Stati Uniti, la fabbrica del terrorismo di Stato

Ieri abbiamo raccontato il caso di Amine El-Khalifi, marocchino residente negli Stati Uniti.

Il giovane, immigrato caduto in clandestinità, già piccolo spacciatore, cacciato di casa perché non pagava l’affitto,  è stato contattato da un agente dell’FBIpresentatosi come un dirigente di al-Qaida.

In un anno di intensivo lavoro, hanno costruito un senso per la sua vita e la sua morte. Lo hanno indotto a compiere un attentato suicida contro il congresso degli Stati Uniti, con addosso un giubbotto antiproiettile che, secondo l’agente dell’FBI, avrebbe dovuto contenere esplosivo, mentre in realtà era del tutto innocuo.

Abbiamo visto come, negli ultimi tre anni, l’FBI abbia organizzato ben 36 simili “attentati terroristi islamici” sul suolo americano (il nome gergale è sting operations).

Contro questi 36 attentati, troviamo – nello stesso periodo – solo tre azioni apparentemente autentiche di “terrorismo islamico”: una certo clamorosa, quando nel 2009, un soldato americano aprì il fuoco contro i propri commilitoni a Fort Hood, uccidendone tredici.

Nello stesso anno, un certo Carlos Leon Bledsoe, a Little Rock nell’Arkansas, uccise un soldato e ne ferì un altro (fu condannato a 11 ergastoli più 180 anni di carcere). Carlos Leon Bledsoe, un nero americano dal destino segnato, aveva cominciato a bere pesantemente all’età di 15 anni, era stato membro di una gang giovanile; arrestato una prima volta, si impegnò in una complessa ricerca religiosa, cercando di convertirsi al giudaismo, ma venendo respinto per il colore della pelle,  divenne musulmano, con il nuovo nome di Abdulhakim Mujahid Muhammad.

Nel 2010, un immigrato pakistano lasciò un’autobomba a Times Square a New York, fortunatamente disinnescata prima che scoppiasse.

Da cui possiamo dedurre che autentiche azioni violente da parte di “estremisti islamici” ci possono essere (anche se due su tre prendevano di mira bersagli militari); ma sono molto, molto più numerose le azioni violente – o presunte tali da chi vi partecipa – create artificialmente dall’FBI.

Si tratta di prendere una persona disagiata, che magari ha espresso su Facebook[1] qualche insofferenza verso la politica statunitense, e convincerla, attraverso un lungo lavoro, che la soluzione al suo disagio consista nel compiere un’azione violenta. E fornendo ogni aiuto materiale e psicologico necessario, per fargli compiere un attentato: pensiamo al caso diMohamed Osman Mohamud, diciannovenne somalo, che venne mandato a compiere un “attentato” addirittura contro un albero di Natale a Portland, nell’Oregon, con l’FBI che gli indicava persino dove parcheggiare il furgone imbottito, così lo assicuravano, di esplosivi.

A volte, l’agente dell’FBI persuade il presunto terrorista ad agire dietro incentivi materiali: è il caso di  Derrick Shareef, un senza-fissa-dimora (come al solito nero) che si fece pagare – da un delinquente comune che tra un furto e l’altro lavorava per l’FBI – per mettere una bomba a un centro commerciale, ricevendo una condanna a 35 anni di carcere.

Qualcuno si pone dei dubbi sull’efficacia di simili operazioni: nulla fa pensare che le tante persone che l’FBI ha trasformato in “terroristi”, lo sarebbero diventate da sole, senza essere stimolate e aiutate. Sono pochi gli individui in grado di fare seriamente qualcosa di così impegnativo senza l’appoggio di un ambiente apparentemente solidale. Inoltre, almeno in Italia, siamo fortemente influenzati dalla mentalità integrativa: se troviamo un giovane emarginato, che potrebbe molto teoricamente passare alla violenza e rovinarsi la vita, oppure uscire dal proprio disagio e diventare una persona normale, perché spingerlo verso la prima scelta?[2]

Sono dubbi che nascono da un‘idea assai ingenua di cosa sia lo Stato.[3]  Lo si immagina cioè come una macchina mantenuta con i nostri soldi, all’unico scopo di trovare soluzioni ragionevoli ai problemi del cittadino medio. E se lo Stato fa qualcosa che sembra poco ragionevole dal nostro punto di vista, pensiamo che stia perdendo tempo e sprecando le risorse dei contribuenti.

