L’Imperialismo in un’epoca a corto di liquidi: tempeste sotto la superficie


MK Bhadrakumar
Tradotto da  Curzio Bettio

La strategia di difesa degli Stati Uniti illustrata dal presidente Barack Obama a Washington il 5 gennaio viene condizionata dalla necessità di tagliare la spesa del Pentagono di quasi mezzo bilione (500 miliardi) di dollari nel prossimo decennio. Innegabilmente, esiste qualche nota positiva nella prospettiva che questa sia una strategia determinata da disgrazie di bilancio – anche se Obama e il capo del Pentagono Leon Panetta hanno insistito sul fatto che si tratta in verità di pura e semplice strategia.

Nelle parole di Obama, “la marea della guerra si sta ritirando, quindi la questione a cui questa strategia risponde è di quale tipo di esercito noi [gli USA] avremo bisogno molto tempo dopo che le guerre dell’ultimo decennio si saranno concluse.”
Però una valutazione rigidamente contraria è stata attribuita all’influente repubblicano, presidente alla Camera dei Rappresentanti della commissione  sulle Forze Armate, Buck McKeon, che ha affermato: “Si tratta di una strategia condotta alla nostre spalle a favore di un’America di sinistra. Il presidente ha confezionato la nostra [statunitense] ritirata dal mondo nelle vesti di una nuova strategia, per mascherare la sua dismissione della nostra difesa militare e nazionale.”
La questione può essere risolta con una certa sicurezza solo dal mese prossimo, quando il ministero della Difesa degli Stati Uniti spiegherà nei dettagli le assegnazioni relative al suo bilancio proposte per il 2013, e arriveremo a conoscere dove sono stati fatti i tagli.


Infatti, altri tagli “automatici” nel  bilancio pari a 500 miliardi dollari sono previsti nel 2013, a meno che il Congresso non li revochi. Panetta ha già avvertito che un tale colpo sui finanziamenti sarebbe una catastrofe per la difesa degli Stati Uniti.
La scorsa settimana, Panetta ha indicato che il Pentagono starebbe per mettere in campo una forza militare “ridotta e di media entità”, mentre sono state riportate dichiarazioni di altri funzionari dell’amministrazione sulla possibilità che le dimensioni del personale dell’Esercito e del Corpo dei marines potrebbero venire ridotte dal 10 al 15 per cento nel prossimo decennio.
In buona sostanza, dunque, Gordon Adams, un professore che ha lavorato sui bilanci della Casa Bianca di Bill Clinton, è stato puntuale: “Questo è un classico documento di una strategia per far entrare risorse. Non serve muovere critiche, questa è la realtà. È inevitabile. Questa strategia mostra i sintomi del dollaro.”

Quindi, siamo alla fine della storia? L’imperialismo degli Stati Uniti sta ritirandosi dalla scena mondiale? I marines stanno impacchettando armi e bagagli per tornarsene a casa a ricongiungersi alle loro famiglie, per una vita sempre felice e serena?
In realtà, il documento strategico di difesa è ingannevole. Le cose sembrano cambiare, ma in realtà rimangono le stesse.
Il cuore della questione è che gli Stati Uniti stanno mettendo in atto solo aggiustamenti mediante i quali preparare un’altra Guerra Fredda, e, a differenza della Guerra Fredda condotta contro l’Unione Sovietica, questa sarà combattuta principalmente nella regione Asia-Pacifico.
Ma prima di entrare in questo argomento, è necessario comprendere  le caratteristiche salienti di questa strategia di difesa nazionale.
In poche parole, gli Stati Uniti preferirebbero non essere coinvolti più in imponenti invasioni di territori, come in Afghanistan nel 2011, o in Iraq nel 2003; prioritaria diverrà la guerra informatica, con l’uso di droni senza pilota.
Le forze degli Stati Uniti “non saranno più dimensionate per condurre su larga scala operazioni prolungate di stabilità” recita il documento, e anche piccole incursioni all’estero saranno più rare, dal momento che “con risorse limitate, dovranno essere compiute scelte ragionate per quanto riguarda la posizione e la frequenza di queste operazioni.”
Gli Stati Uniti ridurranno il numero di armi nucleari nei loro arsenali, nonché rivedranno il loro ruolo nella strategia della sicurezza globale.
Viene dato l’addio all’obiettivo vecchio di decenni di una forza unilaterale degli Stati Uniti che possa combattere contemporaneamente due importanti guerre, e invece l’obiettivo sarà quello di “combattere e scoraggiare” – vale a dire combattere “una guerra e… mezza”. Quindi, gli Stati Uniti faranno il possibile per operare con forze alleate e di coalizione.
In breve, può essere prevista in anticipo un’espansione dell’utilizzo di contractor dell’esercito statunitense, di spie e droni, e di appaltatori che gestiscono la logistica militare all’estero – e un accentuato impiego in campo di alleati fedelissimi come la Gran Bretagna e l’Australia, (a differenza di Francia o Germania), che sono immancabilmente a fianco dei marines quando questi sono impegnati in interventi all’estero, così come di nuovi partner come il Qatar.
Il piano è infatti quello di ridurre significativamente le dimensioni dell’esercito e contare molto di più sulla capacità di forze aeronavali per equilibrare un competitore come la Cina o per sottomettere un antagonista come l’Iran.

