Come gli USA preparano la guerra.

PTV Speciale – Come gli USA preparano la guerra.

PTV Speciale – Come gli USA preparano la guerra.


WASHINGTON CI UCCIDERA’ TUTTI ?

DI PAUL CRAIG ROBERTS

informationclearinghouse.info

Lo sapevate che Washington possiede 450 ICBMs (InterContinental Ballistic Missile) in una situazione di “Hair-Trigger Allert” (cioè che i missili sono pronti per il lancio immediato in caso di allarme)?

Pensano che questo ci renda più sicuri. La ragione, se si può chiamare ragione, è che essendo capaci di lanciare missili in pochi minuti, nessuno cercherà di attaccare gli Stati Uniti con armi nucleari. Continua a leggere


Un grande segno di debolezza

L’accordo con l’Iran –U dell’Impero

Alla fine, sembra che sia stato raggiunto un accordo a Losanna. Non è definitivo, e potranno esserci dei zig-zag, ma sembra probabile che si sia arrivati ad un accomodamento tra l’Iran e l’impero anglosionista. A parte il fatto che in questo caso gli Anglo sembrano molto più felici dei Sionisti, cosa sta succedendo veramente?

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Quel che ignorate sugli accordi USA-Iran

IL PIANO DI WASHINGTON PER I PROSSIMI 10 ANNI NEL VICINO ORIENTE

Quel che ignorate sugli accordi USA-Iran

Per due anni, gli Stati Uniti negoziano segretamente un cessate il fuoco regionale con l’Iran. Raggiunto un accordo bilaterale, hanno annunciato una soluzione per il conflitto nucleare e le sanzioni economiche nel contesto di negoziati multilaterali che trascinavano dal 2003. Testimone privilegiato, Thierry Meyssan rivela ciò che è in gioco in questo imbroglio diplomatico e come Washington intenda organizzare il Levante e il Golfo per i prossimi 10 anni.

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John Kerry e Mohammad Javad Zarif hanno stipulato un accordo preliminare politico bilaterale segreto. In tal modo, hanno concluso un accordo pubblico nel quadro dei negoziati multilaterali 5+1.

I colloqui bilaterali segreti

Dal marzo 2013, gli Stati Uniti e l’Iran si parlano in segreto. Questi contatti sono iniziati segretamente in Oman. Per gli iraniani, soffocati da un assedio economico e monetario senza precedenti nella Storia, non si trattava di cedere di fronte all’imperialismo, ma di raggiungere un cessate il fuoco di pochi anni, il tempo di riprendere le forze. Per gli Stati Uniti, che sperano di spostare le loro truppe dal Vicino Oriente verso l’Estremo Oriente, questa opportunità dovrebbe essere accompagnata da garanzie precise che Teheran non ne approfitti al fine di estendere un po’ di più la propria influenza.

La squadra statunitense era diretta da due negoziatori senza pari, Jake Sullivan e William Burns. Non sappiamo chi componesse la delegazione iraniana. Sullivan era stato uno dei principali consiglieri della Segretaria di Stato Hillary Clinton, ma non ne condivideva né il cieco sostegno a Israele, né il fascino per i Fratelli Musulmani. Organizzò le guerre contro la Libia e contro la Siria. Quando la Clinton fu espulsa dal presidente Obama, divenne consigliere per la Sicurezza nazionale del vicepresidente Biden. È stato in questa veste che ha intrapreso i colloqui con l’Iran. Per quanto riguarda Burns, si tratta di un diplomatico di carriera. E, dicono, uno dei migliori degli Stati Uniti. Si è unito alle discussioni in qualità di vice del segretario di Stato John Kerry.

