Cina e Giappone abbandonano il dollaro

di Enrico Piovesana – 29/12/2011                   Fonte: eilmensile.it

yen yuan 20111228

Giornali e Tg non ne parlano, ma per gli ambienti finanziari globali è la notizia-bomba di queste festività natalizie: la seconda e la terza economia mondiale, Cina e Giappone, hanno siglato un accordo che prevede l’abbandono del dollaro americano come valuta utilizzata negli scambi commerciali tra le due nazioni asiatiche, consentendo quindi un interscambio direttamente in yen e yuan.

Finora, circa il 60 per cento degli scambi commerciali tra Cina e Giappone vengono regolati in dollari. L’intesa, siglata lunedì a Pechino al termine dell’incontro tra il premier cinese Wen Jiabao e il primo ministro giapponese Yoshihiko Noda, è un chiaro segnale di sfiducia delle due potenze economiche asiatiche nei confronti della travagliata area euro-dollaro.

Questa mossa viene interpretata dagli economisti come il primo passo concreto del governo di Pechino per far diventare la moneta cinese, lo yuan (o renminbi), una valuta di riserva globale sostitutiva al dollaro. Cosa attualmente non ancora possibile, vista la non completa convertibilità della valuta cinese.

Per il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, il patto Cina-Giappone rappresenta una sfida che evidenzia l’importanza di una ”Europa unita e di una moneta comune che ci dà buone chanches di perseguire i nostri interessi e l’opportunità di realizzarli a livello mondiale”.

L’intesa Cina-Giappone può cambiare gli equilibri mondiali

di Umberto De Giovannangeli – 29/12/2011

Fonte: L’Unità [scheda fonte]

La Corea del Nord era e resterà un Paese in cui i diritti umani non hanno corso. Per quanto riguarda il lascito di Kim-Jong-il, il macigno che pesa sul futuro del Paese è quello di una economia di guerra e come tale continua a impoverire la Corea del Nord». A sostenerlo è Alessandro Politi, analista strategico. Dall’uscita di scena del «Caro leader» nordcoreano al patto tra Giganti, Giappone e Cina: «Questo patto osserva Politi nasce dalla grande crisi americana che ha contagiato il resto del mondo. Tanto il Giappone quanto la Cina sono grandi creditori degli Stati Uniti: in questo modo, con l’accordo monetario, l’interscambio tra i due Paesi salta la mediazione del dollaro. E questa naturalmente non è una buona notizia per Washington».
La Corea del Nord ha dato l’ultimo saluto il «Caro leader» Kim-Jong-il. Ora si guarda al futuro. Quali gli scenari possibili anche in una chiave geopolitica?
«In chiave geopolitica, il serio problemi per tutti gli attori è la riunificazione delle due Coree. Perché ciò cambierebbe gli equilibri consolidati dal 1953, oltre che creare, almeno all’inizio, una grave crisi umanitaria. È vero che ci sono state conversazioni private tra un alto diplomatico nordcoreano e due alti funzionari cinesi, i quali hanno affermato che una Corea riunificata ma non ostile alla Cina, sarebbe stata accettata, in linea di principio, da Pechino, a patto che non vi fossero dislocamenti americani a Nord della zona smilitarizzata. Osservatori locali prevedono un possibile collasso di Pyongyang nel giro di 2-3 anni, e quindi si comincia a pensare di coordinare gli sforzi in caso di crisi».
C’è chi ha parlato, riferendosi a quelle ripetute scene di pianto collettivo, di disperazione manifesta per la morte di Kim-Jong-il, della Corea del Nord come di una «necrocrazia». È così?
«In realtà quando muore un dittatore le scene di pianto sono frequenti. Bisogna capire chi prova delle emozioni reali e chi si accoda per opportunismo. Al di là dei pianti, il lascito di Kim-Jong-il è che ancora non si è resa sostenibile l’economia nordcoreana, che resta una economia di guerra e come tale continua a impoverire il Paese».
E sul piano dei diritti umani?
«In quel Paese non hanno diritto di cittadinanza, semplicemente non esistono. La Corea del Nord era e resta un Paese totalitario e praticamente sotto legge marziale».
C’è chi impoverisce e chi, invece, stringe patti tra Giganti: il patto monetario Cina-Giappone. Quale lettura dare di questa iniziativa?
«Innanzitutto questo patto nasce dalla grande crisi americana che ha contagiato il resto del mondo. Tanto il Giappone quanto la Cina sono grandi creditori degli Stati Uniti: in questo modo, con l’accordo monetario, l’interscambio tra i due Paesi salta la mediazione del dollaro. Questa naturalmente non è una buona notizia per Washington, anche perché porta un tradizionale alleato degli Usa, il Giappone, più vicino a Pechino. Poiché ci sono dei capitali che escono dalla Cina, c’è anche una disponibilità giapponese a comprare il debito cinese. In questo contesto, il debito americano e quello europeo diventano molto meno interessanti».
L’anno che viene, il 2012, si prospetta sempre più come l’anno dell’Asia? «Non necessariamente, ma sarà un anno vissuto pericolosamente. Sarà l’anno in cui si possono porre le basi per uscire dalla crisi nel 2015, oppure cominciare ad inasprire l’attuale guerra finanziaria e rischiare, nel medio periodo, una vera e propria guerra».
La nuova governance mondiale tende sempre più ad essere «asia-centrica»?
«Direi di no, il problema è che è finito l’ordine mondiale ed è stato sostituito da un sistema di riferimento internazionale che somiglia ad un mercato dei cambi politico. Ciò che manca sono i vecchi riferimenti. Oggi i Paesi del cosiddetto “Brics” (Brasile, India, Cina, Sud Africa), non hanno né la voglia né la possibilità di avere un ruolo di guida mondiale».
E chi è destinato a riempire questo vuoto?
«Per ora nessuno. Il vuoto viene riempito da accordi temporanei fra potenze instabili, e quindi siamo in una situazione di equilibri fluidi». Per tornare al patto Cina-Giappone. C’è chi sostiene che gli affari riunificano i Nemici di un tempo.
«Mi pare una lettura un po’ forzata. Quel patto è il risultato di una risposta tattica ad una crisi strategica, e quindi il nemico di ieri diventa il compagno di strada di oggi. Infatti, mentre c’è un movimento di avvicinamento tra Giappone, Cina e Corea del Sud basato su interessi economici, non c’è ancora una visione complessiva dello scacchiere, tanto è vero che le rispettive società sono ancora molto nazionaliste».
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Sta per iniziare l’era del redback?