In realtà, se le persone che concretamente incarnano lo Stato fanno qualcosa, in genere lo fanno per motivi razionali. Certe persone, che magari ci sembrano tutt’altro che intellettuali, dimostrano nei fatti di saper prendere istintivamente le decisioni giuste, almeno per loro.

Lo scopo principale di un apparato di sorveglianza e punizione [4] è solo in apparenza quello negativo di impedire determinati delitti; ma prevalgono nettamente gli scopi positivi, che sono sia pratici che simbolici.

Questo vale anche per istituzioni migliori, come quella medica: banalmente, sappiamo tutti che i medici fanno i medici, innanzitutto, per avere un lavoro sicuro; e se sparissero tutte le malattie, si troverebbero davanti a un problema serio.

Figuriamoci i 188.000 dipendenti fissi e i 200.000 contractor privati   che lavorano, negli Stati Uniti, per il Department of Homeland Security, un ente che esiste quasi esclusivamente per combattere il “terrorismo islamico”. Considerando i tre “attentati islamici” autentici degli ultimi anni, fanno oltre 100.000 persone per ogni “terrorista”.

Ma gli scopi positivi possono essere anche simbolici.[5]

Riguardano cioè l’idea che si deve creare, nell’opinione pubblica, dello Stato e della società e dei loro nemici.

L’uso positivo dei dispositivi repressivi si manifesta innanzitutto come indagine sull’intimità delle persone, proprio per scovare, e se necessario inventare, quei caratteri di mostruosità che gli alieni devono avere.

Nella realtà concreta, Amine El-Khalifi si è semplicemente messo a passeggiare per Washington con indosso un vestito particolarmente scomodo; mentre Mohamed Osman Mohamud ha solo parcheggiato un furgone. Farooque Ahmad, invece, si è preso 23 anni per aver passato alla solita cellula di agenti dell’FBI/al-Qaida foto di stazioni della metropolitana: non avrebbe nemmeno dovuto fare lui l’attentato.

Il resto, cioè la vita che passeranno in carcere, è costruito con la registrazione di espressioni, accuratamente provocate, fissate e sapientemente collegate tra di loro. Tecnici addestrati da una vita, psicologi, sociologi, linguisti, manipolatori di ogni sorta, costruiscono lentamente il discorso che farà lo sprovveduto lone wolf, il “lupo solitario”, che già proviene da un ambiente sociale dove in genere non si misurano le parole. E in un paese in cui l’espressione della violenza è un elemento primario.

Scandagliando nel fondo della sua anima e immettendoci ciò che vogliono, offrono ai giudici le prove dell’essenza intimamente criminale dell’imputato. Un’essenza criminale che deve essere accuratamente dosata. Da una parte bisogna dimostrare che l’imputato sia del tutto asociale, dall’altra, bisogna restare sempre al di qua di quella linea che separa dalla follia, altrimenti non sarebbe imputabile, non finirebbe all’ergastolo e coloro che hanno lavorato sul progetto dovrebbero trovarsi un altro impiego.

Non credo che tutto ciò sia inutile, o tantomeno controproducente. Un intero sistema sociale, rispecchiandosi negli oscuri volti, spesso barbuti o inturbantati, dei terroristi dai nomi impronunciabili, ritrova se stesso, si rafforza, si riunisce. Nel terrore del terrore, e nelsollievo dal terrore.

Dopo l’entrapment – “l’intrappolamento” – di Amine el-Khalifi, commenta Fox News, intervistando alcuni Cittadini Modello:

“C’era una forte presenza della polizia – e il perimetro di sicurezza è stato allargato sabato scorso.

Molti visitatori hanno dichiarato di essere determinati nel non permettere che la minaccia di violenza impedisca loro di godersi la città di Washington. 