Da questi colloqui sono scaturite almeno due decisioni. In primo luogo, la Guida della Rivoluzione, l’Ayatollah Ali Khamenei, avrebbe garantito di escludere Esfandiar Rahim Mashai — l’ex responsabile dei servizi segreti dei Guardiani della Rivoluzione divenuto capo di gabinetto e consuocero di Mahmud Ahmadinejad — dalla corsa per la presidenza. In questo modo, l’Iran avrebbe abbassato i toni nelle istanze internazionali. Poi, gli Stati Uniti avrebbero garantito di far abbassare ugualmente i toni dei loro alleati anti-iraniani e avrebbero sbloccato i negoziati 5+1 sul nucleare in modo da porre fine alle sanzioni.

In effetti, con sorpresa di tutti, il Consiglio dei Guardiani della Costituzione (la metà dei cui membri è nominata dall’Ayatollah Khamenei) censura la candidatura di Esfandiar Rahim Mashai, mentre i sondaggi lo davano vincente fin dal primo turno. Grazie alla divisione del campo dei Rivoluzionari, abilmente gestita dalla Guida, lo sceicco Hassan Rohani fu eletto. Era l’uomo della situazione, questo nazionalista religioso, che era stato il capo negoziatore per il nucleare dal 2003 al 2005. Aveva accettato tutte le richieste europee, prima di essere sollevato dal suo incarico da Mahmud Ahmadinejad, quando questi divenne presidente. Rohani aveva seguito i suoi studi di diritto costituzionale in Scozia e fu il primo contatto iraniano di Israele e degli Stati Uniti nel corso dello scandalo Irangate. Durante il tentativo di rivoluzione colorata del 2009, organizzato dalla CIA con l’aiuto degli ayatollah Rafsanjani e Khatami, prese posizione in favore dei filo-occidentali contro il presidente Ahmadinejad. Per inciso, la sua appartenenza al clero consentirebbe ai mullah di riprendere lo Stato dalle mani dei Guardiani della Rivoluzione che ne avevano preso il controllo.

Da parte loro, gli Stati Uniti davano istruzioni ai loro alleati sauditi affinché abbassassero anche loro i toni e accogliessero con benevolenza il nuovo governo iraniano. Per alcuni mesi, Riyadh e Teheran si fecero dei sorrisi, mentre lo sceicco Rohani entrava in contatto personale con il suo omologo statunitense.

Il piano della Casa Bianca

L’idea della Casa Bianca era di prendere atto del successo iraniano in Palestina, Libano, Siria, Iraq e Bahrain e di lasciare che Teheran godesse della sua influenza in questi paesi, in cambio di una rinuncia a proseguire l’espansione della sua Rivoluzione. Avendo abbandonato l’idea di spartirsi il Vicino Oriente con i russi, Washington prevedeva di distribuirlo all’Arabia Saudita e all’Iran, prima di ritirare le sue truppe.

L’annuncio di questa possibile divisione improvvisamente rafforzò la lettura degli eventi regionali in un conflitto sunnita (sauditi) – sciita (iraniani), il che è assurdo perché la religione dei capifila spesso non corrisponde a quelle dei loro sostenitori.

Tuttavia, questa divisione ha riportato il Vicino Oriente al periodo del Patto di Baghdad [1], vale a dire della guerra fredda, salvo che l’Iran prendeva il posto dell’URSS e le aree di influenze erano distribuite in modo diverso.

Oltre al fatto che ciò non poteva che sconvolgere l’attuale Federazione russa, questa nuova spartizione riportava di nuovo Israele all’epoca in cui non disponeva dell’ombrello statunitense. Inaccettabile dal punto di vista del primo ministro Benjamin Netanyahu, sostenitore dell’espansione del suo Paese «dal Nilo all’Eufrate». Così ha tentato tutto quel che gli è stato possibile per sabotare il resto del programma.

Pertanto, mentre un accordo nucleare è stato raggiunto a Ginevra nei primi mesi del 2014, la negoziatrice statunitense, Wendy Sherman, ha fatto leva sulle pretese israeliane per alzare la posta in gioco. Lei ha affermato improvvisamente che Washington non si sarebbe accontentata delle garanzie circa l’impossibilità per l’Iran di costruire la bomba atomica, ma avrebbe preteso altresì delle garanzie sulla sua rinuncia a sviluppare missili balistici. Questa esigenza sorprendente fu bloccata dalla Cina e dalla Russia, che fecero valere il fatto che essa non era prevista dal Trattato di non proliferazione nucleare né dall’ambito di competenza del 5+1.