Sfide asimmetriche

La contrazione necessita di un ridimensionamento in Europa della presenza militare adatta all’epoca della Guerra Fredda. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti “di necessità andranno a compensare verso la regione Asia-Pacifico”, e quindi manterranno una grande presenza in Medio Oriente.
Senza dubbio, la regione Asia-Pacifico diventa ora per gli Stati Uniti una priorità assoluta per affrontare la sfida posta dal crescente potere regionale della Cina.
Obama ha sottolineato ai media che “andremo a rafforzare la nostra presenza nell’area Asia-Pacifico, e i tagli di bilancio non avverranno a scapito di questa regione critica.”
Chiaramente, per costruire infrastrutture in Asia-Pacifico, gli Stati Uniti dovranno ridurre gli spiegamenti in Europa, (ma non nel Medio Oriente), e trovare risparmi nella contrazione di indennità e di benefici pensionistici, nei sistemi d’arma della Guerra Fredda e nell’arsenale nucleare.
L’impatto della nuova strategia di difesa sui conflitti regionali e sulla politica mondiale potrà essere valutato solo una volta che saranno conosciute tutte le risposte sulle conseguenze dirette di bilancio, il mese prossimo. Ma può essere già fatta qualche stima preliminare di ciò che sarà realmente la presenza militare degli Stati Uniti.
In primo luogo, si deve presumere che l’intenzione degli Stati Uniti sia infatti quella di allontanarsi dai paradigmi delle contro-rivoluzioni, dalle invasioni di territori e da operazioni di terra.
Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che l’anno scorso l’ex ministro della difesa Robert Gates dichiarava pubblicamente che ogni futuro leader con progetti di guerra e di occupazione militare di un paese nel Medio Oriente “dovrebbe farsi visitare il cervello”.
Vale a dire, interventi militari da parte degli Stati Uniti sullo stile “Iraq” possono essere di fatto esclusi in Siria, nell’Iran o contro la Corea del Nord.
L’intervento del tipo “Libia” sostituisce la classica aggressione militare. Un’alternativa potrebbe essere un’operazione del tipo “Iraq” per modificare, attraverso un’impresa condotta al rallentatore, certi confini territoriali stabiliti. Il successo di un’operazione del tipo “Iraq” dipende dalla tenacia a conseguirlo, sempre che l’intervento sia economicamente efficiente.
A dire il vero, l’Iran sta diventando un banco di prova dove, senza un’“implosione” (che è quasi impossibile), un cambiamento di regime può avvenire solo attraverso una massiccia operazione di terra, però di una natura tale da impegnare ben più grandi risorse rispetto alla guerra in Iraq nel 2003, per un periodo prolungato, almeno un decennio, per soggiogare una nazione con una storia di resistenza e rivoluzione e un sistema di potere esercitato ideologicamente che gode il consenso di una base sociale sostanziale. D’altra parte, l’Iran presenta anche un mosaico di etnie.
Detto questo, la strategia sarà quella di affrontare l’Iran (e la Cina) proiettando la potenza militare degli Stati Uniti sul Golfo Persico e il Mar Cinese Meridionale, e di scoraggiare l’Iran (o la Cina) dalla ricerca e dall’impiego di mezzi asimmetrici – missili balistici e da crociera, strumentazione da guerra elettronica e cibernetica, difese aeree avanzate, posa di mine, ecc – per contrastare le potenzialità di proiezione della potenza degli Stati Uniti.
La strategia insiste sul fatto che gli Stati Uniti “garantiranno la loro capacità di operare efficacemente in scenari di contrattacco e di impedimento all’accesso in determinate zone … [gli USA] devono mantenere la loro capacità di proiettare potenza in aree in cui viene sfidato il nostro accesso e la nostra libertà di operare.”
Guardando al di là di tutto ciò, gli Stati Uniti continueranno ad esercitare il loro potere globale, da superpotenza che deve “garantirsi la libertà di accesso in ogni dove, in aree del mondo situate al di fuori della loro giurisdizione nazionale, che costituiscono il tessuto connettivo vitale del sistema internazionale.”
La nuova strategia valuta che al-Qaeda sia stata ben limitata “nel suo potere di colpire”, ma comunque, rimane attiva e continuerà a minacciare gli interessi degli Stati Uniti, e in un “prevedibile futuro”, è necessario un approccio concreto per contrastarla.
Le “basi importanti di queste minacce” sono individuate con appoggi nell’Asia meridionale e in Medio Oriente. Questo diventa per gli Stati Uniti una giustificazione per continuare l’impegno robusto nelle due regioni.
Per quanto riguarda l’Afghanistan, viene contemplata un’azione supplementare al ritiro attuale delle truppe usamericane, un “mix di azione diretta e di assistenza alle forze di sicurezza”. Implicitamente, in Afghanistan si confermerà per lungo tempo a venire una sostanziale presenza di truppe da combattimento e di forze speciali statunitensi, e la minaccia di al-Qaeda deve venire intesa come l’alibi per il permanente consolidamento di basi militari statunitensi