“Martedì andiamo a visitare il Campidoglio”, dice Marie Natoli.”Sono contenta che abbiano fatto fallire il complotto.”

Altri visitatori hanno dichiarato che la veloce azione della polizia nello smantellare il complotto ha dato a molti la fiducia necessaria per continuare a vivere vite normali.

“Ho fiducia nella nostra Sicurezza Nazionale”, dice  Taylor Riddle.”

Note:

[1] Antonio Martinez, operaio edile precario, 21 anni, padre del Nicaragua, madre nera statunitense, si era definito su Facebook “”a yung brotha from the wrong side of the tracks who embraced Islam” (“un giovane fratello che viene dal lato sbagliato dei binari e ha abbracciato l’Islam”). Venne subito contattato da FBI/al-Qaida, che lo fornì del materiale necessario per il solito presunto attentato. Attualmente attende la sentenza, che non sarà lieve. Resterà ancora a lungo sul wrong side of the tracks.

[2] E’ un tipo di dubbio che viene espresso, in un contesto analogo, riguardo all’utilità della punizione di chi esprime opinioni revisioniste/negazioniste a proposito della storia.

In occasione della legge francese che punisce la “negazione del genocidio armeno“,  la rivista online Una Città ci presenta una serie di posizioni critiche sulla questione del “carcere per i negazionisti”:

“E’ GIUSTO PUNIRE I NEGAZIONISTI CON IL CARCERE?

Il 23 gennaio il senato francese ha approvato una legge che punisce con il carcere chi nega il genocidio degli armeni del 1915. Ma la legge è davvero lo strumento giusto per contrastare il negazionismo? Hrant Dink, il giornalista turco di origine armena assassinato nel gennaio del 2007, si era espresso contro “la memoria per legge”.
http://www.unacitta.it/newsite/altritesti.asp?id=214
Questa era anche la posizione di Vidal-Naquet, che in un’intervista del 1993 tornava sul tema denunciando quanto fosse pericoloso, oltre che sbagliato, usare la “forza” (della legge, dello Stato) per contrastare una menzogna.
http://www.unacitta.it/newsite/intervista.asp?id=10
Anche Marcello Flores, interrogato in merito, riteneva non auspicabile impedire per legge il negazionismo, perché si tratta di “un discorso che deve vincere sul piano culturale, e non in seguito all’eventuale minaccia di repressione, che rischia tra l’altro di avere effetti  controproducenti”.
http://www.unacitta.it/newsite/intervista.asp?id=1975
Infine un’intervista a Carlo Ginzburg su revisionismo e libertà d’espressione.
http://www.unacitta.it/newsite/intervista.asp?id=1708

[2] Usiamo il termine “Stato”, peraltro poco adatto al contesto statunitense, in senso molto lato.

[4] Ci riferiamo, ovviamente, a Michel Foucault, Sorvegliare e punire. I lettori attenti coglieranno in questo post diversi rimandi a questo insostituibile testo.

[5] Se lo Stato infanga la memoria dei morti di Auschwitz con obbrobriosi monumenti, stucchevole retorica e gite studentesche forzate, nonché processi apparentemente folli, è inutile lamentarsene, come fanno alcuni. E’ un dispositivo efficientissimo, per gli scopi che si propone. Tra cui, ovviamente, non c’è qualche preoccupazione per le vittime del genocidio ebraico.

Nel caso del negazionismo/revisionismo, fenomeno statisticamente e politicamente del tutto irrilevante, è ovvio che lo scopo non è di impedire che qualche sitarello faccia le pulci ai conti “ufficiali” dei morti ad Auschwitz, ma quello religioso di affermare la sacralità di un racconto fondante, ammantandolo di un tocco di terrore. E in questo ci riesce benissimo; anzi, non ci riuscirebbe se non ci fosse qualcuno così folle da prestarsi di tanto in tantoper farsi incarcerare.

Posted on 20/02/2012 by Miguel Martinez

http://kelebeklerblog.com/2012/02/20/stati-uniti-la-fabbrica-del-terrorismo-di-stato/

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