiettivo tramite computer, anche a migliaia di miglia di distanza. Il drone è l’arma perfetta del nuovo “fascismo globale”, perché funziona e tutto sommato costa poco. «Prima o poi – aggiunge Galtung – i regimi ancora leali all’Impero Usa si sveglieranno», a partire dalla stessa Norvegia, che oggi «contribuisce al finanziamento di un progetto di droniUsa, “Global Hawks”». E forse, chissà, si sveglieranno anche gli americani, che ascoltano il candidato Mitt Romeny riparlare un’altra volta di guerra. La marina Usa intanto si schiera nel Pacifico per contrastare la Cina: altra operazione che assorbirà denaro pubblico. Desolante la fotografia di Galtung: «Un impero in declino, e una nazione-killer».

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