Questo episodio attesta che la bomba atomica non è mai stata la preoccupazione degli Stati Uniti in questa materia, sebbene abbiano usato questo pretesto per contenere l’Iran con un terribile assedio economico e monetario. Inoltre, il presidente Obama lo ha implicitamente riconosciuto nel suo discorso del 2 aprile, riferendosi alla fatwa della Guida della Rivoluzione che vieta questo tipo di arma [2]. In realtà, la Repubblica islamica dell’Iran ha fermato il suo programma nucleare militare poco dopo la dichiarazione di Khomeini contro le armi di distruzione di massa, nel 1988. A partire da ciò, Teheran ha continuato solo le ricerche civili, sebbene alcune potessero avere implicazioni militari, per far girare i motori delle navi da guerra, ad esempio. La posizione dell’Imam Khomeini ha assunto forza di legge con la fatwa dell’Ayatollah Khamenei, il 9 agosto 2005 [3].

In ogni caso, Washington nel considerare che Netanyahu è un “fanatico isterico”, ha passato il 2014 a raggiungere un accordo con Tsahal. A poco a poco ha preso piede l’idea che – nell’ambito della spartizione regionale tra l’Arabia Saudita e l’Iran – si dovesse immaginare un sistema di protezione per la colonia ebraica. Da qui il progetto di creare una sorta di nuovo Patto di Baghdad, di NATO regionale, formalmente sottoposta alla presidenza saudita in modo da essere accettabile per gli arabi, ma in realtà presieduta da Israele così come il vecchio Patto era presieduto di fatto dagli Stati Uniti sebbene non ne fossero membri. Questo progetto è stato reso pubblico dal presidente Obama nella sua Dottrina di Sicurezza Nazionale, il 6 febbraio 2015 [4].

L’accordo nucleare e la fine delle sanzioni furono dunque rinviate a più tardi. Washington ha organizzato la rivolta di Tsahal contro Benjamin Netanyahu, con la convinzione che il Primo ministro non sarebbe rimasto a lungo al potere. Ma nonostante la creazione di Commanders for Israel’s Security e gli appelli di quasi tutti gli ex alti ufficiali a non votare Netanyahu, costui è riuscito a convincere il suo elettorato che fosse l’unico a difendere la colonia ebraica. È stato rieletto.

Per quanto riguarda la Palestina, Washington e Teheran avevano convenuto di congelare la situazione di Israele e di creare uno Stato palestinese in conformità con gli accordi di Oslo. Netanyahu, che spiava non solo i negoziati dei 5+1, ma anche i colloqui bilaterali segreti, ha reagito con forza annunciando pubblicamente che, in vita sua, Israele non lascerà mai riconoscere uno Stato palestinese. Ha dichiarato di fatto che Tel Aviv non intendeva rispettare la sua firma degli accordi di Oslo e che conduceva dei negoziati con l’Autorità palestinese da una ventina d’anni unicamente per guadagnare tempo.

La Forza araba congiunta

Con la fretta di finire, Washington e Londra hanno scelto la ribellione yemenita per concludere. Gli sciiti Huthi alleati ai soldati fedeli all’ex presidente Saleh avevano preteso e ottenuto le dimissioni del presidente Hadi che aveva improvvisamente cambiato idea. In realtà quest’ultimo non era da molto tempo né legale né legittimo. Era stato prorogato al potere alla fine del suo mandato, sulla base d’impegni che non aveva mai inteso rispettare. Né gli Stati Uniti né il Regno Unito avevano particolare simpatia per alcuno dei due campi che avevano sostenuto alternativamente in tempi diversi. Così hanno lasciato che l’Arabia Saudita affermasse che questa rivoluzione era un colpo di Stato e tentasse ancora una volta di annettere questo paese. Un’operazione militare è stata messa su da Londra per sostenere Aden dallo stato pirata del Somaliland. Contemporaneamente, prendendo a pretesto la crisi yemenita, la Lega Araba ha reso pubblica la parte araba della nuova NATO regionale: la Forza congiunta araba.