La quiete si trova nelle steppe

Tre sono i settori principali che meritano una dettagliata analisi nel documento sulla strategia di difesa, dato che presentano profonde implicazioni per la sicurezza regionale e internazionale per il prossimo futuro – il ridimensionamento degli Stati Uniti in Europa, il loro consolidamento in Medio Oriente, e il “riequilibrio” verso l’area Asia-Pacifico.
Il documento fa menzione ripetutamente del fatto che l’Alleanza trans-atlantica e la North Atlantic Treaty Organization [NATO] rimarranno i punti fissi delle strategie globali degli Stati Uniti nel XXI secolo.
Di fatto, la criticità dell’Alleanza è tale che il ruolo della NATO non è più confinato ai limiti territoriale dell’Europa, ma si va ad estendere su scala globale nel momento in cui gli Stati Uniti conferiscono priorità  per i futuri interventi militari in terre straniere alla collaborazione con il sistema di alleanze, piuttosto che ad imprese unilaterali.
In secondo luogo, il documento chiarisce che gli Stati Uniti sono ben lungi dal ritiro completo dall’Europa. Sicuramente, diventa opportuno un ridimensionamento della presenza militare tipica della Guerra Fredda, dal momento che un paese come la Germania sempre più vuole contare per sé, ed è anche avveduto, poiché la Russia senza fare sforzi di immaginazione non rappresenta alcun pericolo per la sicurezza dell’Europa occidentale.
Così, la realtà geopolitica emergente è che gli Stati Uniti avranno “interessi permanenti” nei conflitti cosiddetti “raffreddati” in parti d’Europa e dell’Eurasia, così come in altre sfide alla sicurezza, che possono essere adeguatamente affrontate come e quando lo esigono le contingenze. In breve, Washington si ripropone di cogliere “un’opportunità strategica per riequilibrare gli investimenti militari usamericani in Europa”, in modo da poter concentrarsi sullo sviluppo ottimale di “future potenzialità” adeguate ad una “epoca di restrizioni di risorse”.
Il nuovo mantra è “Smart Defence”, difesa intelligente. Ovviamente, gli impegni degli Stati Uniti rispetto all’articolo 5 della Carta atlantica resteranno incrollabili, e nessuno dovrebbe lanciare il malocchio sugli alleati della NATO degli Stati Uniti.