di Massimo Mazzucco – 29/12/2011

Fonte: Luogo Comune [scheda fonte]

La Cina sta per concludere un accordo con il Giappone che sembra preannunciare la fine del dollaro come punto di riferimento obbligato per tutti gli scambi di valuta nel mondo.

Questo accordo permetterà infatti a Cina e Giappone di trattare direttamente fra loro qualunque operazione di tipo commerciale senza più dover fare riferimento al valore del dollaro come parametro di scambio, cosa a cui erano invece obbligati fino ad oggi.

I dati presentati nell’articolo che segue sembrano confermare che il famoso “greenback” americano sarà prima o poi sostituito dal “redback” dei cinesi come figura centrale sul palcoscenico dell’economia mondiale. (M.M.)

La Cina supera gli USA entro il prossimo quinquennio

di Attilio Folliero e Cecilia Laya

Gli Stati Uniti sono un paese in profonda crisi ed avviati ad un irreversibile tramonto. Gli USA, oggi ancora prima potenza economica, sono inevitabilmente destinati a perdere il primato a favore della Cina. Quando avverrà il sorpasso? Secondo alcuni analisti il sorpasso dovrebbe avvenire nella seconda metà del prossimo decennio ed al massimo verso il 2030.

Come scritto tante volte, noi consideriamo la crisi attuale non una semplice crisi ciclica, ma una delle grandi crisi che ogni 70/80 anni sconvolgono il panorama mondiale; la crisi attuale, …

… inziata nel 2007 e fin dall’inizio paragonata alle grandi crisi del 1873 e del 1929, sta letteralmente sgretolando l’impero statunitense. Noi pensiamo che gli USA possano perdere il primato già in questo decennio e addirittura entro 5/6 anni. Questa nostra affermazione si basa sull’analisi dei dati del FMI.