Tre giorni dopo, è stato ugualmente reso di pubblico dominio l’accordo dei 5+1 che era stato negoziato un anno prima [5]. Tuttavia, nel frattempo, il Segretario di Stato John Kerry e il suo omologo iraniano, Mohammad Javad Zarif, hanno passato in rassegna per un giorno intero tutti i punti politici in discussione. È stato deciso che Washington e Teheran avrebbero ridotto la tensione in Palestina, Libano, Siria, Iraq e Bahrain nei prossimi tre mesi e che l’accordo di Ginevra sarebbe stato firmato solo alla fine di giugno e per 10 anni se le due parti avessero mantenuto la parola.

Conseguenze

- È probabile che Netanyahu cercherà nuovamente, nel corso dei prossimi tre mesi, di far fallire il piano statunitense. Non ci sarà dunque da sorprendersi se si assisterà ad azioni terroristiche o a omicidi politici non rivendicati, ma la cui responsabilità sarà attribuita a Washington o a Teheran in modo da impedire la firma prevista per il 30 Giugno 2015.

Logicamente, Washington incoraggerà pertanto un’evoluzione politica in Israele che limiti i poteri del Primo Ministro. Occorre interpretare in questo senso il discorso molto duro del presidente Reuven Rivlin quando ha incaricato Netanyahu di formare il prossimo governo.

- Lo Yemen non è mai stato affrontato nelle discussioni bilaterali. Se l’accordo sarà firmato, questo paese potrebbe quindi rimanere l’unico punto di conflitto nella regione nel corso dei prossimi 10 anni.

- Mentre Washington conclude un accordo con Teheran e promuove un’alleanza militare intorno all’Arabia Saudita, conduce una politica inversa con le società di quegli Stati. Da un lato, promuove una divisione della regione tra gli Stati, dall’altro sta frammentando le società attraverso il terrorismo e ha anche appena creato uno sotto-Stato terrorista, l’Emirato Islamico (“Daesh”).

- In origine, gli Stati Uniti avevano progettato di costruire la Forza araba congiunta con gli Stati del Golfo e la Giordania, ed eventualmente il Marocco più tardi. Vi è là una coerenza tra i regimi interessati. Tuttavia, l’Oman si è tenuto in disparte benché sia membro del Consiglio di cooperazione del Golfo. Nel mentre l’Arabia Saudita sta cercando di usare la sua influenza per includere sia l’Egitto sia il Pakistan, ancorché quest’ultimo non sia arabo.

Per quel che concerne l’Egitto, Cairo non ha alcun margine di manovra e deve rispondere positivamente a tutte le richieste, senza mai impegnarsi in atti. Il paese non ha alcun mezzo di sussistenza e non può nutrire la sua popolazione se non grazie agli aiuti internazionali, vale a dire grazie all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, alla Russia e agli Stati Uniti. L’Egitto si trova imbarcato nella “Tempesta decisiva” in Yemen, sempre a fianco delle genti del Sud, così come durante la guerra civile (1962-1970), tranne che per il fatto che gli ex comunisti sono diventati membri di al-Qa’ida e che il Cairo è ormai un alleato della monarchia saudita. In tutta evidenza, l’Egitto dovrebbe cercare di ritirarsi quanto prima da questo pasticcio.