Nel documento si fa menzione alla Russia, come di un paese con il quale gli Stati Uniti continueranno a impegnarsi in modo speciale. Ma alla Russia non vengono offerte assicurazioni sul dispiegamento alla sua periferia del sistema di difesa missilistico degli Stati Uniti o sulla futura espansione della NATO.
Il riferimento sottolinea la determinazione degli Stati Uniti a coinvolgere la Russia in “sfide per la sicurezza” e sulle questioni di “conflitti irrisolti” in Eurasia; d’altro canto, Washington pone contrasti di qualsiasi tipo a Mosca, che sta accelerando processi di integrazione in atto nella regione, soprattutto tra oggi e il 2015.
Un interessante puzzle è quello che si presenterebbe se la “Primavera araba” dovesse arrivare nelle steppe dell’Asia centrale. Tutte le indicazioni sono che un tale scenario accoglie sempre più favore nell’area di considerazione degli Stati Uniti.
Proprio la settimana scorsa, l’ambasciatore William Courtney, inviato a rappresentare gli Stati Uniti ad Astana, la capitale del Kazakistan, ha scritto un articolo – cosa di interesse, nel principale quotidiano arabo “Khaleej Times” – riflettendo profondamente sul futuro del Kazakistan. “Kazakistan nel precipizio”, il titolo dell’articolo, diceva tutto.
Courtney sottolineava gli “importanti interessi degli Stati Uniti” in Kazakistan, che spaziano dalla “produzione di energia all’eliminazione delle armi nucleari e biologiche, fino al transito dei vitali rifornimenti NATO per l’Afghanistan.”
(Alcuni commentatori statunitensi hanno recentemente cominciato a citare il Kazakistan come il vero “hub”, lo snodo critico, della Rete di Distribuzione del Nord, piuttosto che l’Uzbekistan).

Courtney ha scritto:

“Le persone in Kazakistan che cercano maggiore libertà guardano a Washington e alle capitali europee per ottenere appoggi … Dopo più di due decenni fra ricchezze e corruzione sempre crescenti, l’autocrazia morbida del Kazakistan si è indurita … Come ho visto in recenti viaggi, gran parte del Kazakistan è stata deprivata di investimenti pubblici, mentre Nazarbayev ha trasformato la nuova capitale, Astana, in un mini-Dubai.
I pochi privilegiati sono sorprendentemente ricchi. Disuguaglianze economiche, gestione della cosa pubblica autoritaria, e uno stile di governo altamente personalizzato hanno alimentato risentimenti diffusi.
I governi occidentali, calibrando con attenzione il loro interesse, non dovrebbero perdere tempo nell’approfondire il loro impegno con i leader più promettenti, compresi quelli più giovani al governo. Scambi professionali e di istruzione intensificati e l’addestramento a forme democratiche della politica potrebbero aiutare a preparare la strada ad una generazione nuova e più aperta di leader. Insediamenti occidentali di difesa potrebbero intensificare la formazione di natura democratica dei comandi militari.
Un nuovo accordo con l’Unione europea dovrebbe espandere i programmi di gestione giuridica, e l’OSCE dovrebbe aumentare sul campo la sua presenza di stabilizzazione.
L’Occidente ha un enorme interesse verso il Kazakistan, quindi si può fare di più per aiutare il suo popolo nella costruzione di un futuro democratico.”

Naturalmente, la campana rintocca non solo per il Kazakistan, ma anche per l’Uzbekistan, il Kirghizistan, il Tagikistan e il Turkmenistan, che gli Stati Uniti considerano piuttosto “frutti pronti per essere colti”, in confronto con il Kazakistan che può essere considerato frutto già maturato e spiccato, o che comunque cadrà da solo ad uno scossone dell’albero.
Evidentemente, si sta approntando un piano operativo per un cambio di regimi nella regione dell’Asia centrale, che può essere messo in moto solo se Kabul viene condotto sotto un governo “amico” islamista, e solo se gli Stati Uniti riescono a stabilire loro basi militari in Afghanistan. Senza dubbio, i tumulti del 16 dicembre nella città del Kazakistan occidentale, Zhanaozen, sono stati amplificati a dismisura dai commentatori statunitensi, tra cui Courtney.
Quindi, si deve concludere che la nuova strategia di difesa presentata a Washington dipinge un quadro di ingannevole calma in Europa ed Eurasia, ma sotto la superficie stanno fermentando tempeste. La bufera assumerà impulso in proporzione diretta ai processi di integrazione in corso nell’Asia centrale, portando alla formazione di una Unione euro-asiatica entro il 2015.
In breve, il momento decisivo della crisi probabilmente si verificherà poco più avanti.

(fine prima parte)http://www.tlaxcala-int.org/imp.asp?lg=&reference=6695

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