Nella seguente tabella riportiamo i dati del PIL della Cina e degli USA dal 2001 ad oggi, secondo l’ultimo aggiornamento del sito del FMI (settembre 2011).

I dati del 2011 sono stimati e nel prossimo aggiornamento di aprile 2012, potrebbero essere rivisti al rialzo per la Cina ed al ribasso per gli USA; una simile situazione si è verificata anche in quest’ultimo aggiornamento di settembre quando il PIL cinese per il 2011 è stato aumentato rispetto alla precedente stima di 6.515.86 miliardi dello scorso aprile ed il dato USA è stato abbassato rispetto all’anteriore 15.227 miliardi.

Come si vede, la Cina ha un ritmo di crescita enormemente superiore agli USA. Negli ultimi 8 anni (2003-2011) è cresciuta ad un tasso medio annuo del 20%; negli ultimi cinque anni (2006-2011) il tasso medio annuo sale al 21,05%. Solo nel 2009 la Cina ha conosciuto un rallentamento nella crescita; ovviamente rallentamento rispetto agli anni precedenti, perchè in realtà la crescita della Cina anche nel 2009 è stata enorme, con oltre il 10%; successivamente ha ripreso a crescere a ritmi di poco inferiori al 20%. Gli USA invece negli ultimi otto anni sono cresciuti ad un tasso medio inferiore al 4%, che scende al di sotto del 2% se si prendono in considerazione gli ultimi quattro anni.

Partendo da questi dati, se la Cina dovesse continuare a crescere ad un ritmo del 20% annuo, come tutto sembra indicare, nel 2016 avrà un PIL di circa 17.500 miliardi e nel 2017 si aggirerà attorno ai 20.000 miliardi di dollari.

Se consideriamo la crescita USA ad un tasso del 3% all’anno, nel 2016 gli Stati Uniti si ritroveranno ad avere un PIL di circa 17.500 miliardi, più o meno il PIL della Cina; nel 2017, continuando ad ipotizzare una crescita del 3%, il PIL degli USA si aggirerà attorno ai 18.000 miliardi di dollari, sicuramente inferiore ed anche di molto al PIL della Cina. Quindi, gli USA perderanno il primato entro 5 o 6 anni.

Se invece ipotizziamo per la Cina un tasso di crescita annuo del 15%, continuando a considerare un tasso di crescita per gli USA attorno al 3%, il sorpasso avverrebbe nel 2020; infine, considerando un tasso di crescita cinese al 10% annuo, il sorpasso avverrebbe nel 2023, nel caso in cui gli USA continuassero a crescere ad un tasso medio del 3%.

Nel 2001 il PIL della Cina rappresentava solamente il 12,88% del PIL USA; oggi, 2011 rappresenta oltre il 46%; ossia il peso del PIL cinese rispetto a quello statunitense è raddoppiato in sei anni fra il 2011 ed il 2007, passando dal 12% al 24%; successivamente è praticamente raddoppiato in soli 4 anni, arrivando nel 2011 al 46%; anche questo dato ci indica che continuando il trend, fra 4/6 anni avremmo un nuovo raddoppio e quindi il sorpasso.

Tutto sembra indicare che la situazione in atto continui per il futuro inmediato, infatti gli USA sembrano avviati per il 2012 ad una recessione, mentre la Cina continuerà nel suo ritmo crescita molto sostenuto. A titolo di esempio, indichiamo che nella sola città di Shangai, secondo fonte riportata dalla TV CNN in spagnolo, al momento operano un numero di cantieri equivalente a tutti i cantieri attualmente aperti negli Stati Uniti e l’industria della costruzione è sicuramente uno dei principali indicatori per misurare l’andamento di una economia.

In conclusione, noi pensiamo che il sorpasso della Cina sugli USA avvenga entro cinque o sei anni, molto prima di quanto dicano molti analisti, tra i quali i famosi esperti del FMI.

Attilio Folliero e Cecilia Laya

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One response to “Cina e Giappone abbandonano il dollaro

  • fausto

    Beh, dire che i cinesi si apprestano a superare gli statunitensi forse non è preciso; in quanto a produzione / consumo di energia e volume di produzione industriale il sorpasso si è verificato da un pezzo.

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