- Al di là del Levante e del Golfo, gli sviluppi regionali andranno a porre problemi alla Russia e alla Cina. Per Mosca, se il cessate il fuoco di 10 anni rappresenta una buona notizia, è amaro dover abbandonare le sue speranze a favore dell’Iran per il solo motivo di aver tardato nel ricostruire le proprie forze dopo la dissoluzione dell’URSS . Di qui l’accordo con la Siria per sviluppare il porto militare di Tartus. La Marina russa dovrebbe stabilirsi in modo permanente nel Mediterraneo, sia in Siria sia a Cipro.

Per quanto riguarda la Cina, il cessate il fuoco statunitense-iraniano si tradurrà rapidamente in un trasferimento dei GI’s dal Golfo all’Estremo Oriente. Già ora, il Pentagono prevede di costruire la più grande base militare del mondo nel Brunei. Per Pechino, adeguare il suo esercito al livello è ormai una corsa contro il tempo: la Cina deve essere pronta ad affrontare l’Impero statunitense prima che questo sia in grado di attaccarla.

Thierry Meyssan

Traduzione
Matzu Yagi

Fonte
Megachip (Italia)

http://www.voltairenet.org/article187255.html


La farsa

CHOMSKY: “L’ACCORDO SUL NUCLEARE CON L’IRAN E’ UNA FARSA”
DI GIUSEPPE ACCONCIA

ilmanifesto.info

Intervista. Il filosofo anarchico americano: «È tutta propaganda occidentale, i veri alleati degli Usa sono gli Stati sunniti. Per l’Iran il nucleare è solo un deterrente nei confronti di Israele»

Abbiamo rag­giunto al tele­fono negli Stati uniti Noam Chom­sky. Lin­gui­sta, anar­chico e filo­sofo del Mas­sa­chu­set­tes Insti­tute of Tech­no­logy, Chom­sky è autore di pie­tre miliari del pen­siero moderno e teo­rico per una pro­fonda cri­tica del sistema media­tico. Memo­ra­bile è il suo dibat­tito sulla natura umana con Michel Fou­cault (1971). Abbiamo discusso con Chom­sky dell’intesa pre­li­mi­nare sul pro­gramma nucleare ira­niano, rag­giunta gio­vedì a Losanna e della situa­zione del Medio Oriente.

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La defenestrazione di Obama

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Scontro di poteri senza precedenti negli USA: si crea nuovo asse Israele – Arabia Saudita – neoconservatori, che scavalca la Casa Bianca e si assesta al Congresso. Obama paga il dialogo con l’Iran e viene di fatto depauperato; sullo sfondo del braccio di ferro, i due veri obiettivi della contesa: Mosca e Teheran

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La minaccia!?

Reuters chiede: “E’ più una minaccia Obama o Putin?”. Le “sorprendento” risposte dagli Usa

Reuters chiede: E' più una minaccia Obama o Putin?. Le sorprendento risposte dagli Usa
 Secondo un sondaggio Gallup, invece, la principale minaccia per la pace nel mondo è l’America
Le persone negli Stati Uniti si sentono minacciate, sia oltre i confini che al loro interno e, come riporta Reuters, quando gli viene chiesto del presidente americano Barack Obama e del presidente russo Vladimir Putin, le risposte sono sorprendenti. Un nuovo sondaggio Reuters / Ipsos rileva che un terzo dei repubblicani crede che il presidente Barack Obama rappresenti una minaccia imminente per gli Stati Uniti, più del presidente russo Vladimir Putin e del presidente siriano Bashar al-Assad.
La colpa, secondo una sociologa, “è dei media e della politica americana che giocano molto sulle paure.”
Positivo per l’Amministrazione è che ISIS e Al Qaeda lo superino come minacce più imminenti …  sicuramente un ottimo risultato considerando che il presidente americano in carica è vincitore del Premio Nobel per la Pace! 

Un recente sondaggio Reuters / Ipsos ha chiesto a più di 3.000 americani quali vedono come le più grandi minacce per sé e per il Paese. Nel complesso, il 20% vede Putin come una minaccia imminente e il 18% ha detto la stessa cosa di Obama.
Penso che sia giusto dire che un esperto di sicurezza nazionale potrebbe non essere d’accordo con le scelte del pubblico.
Più persone temono Boko Haram, la setta radicale islamica attiva in Nigeria, che la Russia. E un enorme 34 per cento considera Kim Jong-un, il leader della Corea del Nord, una minaccia imminente. Kim può avere un paio di armi nucleari, ma per il resto la sua nazione è un caso disperato, così povera che fa affidamento su aiuti internazionali per sfamare se stessa. Tuttavia se si considera la velocità con la quale la Sony Pictures ha ritirato “The Interview” dai cinema, non è solo la popolazione ad avere paura del giovane Kim.
Forse la parte più inquietante, però, è come gli americani si vedono l’un l’altro, semplicemente a causa del partito politico per il quale votano. Il 13% degli americani vede i partiti Repubblicano e Democratico come una minaccia imminente.  
Il Guardian rileva inoltre, che un terzo dei repubblicani crede che il presidente Barack Obama rappresenti una minaccia imminente per gli Stati Uniti, più del presidente russo Vladimir Putin e del presidente siriano Bashar al-Assad .
Le persone che sono state intervistate erano più preoccupate per le minacce legate a potenziali attacchi terroristici.
I militanti dello Stato islamico sono stati valutati una minaccia imminente da 58% degli intervistati, e al Qaeda dal 43%. Il leader nordcoreano Kim Jong Un è visto come una minaccia dal 34%, e l’Ayatollah Ali Khamenei dal 27%.
* * *
Nel frattempo, il mondo è certamente preoccupato dagli Stati Uniti.
In un sondaggio Gallup in 65 paesi, circa un quarto indica gli Stati Uniti come la più grande minaccia alla pace nel mondo.
Non dovrebbe essere così sorprendente considerando quale paese è stato l’unico a sganciare una bomba nucleare. 

Preparativi

Ex ministro di Reagan: Russia e Cina si preparino o saranno distrutte

Paul_craig_roberts

Washington, 26 mar – Paul Craig Roberts, classe 1939, è uneconomista e politologo tra i più autorevoli, esperti e indipendenti, in America e nel mondo. Già funzionario del Congresso negli anni ’70, è stato assistente segretario del Tesoro Usa con delega alla politica economica sotto la presidenza di Ronald Reagan nel 1981-1982, nel corso di una grave crisi economica e di una guerra fredda con l’Unione Sovietica che non accennava a placarsi. Continua a leggere


CREPE NELL’IMPERO DI WASHINGTON

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DI PAUL CRAIG ROBERTS

Chissà se i portaborse di Washington, quelli dell’UE riusciranno a raddrizzare la spina dorsale. Sembra che Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia abbiano sfidato gli ordini di Washington e che abbiano fatto domanda di adesione alla Asian Investment Bank, guidata dai cinesi. E sembra pure che Australia,Giappone, Corea del Sud, Svizzera e Lussemburgo potrebbero fare altrettanto.

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La sconfitta venezuelana di Obama

Alessandro Lattanzio, 16/3/2015

14-03-2015-cancilleres-unasur-1Il 9 marzo, il presidente degli USA Barack Obama dichiarava il Venezuela “minaccia inusuale e straordinaria alla sicurezza nazionale degli USA“, invocando l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) contro il Venezuela. Altri Stati che attualmente subiscono l’IEEPA sono Iran, Myanmar, Sudan, Russia, Zimbabwe, Siria, Bielorussia e Corea democratica. Obama quindi imponeva sanzioni contro sette dirigenti venezuelani tra cui Justo Jose Noguera Pietri, presidente della Società venezuelana della Guayana (CVG) e Katherine Nayarith Haringhton Padron, pubblico ministero che persegue i golpisti. Il Presidente venezuelano Nicolas Maduro rispondeva bollando le dichiarazioni di Obama come “ipocrite“, affermando che gli Stati Uniti sono la massima minaccia al mondo.

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